Appoggiò la borsa sul bancone.
«Chi è stato?»
«Non lo so.»
«Bugiarda.»
«Teresa.»
«Sarà stata quella signora del palazzo nuovo.»
Nel quartiere avevamo una donna famosa per lamentarsi praticamente di tutto.
Il rumore del mercato.
I bambini nel cortile.
Le cassette di verdura fuori dalla bottega.
Il profumo della rosticceria.
Gli anziani che parlavano troppo forte sulle panchine.
Forse era stata lei.
Forse no.
Non importava.
La segnalazione ormai esisteva.
La sera chiusi più tardi.
Mi sedetti accanto ad Arturo.
La libreria al buio sembrava quella di quando Carlo era ancora vivo.
Le sedie storte.
Il vecchio registratore di cassa.
La fotografia del nostro primo giorno di apertura.
Noi due magri, giovani e spaventati davanti a una serranda appena dipinta.
Accarezzai Arturo sulla schiena.
«Giovedì vengono a controllarci.»
Un orecchio si mosse.
«E tu non sai nemmeno cosa sia un controllo comunale.»
Arturo spostò lentamente il muso sulle mie ginocchia.
Chiusi gli occhi.
Quel peso mi fece bene e male insieme.
Perché quando ami qualcosa di vecchio impari presto una verità.
Non puoi proteggerlo dal tempo.
Giovedì arrivò troppo in fretta.
Alle nove e mezzo la libreria era già piena.
Matteo e sua madre sedevano vicino ad Arturo.
Teresa aveva portato una crostata.
La ragazza dai capelli viola era in fondo.
Il vecchio Sergio, ex ferroviere, stava davanti alla poesia con il cappello stretto fra le mani.
Alle nove e cinquantotto entrò Andrea.
Completo scuro.
Cravatta.
Faccia da tribunale.
«Mamma, niente scenate.»
Indicai la stanza.
«Ti sembra il posto delle scenate?»
Alle dieci precise arrivò l’incaricata del sopralluogo.
Si chiamava Francesca.
Sulla quarantina.
Scarpe basse.
Capelli legati.
Tablet in mano.
Si fermò sulla porta.
Vide le persone.
Vide i libri.
Vide Arturo.
Proprio in quel momento lui decise di alzarsi.
Gli servì quasi un minuto.
Prima le zampe davanti.
Poi il petto.
Infine quelle posteriori, tremanti.
La libreria diventò muta.
Arturo rimase finalmente in piedi, enorme, spettinato e instabile.
Guardò Francesca.
Lei lo guardò.
Per un istante il suo viso cambiò.
Poi tornò professionale.
«Buongiorno. Sono qui per una segnalazione.»
«Io sono Lucia.»
Andrea fece un passo avanti.
«Sono il figlio. E sono avvocato.»
Francesca gli rivolse uno sguardo tranquillo.
«Non sono qui per discutere, signore. Devo soltanto verificare alcune condizioni.»
Gli appoggiai una mano sul braccio.
«Lasciala lavorare.»
Misurò i corridoi.
Chiese dove mangiasse Arturo.
Dove venisse pulita la zona.
Se avessimo procedure per l’igiene.
Se il cane fosse addestrato.
Quella domanda mi mise in difficoltà.
Arturo non era un cane da assistenza.
Non aveva certificati speciali.
Non faceva esercizi.
Non portava oggetti.
Non eseguiva comandi spettacolari.
«È tranquillo», dissi. «Non va incontro alle persone. Non salta. Non abbaia. Sta sul suo tappeto.»
Come per confermare, Arturo tornò a sdraiarsi.
Tum.
Strascico.
Tum.
Alla fine Francesca appoggiò il tablet contro il petto.
«Capisco che questo cane sia importante.»
Teresa borbottò qualcosa.
Io le lanciai un’occhiata.
«Però devo considerare anche chi ha paura degli animali, chi soffre di allergie e chi ha difficoltà motorie. Un luogo aperto al pubblico deve restare accessibile a tutti.»
Andrea annuì subito.
Io ascoltai.
Francesca continuò.
«Possiamo evitare provvedimenti più rigidi con alcune modifiche. Zona delimitata, corridoio libero, avviso all’ingresso, pulizia documentata. Se qualcuno non se la sente di passare vicino al cane, dovete offrirgli un’alternativa.»
Respirai.
Poi arrivò la frase che non volevo sentire.
«Potrebbe essere necessario limitarne la presenza nelle ore più affollate.»
Guardai Arturo.
Limitare.
Come se fosse una sedia.
Un vaso.
Un oggetto da spostare quando dava fastidio.
«E se non basta?»
Francesca abbassò la voce.
«Potrebbero chiedervi di non tenerlo più qui durante l’apertura.»
Andrea mi strinse il braccio.
«Mamma, possiamo trovare una soluzione.»
In quel momento Arturo tossì.
Non il solito colpetto.
Fu un suono profondo, umido.
Tutti si voltarono.
Arturo cercò di alzarsi.
Le zampe anteriori spinsero.
Quelle posteriori cedettero.
Ricadde sul tappeto.
Andrea si inginocchiò senza pensare alla piega dei pantaloni.
Francesca fece lo stesso.
«Mamma, dobbiamo portarlo dal veterinario.»
Mi abbassai accanto ad Arturo.
Gli appoggiai la fronte sulla testa.
«Ci sono.»
La tosse diminuì.
Ma nella stanza nessuno pensava più alla segnalazione.
Il tempo aveva appena ricordato a tutti chi comandava davvero.
Chiusi la libreria.
Andrea guidò fino alla clinica veterinaria.
Io rimasi in silenzio.
Arturo occupava quasi tutto il sedile posteriore.
«Da quanto tossisce?» chiese Andrea.
«Da oggi.»
Era una bugia.
Aveva tossito due volte la settimana prima.
Non volevo dirlo.
La colpa ci rende bugiardi.
«Mamma, non puoi caricarti tutto da sola.»
Guardavo i portici passare dal finestrino.
«Ho sempre fatto così.»
«Questo non significa che devi continuare.»
Alla clinica fecero esami.
Ci parlarono con quella voce delicata che si usa quando la verità fa male.
Il cuore di Arturo era affaticato.
Anche i polmoni.
Le articolazioni erano molto compromesse.
Si potevano controllare alcuni sintomi.
Ma dovevamo prepararci.
Prepararci.
Ho sempre odiato quella parola.
Come se il dolore fosse un pranzo di famiglia.
Come se bastasse apparecchiare prima.
Andrea ascoltava facendo domande precise.
Io accarezzavo il muso di Arturo.
Quando restammo soli, mio figlio disse:
«Così non può durare per sempre.»
Mi girai di scatto.
«Niente dura per sempre.»
«Non parlavo solo del cane.»
«Lo so.»
«Parlavo della libreria. Di te. Dei soldi. Delle scale di casa. Del fatto che hai settantatré anni.»
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