«Da quando è morto mio marito, la sera metto la televisione anche se non la guardo. Tengo accesa la radio in cucina. Lascio parlare la gente.»
Fece un sorriso amaro.
«Sai perché? Perché quando spengo tutto mi sembra di essere già morta.»
Quelle parole mi entrarono nello stomaco.
«Quando Ombra è arrivato, vedevo quella bocca aprirsi. Nessun suono. Mi faceva impazzire.»
Inspirò.
«Era come guardarmi allo specchio.»
Quella frase non l’ho più dimenticata.
Teresa tornò a casa un mese dopo.
Da quel momento Ombra cominciò a passare i pomeriggi da lei.
Lei faceva finta di tollerarlo.
«È qui di nuovo.»
«Mandalo su.»
«No, ormai sta dormendo.»
Qualche volta scendevo.
Caffè.
Biscotti secchi.
Ricordi.
Lei parlava del marito Giuseppe.
Della Fiat che avevano comprato usata nel 1974.
Delle domeniche con venti persone a tavola.
Del sugo che iniziava alle sette del mattino.
«Oggi i ragazzi si mandano le faccine sul telefono.»
Scuoteva la testa.
«Noi litigavamo guardandoci in faccia.»
Poi rideva.
Ma c’era una persona di cui non parlava mai.
Sua figlia.
Lo scoprii una domenica di novembre.
Teresa mi invitò a pranzo.
«Ho fatto le lasagne. Da sola non le mangio.»
In realtà aveva preparato da sfamare un reggimento.
Lasagne.
Pollo arrosto.
Patate.
Pane.
Tiramisù.
Era il pranzo della domenica come si faceva una volta, quando la tavola serviva a tenere insieme famiglie che magari si sopportavano appena.
A metà pranzo, vidi una fotografia sulla credenza.
Una donna sui quarant’anni con Teresa.
«Tua figlia?»
Teresa smise di tagliare il pollo.
Silenzio.
«Chiara.»
«Vive lontano?»
«Abbastanza.»
Risposta secca.
Poi aggiunse:
«Parma.»
Non era così lontano.
«Da quanto non vi vedete?»
La forchetta si fermò.
«Tre anni.»
Ombra, sotto il tavolo, aprì la bocca.
Nessun suono.
Teresa lo guardò male.
«Non cominciare anche tu.»
Dopo pranzo tirò fuori una busta.
«Tu sai scrivere.»
«Dipende.»
«Scrivimi una lettera.»
«A Chiara?»
Annuì.
«Ma non fare il poeta.»
«Che cosa vuoi dirle?»
Teresa rimase a fissare la tovaglia.
Poi disse:
«Che mi dispiace.»
«Per cosa?»
«Per essere stata sua madre nel modo sbagliato.»
Quella sera tornai a casa con la busta.
Dentro c’erano fogli pieni di appunti.
Frasi spezzate.
Ricordi.
Rabbia.
Vecchi conti mai chiusi.
Una frase era cerchiata tre volte:
QUANDO SEI ANDATA VIA, HO FATTO FINTA CHE NON MI IMPORTASSE.
Più sotto:
INVECE MI SONO SENTITA ABBANDONATA.
E ancora:
TI HO FATTO SENTIRE IN COLPA.
SCRIVILE CHE LO SO.
Lessi tutto.
Poi guardai Ombra.
Lui fissava me.
Bocca aperta.
Urlo muto.
«Ho capito.»
Scrissi.
Non una lettera perfetta.
Una lettera vera.
Teresa non chiedeva a Chiara di tornare.
Non pretendeva niente.
Ammetteva che dopo la morte di Giuseppe aveva stretto la figlia troppo forte.
Che ogni telefonata diventava un interrogatorio.
Ogni Natale un ricatto.
Ogni weekend saltato una tragedia.
«Ho confuso il bisogno con l’amore», scrissi.
«E ho fatto pesare a te una paura che era mia.»
Consegnai la lettera.
Teresa la lesse.
Due volte.
Poi disse:
«Questa frase fa male.»
«Quale?»
«Quella del bisogno.»
«La tolgo?»
Guardò Ombra.
«No.»
La lettera partì.
Passò una settimana.
Niente.
Teresa faceva finta di non aspettare.
Preparava il caffè.
Puliva.
Brontolava.
Ma ogni volta che sentiva passi sul pianerottolo alzava la testa.
Nel frattempo successe un’altra cosa.
Un ragazzo del piano sopra, Andrea, ventotto anni, vide Ombra nel corridoio.
Tirò fuori il telefono.
«Fallo di nuovo.»
Ombra aprì la bocca.
Andrea rise.
«Madonna, sembra un film dell’orrore.»
«Non riprenderlo.»
«Dai, è incredibile.»
«È ferito.»
Andrea abbassò il telefono.
«Davvero?»
«Qualcuno gli ha lesionato le corde vocali.»
La sua espressione cambiò.
Ma non abbastanza.
Due giorni dopo il video era ovunque nel gruppo dei condomini.
Poi fuori.
Qualcuno l’aveva pubblicato sui social.
“IL GATTO CHE URLA SENZA VOCE.”
Commenti.
Accuse.
Gente che diceva che soffriva.
Gente che diceva che avrei dovuto liberarmene.
Altri accusavano il condominio.
Altri Teresa.
Altri ancora inventavano storie.
In meno di quarantotto ore il dolore di un animale era diventato intrattenimento.
E il palazzo era impazzito.
Comparve un avviso nell’ingresso.
“Diversi condomini segnalano rumori notturni riconducibili ad animali.”
Mi venne da ridere.
Un gatto muto accusato di rumore.
Teresa uscì con il bastone.
Lesse.
«È sempre così.»
«Come?»
«Se la gente sta male deve trovare qualcuno a cui dare la colpa.»
Batté il bastone a terra.
«Una volta era la vicina. Adesso è il gatto.»
Quella notte Ombra non dormì.
Camminava davanti alla porta.
Andava avanti e indietro.
Poi corse giù.
Lo seguii.
Scendemmo fino al seminterrato.
Lavanderia.
Cantine.
Tubi.
Umidità.
Ombra si fermò davanti a un pannello metallico installato da poco.
Appoggiò la testa.
Aprì la bocca.
E lì lo sentii.
Non con le orecchie.
Con il petto.
Una vibrazione bassa.
Quasi impercettibile.
Un ronzio.
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