Dopo dieci anni senza parlarsi, suo fratello morì: al canile accadde qualcosa che Marco non riuscì a spiegare

Mio fratello morì senza che gli dicessi addio. Tre mesi dopo, il suo cane mi riconobbe dietro una rete, anche se non mi aveva mai visto.

«Signor Bellini, devo essere sincera con lei. Venerdì dobbiamo prendere una decisione su quel cane.»

La donna dall’altra parte del telefono parlava piano, come si parla quando si sa che ogni parola può fare male.

Io ero seduto al tavolo della cucina con davanti una tazzina di caffè ormai freddo.

«Che cane?»

Ci fu silenzio.

«Quello di suo fratello Stefano.»

Stringevo il telefono così forte che mi facevano male le dita.

Mio fratello era morto da quasi tre mesi.

Io non ero andato al suo funerale.

E da dieci anni non gli dicevo nemmeno buongiorno.

Mi chiamo Marco Bellini, ho cinquantotto anni e vivo alla periferia di Bologna, in una casa in affitto con un piccolo cortile che trascuro più di quanto dovrei.

Mio fratello Stefano ne aveva sessantadue.

Era morto una domenica pomeriggio di fine luglio su una strada provinciale dell’Appennino emiliano.

Una curva che conosceva a memoria.

Aveva percorso quella strada centinaia di volte con la sua moto.

Secondo quello che mi raccontarono dopo, una gomma aveva ceduto all’improvviso.

Stefano aveva perso il controllo.

Non voglio raccontare i dettagli.

Non servono.

Quello che conta è che lui non tornò a casa.

Il cane invece sì.

O almeno, sopravvisse.

Si chiamava Ettore.

Era un grosso cane tigrato, muscoloso, con il muso largo e una macchia bianca sul petto.

Stefano lo portava spesso con sé in un piccolo carrozzino laterale che aveva adattato personalmente alla moto.

Quel giorno Ettore era lì.

Nell’incidente aveva riportato una frattura a una zampa posteriore, una ferita sulla spalla e un forte trauma.

Dopo le cure era finito in un canile provinciale.

Ci era rimasto novantuno giorni.

Novantuno.

Per tre mesi nessuno era riuscito davvero ad avvicinarlo.

Non aveva morso nessuno.

Questa cosa me la ripeterono più volte.

Non aveva aggredito.

Ma appena una mano cercava di raggiungerlo, si irrigidiva, arretrava contro il muro e ringhiava.

Avevano provato volontari, veterinari, conoscenti di Stefano.

Perfino alcuni uomini del gruppo motociclistico con cui mio fratello aveva viaggiato per anni.

Niente.

Ettore rifiutava tutti.

La donna al telefono si chiamava Nadia.

Era una vecchia amica di Stefano.

«Ho cercato il suo numero per settimane», mi disse. «Non sapevo se chiamarla.»

«Perché proprio me?»

La risposta arrivò senza esitazione.

«Perché lei è suo fratello.»

Avrei voluto ridere.

Una risata amara.

Una di quelle che a una certa età ti escono quando la vita si permette di chiamare le cose con il nome che tu hai passato anni a evitare.

Fratello.

Io?

Per dieci anni non avevo saputo quasi nulla di Stefano.

E quando era morto non avevo avuto nemmeno il coraggio di presentarmi al funerale.

Nadia aggiunse:

«So che tra voi c’erano problemi. Stefano non ne parlava quasi mai. Ma Ettore era la sua famiglia. Se nessuno riesce a prenderlo, il canile non potrà tenerlo così per sempre.»

Guardai la cucina.

Due piatti nello scolapiatti.

Una fotografia di mia madre infilata tra una bolletta e il calendario.

Una moka da due.

La vita di un uomo che da anni aveva imparato a occupare poco spazio per non dover spiegare troppo.

«Quanto tempo ho?»

«Otto giorni.»

Dopo che riattaccò rimasi seduto venti minuti.

Poi mi alzai.

Presi una borsa.

Due magliette.

Lo spazzolino.

Un paio di jeans.

E le chiavi della macchina.

Per capire perché feci quasi trecento chilometri per un cane sconosciuto, bisogna capire chi era stato Stefano per me.

Da bambini eravamo inseparabili.

Siamo cresciuti in una casa con le tapparelle marroni, un cortile di ghiaia e un fico piantato da nostro nonno.

Erano gli anni in cui d’estate si tenevano le finestre aperte e bastava la voce di nostra madre dalla cucina per sapere che era ora di rientrare.

Non avevamo molto.

Ma avevamo tempo.

Tempo per giocare a pallone fino a quando non si vedeva più la porta.

Tempo per aggiustare biciclette.

