Niente altro.
Dopo la sepoltura se ne andò.
E io lo lasciai andare.
All’inizio pensai che avrei aspettato qualche settimana.
Poi qualche mese.
Arrivò Natale.
«Lo chiamo dopo le feste.»
Passò un anno.
«Ormai è ancora arrabbiato.»
Ne passarono due.
«Serve il momento giusto.»
Tre.
Quattro.
Cinque.
Quello che nessuno ti spiega è che il silenzio diventa un’abitudine.
All’inizio pesa.
Poi ti si sistema addosso.
Come una giacca vecchia.
Non è comoda, ma ti dimentichi di toglierla.
Sapevo alcune cose di Stefano attraverso un cugino.
Si era trasferito in un paese dell’Appennino.
Aveva iniziato a frequentare un piccolo gruppo di motociclisti.
Non erano personaggi da film.
Erano muratori, meccanici, pensionati, artigiani, gente con la schiena rovinata e la passione per le strade lunghe.
Ogni tanto organizzavano giri, raccolte di cibo per il canile, pranzi di beneficenza.
Stefano era diventato quello che guidava il gruppo durante i viaggi.
Non si era sposato.
Non aveva avuto figli.
Poi, un giorno, mio cugino mi mostrò una foto.
Stefano era accanto alla moto.
Barba grigia.
Occhiali da sole.
E vicino a lui c’era Ettore.
La didascalia diceva:
“Il fratello che non mi lascia mai solo.”
Quelle parole mi entrarono sotto le costole.
Non feci niente.
Chiusi il telefono.
Dissi:
«Contento lui.»
Ma quella notte non dormii.
Molte volte, negli anni successivi, cercai il numero di Stefano.
Il pollice restava sopra il suo nome.
Avrei potuto premere.
Un gesto.
Un secondo.
Invece spegnevo lo schermo.
Mi raccontavo che avrei chiamato quando fossi stato pronto.
Il problema è che la vita non prende appuntamenti con la nostra vigliaccheria.
Stefano morì prima.
Lo venni a sapere otto giorni dopo il funerale.
Anche quella telefonata arrivò da Nadia.
Non andai al cimitero.
Non andai nella sua casa.
Non chiamai nessuno.
Mi chiusi dentro.
Mi dissi che sarebbe stato ipocrita piangere davanti a persone che gli erano state accanto quando io non lo ero stato.
Per tre mesi continuai a lavorare.
Fare la spesa.
Pagare bollette.
Bere il caffè.
Fingere.
La bella figura non si fa soltanto davanti al paese.
A volte la facciamo davanti allo specchio.
Ci diciamo che stiamo bene.
Che ormai era passato troppo tempo.
Che certe cose non si potevano aggiustare.
Poi arrivò la telefonata su Ettore.
Partii il mattino seguente.
Durante il viaggio non ascoltai musica.
Tre ore abbondanti di strada e il rumore del motore.
Pensai a Stefano a undici anni che mi teneva la bicicletta.
A vent’anni che tornava ogni fine settimana per vedere come stavo.
A trentacinque che cambiava una lampadina a casa di mamma perché lei non voleva disturbare me.
Pensai soprattutto a quella domenica.
«Quattordici giorni, Marco.»
Aveva chiesto quattordici giorni.
Io avevo avuto dieci anni per chiedergli scusa.
Non li avevo usati.
Arrivai al canile poco prima delle tre.
Rimasi in macchina quasi mezz’ora.
Alla fine mi guardai nello specchietto.
Capelli ormai quasi tutti grigi.
Occhiaie.
Un uomo di cinquantotto anni che aveva passato una parte enorme della vita pensando di avere ancora tempo.
Entrai.
Dietro il bancone c’era una donna sui sessanta.
Capelli corti.
Occhiali appesi a una catenella.
«Marco Bellini?»
«Sì.»
Lei si alzò lentamente.
«Sono Teresa. Nadia ci aveva avvisati.»
Indicò una porta.
Poi si fermò.
«Prima di entrare devo dirle che Ettore potrebbe non reagire bene.»
«Lo so.»
«No, forse non ha capito. Con lui nessuno forza niente. Nessuno mette le mani dentro il box.»
Annuii.
«Posso soltanto vederlo?»
Teresa mi osservò.
«Certo.»
Attraversammo un corridoio.
Abbaiavano tutti.
Cani piccoli.
Cani grandi.
Code contro le grate.
Zampe sollevate.
Musi infilati tra le sbarre.
Poi arrivammo all’ultimo box.
Lì non si sentiva niente.
Ettore era sdraiato in fondo.
Dava le spalle alla porta.
Aveva il pelo tigrato, ormai un po’ opaco.
Una cicatrice attraversava la spalla destra.
Una delle zampe posteriori restava leggermente rigida.
Teresa sussurrò:
«Ettore.»
Niente.
«C’è qualcuno.»
Niente.
Mi accovacciai.
Non chiamai il cane.
Non feci versi.
Non allungai la mano.
Stavo semplicemente lì.
Dopo alcuni secondi Ettore girò la testa.
Mi vide.
E si immobilizzò.
Ancora oggi non so spiegare quel momento.
E forse non voglio più spiegarlo.
I suoi occhi si fissarono sui miei.
Non ringhiò.
Non abbassò la testa.
Guardava.
Come se cercasse qualcosa.
Poi si alzò.
Piano.
Un passo.
Poi un altro.
La zampa ferita gli dava ancora una piccola incertezza.
Arrivò a circa mezzo metro dalla rete.
Si fermò.
Alzò il naso.
Inspirò.
Una volta.
Due.
Tre.
Poi fece un suono.
Non un abbaio.
Non un ringhio.
Un lamento piccolo.
Quasi una domanda.
Alle mie spalle sentii Teresa trattenere il fiato.
Ettore si avvicinò ancora.
Appoggiò il naso alla rete.
Mi annusava.
Io non respiravo quasi più.
Dopo qualche secondo si sedette.
La coda si mosse.
Un colpo solo contro il pavimento.
Tum.
Teresa disse:
«Non l’ha mai fatto.»
Misi lentamente il palmo contro la rete.
«Ciao, Ettore.»
Il cane spinse il muso contro la mia mano.
Rimase così.
Io sentii qualcosa rompersi.
Non nel cane.
Dentro di me.
«Ciao, bello.»
La voce mi uscì uguale a quella di Stefano.
Me ne accorsi nello stesso istante.
Quel tono basso.
Quella maniera di allungare appena l’ultima parola.
Una cosa che avevamo preso da nostro padre.
Ettore emise di nuovo quel piccolo lamento.
Poi chiuse gli occhi.
Cominciai a piangere.
Non piangevo così da quando era morta mamma.
Teresa si allontanò senza dire niente.
Rimasi davanti alla rete per quasi quaranta minuti.
Ettore non se ne andò.
Il muso contro la mia mano.
La coda immobile.
Il corpo finalmente rilassato.
Quando Teresa tornò chiese:
«Vuole provare a entrare?»
Ebbi paura.
«Lei cosa dice?»
«Dico che in diciannove anni di canile non ho mai visto Ettore comportarsi così con nessuno.»
Aprì lentamente.
Io entrai sulle ginocchia.
Non cercai di toccarlo.
Ettore fece due passi.
Mi annusò le scarpe.
I pantaloni.
Le mani.
Poi si girò.
Si appoggiò con tutto il fianco contro di me.
E si sedette.
Mi mise la testa sulla coscia.
Sospirò.
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