A 72 anni perde la voce durante un ictus, ma il suo cane capisce tutto prima di chiunque altro

Mio padre di 72 anni ebbe un ictus mentre era solo: non poteva parlare, ma il suo cane trovò un modo per chiedere aiuto al posto suo

«Papà, stringimi la mano.»

Mio padre mi guardò dal letto dell’ospedale.

La mano sinistra strinse la mia.

La destra rimase immobile sopra il lenzuolo.

Provò a dire qualcosa.

Dalla bocca uscì soltanto un suono impastato, quasi un gemito.

Poi guardò verso la porta della stanza e mosse lentamente le labbra.

Io capii una sola parola.

«Bruna.»

Era il nome del cane.

E in quel momento mi vergognai come non mi ero mai vergognato in quarantatré anni di vita.

Perché quel cane io non lo volevo.

Anzi, avevo passato due anni a ripetere a mio padre che era stata una scelta sbagliata.

Mi chiamo Marco.

Ho 43 anni e lavoro da quasi vent’anni sulle ambulanze in una città dell’Emilia.

Ho visto infarti, incidenti, cadute, ictus, arresti cardiaci.

Ho raccolto persone dal pavimento del bagno, dalla cucina, dalle scale di casa.

Pensavo di sapere riconoscere i rischi.

Pensavo soprattutto di sapere cosa fosse meglio per mio padre.

Mi sbagliavo.

Mio padre si chiama Giuliano.

Ha 72 anni, mani grosse da uomo che ha lavorato tutta la vita e quella testardaggine tipica di una certa generazione italiana che considera una visita dal medico quasi una sconfitta personale.

Per trentacinque anni ha guidato camion.

Partiva il lunedì prima dell’alba e tornava il venerdì sera con l’odore di gasolio sui vestiti, una borsa di tela sul sedile e sempre qualche piccola cosa per noi.

Un torrone preso in autogrill.

Una calamita di una città lontana.

Un sacchetto di castagne.

Una volta tornò con una sveglia a forma di gallo che mia madre odiava.

Lui la tenne sul comodino per venticinque anni.

«Funziona ancora», diceva ogni volta che lei minacciava di buttarla.

Mia madre, Teresa, è morta sette anni fa.

Un tumore se l’è portata via in meno di dieci mesi.

Dopo il funerale, mio padre fece quello che fanno molti uomini della sua età quando perdono la donna che ha tenuto insieme casa, figli, bollette, pranzi della domenica e rapporti con i parenti.

Disse che stava bene.

Naturalmente non stava bene.

Continuò a vivere nella stessa casa, una villetta bassa alla periferia del paese.

Due camere.

Una cucina con le piastrelle che mia madre aveva scelto nel 1989.

Un piccolo orto dietro.

Un garage pieno di attrezzi.

E il tavolo grande della sala da pranzo, quello che per trent’anni aveva ospitato i pranzi della domenica.

Dopo la morte di mamma, quel tavolo diventò troppo grande.

La domenica andavamo quando potevamo.

Io, mia moglie Elisa, i nostri due figli.

Mia sorella arrivava da Modena una volta al mese.

Ma gli altri giorni mio padre mangiava da solo.

Lo sapevo.

Facevo finta che non fosse un problema.

Perché noi figli adulti siamo bravissimi a raccontarci che i nostri genitori sono ancora quelli di vent’anni prima.

Papà guida.

Papà cucina.

Papà si arrangia.

Papà non vuole disturbare.

E così, senza accorgercene, trasformiamo la loro dignità in una scusa per lasciarli soli.

Due anni fa, una domenica, mio padre si presentò al pranzo con un cane.

Non un cagnolino.

Un cane muscoloso, tigrato, con il petto bianco, una zampa posteriore con una specie di calzino chiaro e una cicatrice sul muso.

Aveva circa sei anni.

Un incrocio di tipo pit bull.

Si chiamava Bruna.

Appena entrai in casa la vidi sdraiata sotto il tavolo.

Mi fermai.

«Papà, cos’è questa?»

Lui alzò gli occhi dal ragù.

«Secondo te? Un canarino?»

«Non scherzare.»

«È Bruna.»

«Da dove viene?»

«Canile.»

Guardai il cane.

Poi guardai i miei figli.

La prima cosa che pensai fu pericolo.

Non solitudine.

Non compagnia.

Non amore.

Pericolo.

«E tu hai portato a casa un cane così?»

Mio padre smise di mescolare il sugo.

«Così come?»

«Papà, lo sai benissimo.»

Lui abbassò lo sguardo verso Bruna.

Lei sollevò appena la testa.

«È stata maltrattata», disse. «Ha paura degli uomini con la voce alta.»

Abbassai automaticamente la voce.

La cosa mi irritò ancora di più.

«Quanti chili pesa?»

«Ventidue.»

«Ventidue chili sono tanti per uno della tua età.»

«Uno della mia età riesce ancora a portare due casse d’acqua.»

«Hai il diabete. Hai la pressione alta. Vivi solo.»