Tempo per litigare per una fetta di crostata e fare pace dieci minuti dopo.

Stefano mi aveva insegnato ad andare in bici.

Avevo sette anni.

Lui undici.

Mi teneva il sellino mentre attraversavo il cortile.

«Non lasciarmi!»

«Non ti lascio.»

Naturalmente mi lasciò.

Feci dieci metri da solo prima di rendermene conto.

Quando mi voltai, lui era fermo in mezzo alla ghiaia con entrambe le braccia alzate.

«Hai visto? Vai da solo!»

Caddi subito dopo.

Lui rise fino alle lacrime.

Poi corse a rialzarmi.

A quindici anni mi insegnò a guidare la vecchia macchina di nostro padre in un piazzale vuoto.

Mi si spegneva ogni trenta secondi.

Stefano non alzò mai la voce.

«Piano con la frizione, Marco.»

Mi si spegneva.

«Ancora.»

Mi si spegneva.

«Ancora.»

Alla settima volta partii.

Mi sentivo un re.

Stefano batté una mano sul cruscotto.

«Vedi che quando non ti arrabbi ce la fai?»

Mio fratello aveva questo modo di esserci.

Non faceva grandi discorsi.

Non diceva facilmente “ti voglio bene”.

Era figlio di uomini che abbracciavano poco e aggiustavano molte cose.

Se ti voleva bene, te ne accorgevi perché alle sei del mattino era davanti a casa tua con una cassetta degli attrezzi.

Quando avevo bisogno di traslocare, arrivava.

Quando mi lasciò la prima fidanzata seria, arrivò con due birre e non mi fece una sola domanda.

Quando persi il lavoro a trent’anni, fu il primo a chiamarmi.

E quando nostra madre si ammalò, fu quello che rimase.

Lì cominciò tutto.

Papà se n’era andato molti anni prima.

Un malore improvviso.

Eravamo già adulti, ma certe perdite ti fanno tornare bambino anche a quarant’anni.

Mamma rimase nella casa dove eravamo cresciuti.

Con il fico.

Con i centrini sui mobili.

Con le bomboniere di matrimoni ormai finiti da vent’anni.

Poi arrivò la malattia.

All’inizio sembrava gestibile.

Una visita.

Una terapia.

Un ricovero breve.

Poi le visite diventarono settimane.

Le settimane diventarono due anni.

Stefano era scapolo.

Io all’epoca vivevo con Laura, la donna che pensavo avrei sposato.

Avevo un lavoro che mi portava spesso fuori.

Così, quasi senza che nessuno lo decidesse davvero, Stefano diventò quello che si occupava di mamma.

Farmaci.

Spesa.

Notti in bianco.

Dottori.

Biancheria.

Pranzi lasciati a metà.

Telefonate alle tre di notte.

Io arrivavo.

Ma non abbastanza.

Questa è la verità.

Quando uno ha cinquantotto anni, non ha più bisogno di inventarsi versioni nobili dei propri errori.

Io non arrivavo abbastanza.

Una domenica di maggio, dieci anni fa, Stefano mi chiamò.

Ricordo ancora dove ero.

Seduto al tavolo di casa.

Laura preparava il pranzo.

In televisione parlavano persone che nessuno ascoltava veramente.

Stefano disse:

«Marco, ho bisogno di due settimane.»

Pensai ai turni di lavoro.

Pensai a Laura.

Pensai agli impegni.

Pensai a tutto, tranne a lui.

«Che significa due settimane?»

«Vieni qui. Stai con mamma. Io devo dormire.»

La sua voce era strana.

Stanca.

Non la voce stanca di uno che ha lavorato troppo.

La voce vuota di chi non ricorda più quando ha smesso di essere stanco.

«Stefano, adesso non posso.»

Silenzio.

«Marco, sono due anni che non dormo una notte intera.»

«Lo so.»

«No. Non lo sai.»

Mi irritai.

Oggi ancora mi vergogno a scriverlo.

Mi irritai perché aveva ragione.

E quando qualcuno ha ragione su qualcosa che ci rende piccoli, spesso preferiamo arrabbiarci piuttosto che ascoltare.

«Anch’io ho la mia vita.»

Disse soltanto:

«È nostra madre.»

Poi aggiunse:

«Ti sto chiedendo quattordici giorni.»

Dissi no.

Lui rimase zitto.

«Va bene», mormorò.

Riattaccò.

Nostra madre morì sei settimane dopo.

Al funerale Stefano era dall’altra parte della bara.

Camicia bianca.

Occhi gonfi.

Sembrava dieci anni più vecchio.

Io provai ad avvicinarmi.

Lui mi guardò.

Fece un piccolo cenno con la testa.

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