Un respiro lungo.
Profondo.
Come una persona che finalmente chiude una porta dopo mesi passati al freddo.
Gli appoggiai una mano sulla testa.
Non ringhiò.
Non tremò.
Niente.
Stette lì.
«Come fai?» gli sussurrai.
Ettore alzò gli occhi.
E in quel momento pensai una cosa assurda.
Pensai:
Tu sai chi sono.
Non perché mi avesse mai visto.
Non mi aveva mai incontrato.
Forse aveva riconosciuto qualcosa nell’odore.
Forse il timbro della voce.
Forse un gesto.
Forse quella somiglianza tra fratelli che noi stessi smettiamo di vedere ma che un animale percepisce immediatamente.
O forse ero soltanto io ad avere bisogno di crederlo.
Non importa.
Perché in quel momento sentii mio fratello più vicino di quanto lo avessi sentito nei dieci anni precedenti.
Teresa si sedette fuori dal box.
«Marco.»
«Sì?»
«Lei non ha mai incontrato questo cane?»
«Mai.»
Scosse lentamente la testa.
«Allora non so cosa dirle.»
Io guardai Ettore.
«Forse gli ricordo Stefano.»
«Probabile.»
«Forse nell’odore.»
«Può essere.»
Sorrise con gli occhi lucidi.
«Oppure certe cose non hanno bisogno di essere spiegate subito.»
Quelle parole mi rimasero dentro.
Un segno del destino.
A cinquant’anni certe espressioni sembrano roba da calendari.
A quasi sessanta, dopo aver perso abbastanza persone, smetti di ridere di tutto ciò che non riesci a misurare.
Non so cosa sentì Ettore.
So cosa sentii io.
Sentii che Stefano non era completamente sparito.
Era nella mia voce.
Nelle mie mani.
Nel modo in cui corrugavo la fronte.
Nel modo in cui dicevo “bello” a quel cane.
Era in piccole cose che avevamo imparato nella stessa cucina, dallo stesso padre, dalla stessa madre.
Avevo passato dieci anni pensando che il silenzio avesse cancellato il nostro essere fratelli.
E invece no.
Puoi smettere di telefonare.
Puoi evitare Natale.
Puoi cambiare città.
Puoi riempire dieci anni di orgoglio.
Ma certe somiglianze continuano a vivere senza chiederti il permesso.
Ettore aveva appoggiato la testa su qualcosa che io avevo tentato inutilmente di cancellare.
Mio fratello.
Rimasi nel box due ore.
Quando il canile stava per chiudere, Teresa tornò.
«Devo chiederle cosa vuole fare.»
Guardai Ettore.
Il cane aprì un occhio.
«Lo porto a casa.»
Teresa rimase immobile.
«È sicuro?»
Pensai a Nadia.
Alla casa vuota.
Alla moka da due che usavo sempre per una persona.
Alla telefonata che non avevo fatto.
«No.»
Poi accarezzai Ettore dietro l’orecchio.
«Ma questa volta non voglio aspettare di essere sicuro.»
Prepararono i documenti.
Ettore uscì dal canile camminandomi accanto.
Teresa piangeva.
Una volontaria si fermò sulla porta.
Un altro ragazzo uscì da un ufficio per guardare.
Il cane che per novantuno giorni non aveva permesso a nessuno di toccarlo salì sul sedile della mia macchina come se sapesse da sempre dove doveva andare.
Durante il viaggio rimase quasi sempre con la testa appoggiata vicino al cambio.
Ogni tanto guardavo lui.
Ogni volta lui stava già guardando me.
A metà strada mi fermai in un’area di sosta.
Aprii il bagagliaio per prendere una bottiglia d’acqua.
E trovai la vecchia giacca che usavo quando andavo in moto.
Era lì da mesi.
La presi.
Ettore la annusò a lungo.
Poi starnutì e si sedette.
Risi.
Era la prima volta che ridevo pensando a Stefano.
«Non è la sua, questa.»
La coda fece un colpo sul sedile.
Tum.
«Lo so. La sua era più bella.»
Tum.
Guidai per altri chilometri parlando al cane come un matto.
Gli raccontai di quando Stefano aveva distrutto la porta del garage con l’auto di papà.
Di quando si era presentato alla mia comunione con le scarpe sporche di fango.
Di quando mamma faceva le lasagne la domenica e lui rubava sempre il pezzo croccante dall’angolo della teglia.
Ettore ascoltava.
O dormiva.
Non importa.
Per la prima volta dopo dieci anni stavo parlando di mio fratello senza rabbia.
Quella sera Ettore entrò in casa mia.
Annusò tutto.
Cucina.
Corridoio.
Camera.
Cortile.
Poi tornò in salotto e si sdraiò vicino al divano.
Non sulla cuccia che avevo comprato in fretta.
Sul pavimento.
Accanto ai miei piedi.
La settimana successiva Nadia mi chiamò.
«Come sta?»
Guardai Ettore.
«Russa.»
Lei rise.
Poi rimanemmo entrambi in silenzio.
«Nadia.»
«Dimmi.»
«Dove hanno sepolto Stefano?»
Mi diede l’indirizzo del piccolo cimitero del paese.
Andai il sabato successivo.
Ettore venne con me.
Trovai la tomba in fondo a un vialetto.
Una lapide semplice.
Una fotografia di Stefano.
Sessantadue anni.
Barba grigia.
Lo stesso sorriso storto di quando ne aveva venti.
Sotto il nome c’erano poche parole:
“Fratello, amico, uomo di strada.”
Quella parola.
Fratello.
Mi sedetti sulla ghiaia.
Ettore rimase in piedi qualche secondo.
Annusò l’aria.
Poi si sdraiò accanto a me.
«Ciao, Ste.»
Mi tremava la voce.
«Sono in ritardo.»
Sorrisi.
«Come al solito.»
Non arrivò nessuna risposta.
Naturalmente.
Così continuai.
«Mi avevi chiesto due settimane.»
Guardai la fotografia.
«Due settimane. E io ti ho lasciato solo.»
Le parole uscivano male.
A pezzi.
«Avevi ragione tu.»
Mi strofinai il viso.
«Io mi sono raccontato per anni che eri troppo orgoglioso per chiamarmi. Ma la verità è che avevi già chiamato tu.»
Ettore appoggiò la testa sul mio ginocchio.
«Toccava a me.»
Gli raccontai tutto.
Il lavoro.
Laura, che alla fine non avevo sposato.
Gli anni passati.
La solitudine.
Gli dissi quante volte avevo cercato il suo numero.
Gli dissi che avevo ancora nella memoria la sua voce.
Gli dissi che mi dispiaceva non essere stato lì quando mamma era morta.
Gli dissi che mi dispiaceva non essere stato lì quando era morto lui.
Poi indicai Ettore.
«Questo qui, però, mi è venuto a prendere.»
La coda batté una volta sulla ghiaia.
Tum.
Risi piangendo.
«Sì. Parlo di te.»
Rimanemmo al cimitero quasi due ore.
Prima di andar via appoggiai una mano sulla lapide.
«Ti prometto una cosa.»
Inspirai.
«Non userò più l’orgoglio come scusa.»
Quella promessa mi cambiò più di quanto immaginassi.
La domenica successiva chiamai mio cugino Paolo.
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