«Appunto.»

Quella parola mi rimase addosso.

Appunto.

Mio padre non disse altro.

Durante il pranzo Bruna non si mosse quasi mai.

Mio figlio più piccolo fece cadere un pezzo di pane.

Lei lo guardò.

Guardò mio padre.

Aspettò.

«Vai», disse lui.

Solo allora mangiò.

Io osservavo ogni movimento.

Cercavo il segnale che dimostrasse che avevo ragione.

Un ringhio.

Uno scatto.

Un gesto improvviso.

Non arrivò.

Dopo il caffè presi mio padre da parte.

«Devi riportarla indietro.»

Lui rimase in silenzio.

«Papà, non è prudente.»

«Marco.»

«Non hai più trent’anni.»

«Questo l’avevo notato.»

«Se ti fa cadere? Se morde qualcuno? Se succede qualcosa ai bambini?»

Mio padre si appoggiò al lavello.

Mi guardò con quella faccia che conoscevo da tutta la vita.

Era la faccia che faceva quando aveva già deciso.

«Figlio mio, ho settant’anni. Ho seppellito mia moglie. Ho lavorato da quando ne avevo quindici. Ho cresciuto due figli. Ho pagato questa casa. Penso di essermi guadagnato il diritto di scegliere con chi bere il caffè la mattina.»

«È un cane.»

«Lo so.»

Poi guardò verso la sala.

Bruna era ancora sotto il tavolo.

«Ma quando entro in casa, qualcuno è contento che io sia tornato.»

Non seppi cosa rispondere.

Così feci la cosa peggiore.

Cambiai argomento.

Per i due anni successivi continuai a tollerare Bruna.

Tollerare.

È una parola che oggi mi fa schifo.

Mio padre, invece, cominciò a vivere in funzione di lei.

Sveglia alle sette.

Caffè.

Pastiglia per la pressione.

Una fetta biscottata.

Passeggiata.

Alle dieci andavano insieme al piccolo mercato del quartiere.

Il fruttivendolo le dava un pezzo di mela.

Il giornalaio teneva dietro il banco due biscotti per cani.

La signora Anna, vedova del secondo piano del palazzo di fronte, usciva sul balcone appena li vedeva passare.

«Giuliano! Hai la sciarpa?»

«Non sono mica un bambino!»

«Peggio! I bambini ascoltano!»

Era diventato il loro rito.

In un quartiere dove tutti dicevano che ormai nessuno conosceva più nessuno, Bruna aveva fatto una cosa semplice.

Aveva rimesso mio padre dentro la vita degli altri.

Prima usciva soltanto per necessità.

Dopo Bruna, usciva perché qualcuno lo aspettava.

Il barista.

Il giornalaio.

La signora Anna.

Un ex collega.

Tre pensionati che occupavano sempre la stessa panchina.

Perfino il farmacista gli chiedeva:

«E la signorina dov’è?»

«Fuori. Lei non paga, quindi non entra.»

Bruna diventò il cuore silenzioso di quella piccola rete.

Io non me ne accorsi.

O forse non volli accorgermene.

Poi mio padre cominciò a dirmi una cosa strana.

«Quel cane capisce quando non sto bene.»

La prima volta risi.

«Papà, non esagerare.»

«Non esagero.»

«Cosa farebbe? Ti misura la glicemia?»

«Spiritoso.»

Mi raccontò che una mattina si era sentito debole mentre preparava il caffè.

Bruna si era alzata dalla cuccia ed era andata dritta da lui.

Aveva appoggiato il muso contro la coscia.

Non si era spostata.

Mio padre aveva controllato la glicemia.

Era bassa.

Un’altra volta, durante una partita in televisione, lei si era messa davanti alla poltrona e aveva cominciato a spingerlo con il naso.

Lui si era alzato.

Aveva avuto un capogiro.

Aveva mangiato qualcosa.

Dopo dieci minuti stava meglio.

«Coincidenze», dissi.

Mio padre fece un rumore con la lingua.

«Tu hai studiato troppo.»

«E tu troppo poco.»

Rise.

«Può essere.»

Mi sembrava una battuta.

Oggi vorrei tornare indietro e prendermi a schiaffi.

Perché c’era un’altra cosa che non sapevo.

Mio padre aveva già avuto due piccoli episodi ischemici.

Due.

Il primo circa un anno prima.

Era andato da solo al pronto soccorso.

Faccia intorpidita.

Mano destra debole.

Durato tutto meno di mezz’ora.

Esami.

Controlli.

Terapia modificata.

Raccomandazione chiara: non sottovalutare nuovi sintomi.

Lui tornò a casa.

Non mi disse nulla.

Il secondo episodio arrivò pochi mesi dopo.

Stessa storia.

Stavolta i medici furono ancora più chiari.

Rischio elevato di ictus importante.

Gli consigliarono un dispositivo di emergenza.

Gli suggerirono di valutare una presenza più costante in casa.

Mio padre rifiutò.

E non disse niente neppure quella volta.

Lo scoprii solo dopo.

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