Mi sedetti da un lato di Arturo.
Andrea dall’altro.
Per qualche minuto nessuno parlò.
Arturo aprì gli occhi.
Guardò prima me.
Poi mio figlio.
Fece un lungo sospiro.
Sembrava dire:
Bene.
Finalmente siete tutti qui.
Andrea gli appoggiò una mano sulla testa.
Gli occhi gli diventarono lucidi.
Questa volta non si voltò.
Non cercò il telefono.
Non cambiò argomento.
Rimase.
E capii che forse quello era stato il vero regalo di Arturo al nostro quartiere.
Non aveva salvato soltanto Matteo dalle sue paure.
Non aveva soltanto fatto compagnia a persone sole.
Non aveva soltanto riempito il silenzio lasciato da mio marito.
Ci aveva ricordato una cosa che, superata una certa età, conosci ma cerchi continuamente di dimenticare.
Il mondo ama ciò che è nuovo.
Veloce.
Utile.
Presentabile.
Noi italiani siamo cresciuti anche con quella frase terribile.
«Che figura ci facciamo?»
La casa in ordine quando arrivano parenti.
Il vestito buono la domenica.
I problemi familiari nascosti dietro le persiane.
La sofferenza tenuta lontana dalla tavola perché «non sta bene parlarne».
Arturo era l’opposto della bella figura.
Era vecchio.
Lento.
Spettinato.
Ingombrante.
Qualche volta puzzava di pioggia anche quando fuori c’era il sole.
Non potevi nascondere la sua fragilità.
E forse era proprio questo che disturbava qualcuno.
Perché un giorno saremo tutti Arturo.
Un giorno ci alzeremo più lentamente.
Chiederemo agli altri di aspettare.
Occuperemo spazio senza essere produttivi.
E spereremo che qualcuno non ci consideri soltanto un problema da spostare.
La mattina successiva cambiai il cartello sul bancone.
Scrissi a mano:
QUI TROVATE LIBRI, SILENZIO E SECONDE POSSIBILITÀ.
SE AVETE BISOGNO DI SPAZIO, VE LO DAREMO.
SE AVETE BISOGNO DI RESTARE, SIETE I BENVENUTI.
Arturo dormiva sul suo tappeto.
Matteo arrivò dopo scuola.
Si sedette.
Aprì un libro.
«C-c’era una volta…»
Si fermò.
Respirò.
Arturo sollevò appena il muso.
Matteo riprese.
«C’era una volta un uomo che pensava di essere solo.»
Nel fondo della libreria, Teresa preparava il caffè.
Sergio discuteva con Andrea di calcio come se si conoscessero da vent’anni.
La ragazza con i capelli viola sfogliava un romanzo.
Fuori, sotto i portici, il quartiere continuava a correre.
Motorini.
Borse della spesa.
Persone in ritardo.
Telefonini.
Appuntamenti.
Discussioni.
Dentro, Arturo respirava lentamente.
Tum.
Pausa.
Tum.
A volte mi chiedono perché abbia scelto proprio lui.
Perché non un cane giovane.
Perché non uno più piccolo.
Perché caricarsi volontariamente sulle spalle un dolore annunciato.
La risposta cambia ogni volta.
Ma quella più vera è semplice.
Quel giorno al rifugio guardai Arturo e vidi me stessa.
Vidi mio marito negli ultimi mesi.
Vidi Teresa che vive sola ma apparecchia ancora per due.
Vidi Sergio che parla del lavoro in ferrovia perché nessuno gli chiede più cosa fa adesso.
Vidi tutte le persone che il mondo considera “passate”.
E pensai:
Non siete passati.
Siete qui.
Finché qualcuno si siede accanto a voi, siete ancora qui.
Arturo non guarì.
Non diventò improvvisamente giovane.
Le sue zampe continuarono a tremare.
Il suo cuore rimase stanco.
Ogni tanto tossiva.
Ogni volta mi si stringeva lo stomaco.
Ma la libreria rimase aperta.
Il quartiere continuò a entrare.
E Andrea cominciò a venire più spesso.
Non per controllare i documenti.
Non per dirmi cosa vendere.
Veniva semplicemente a sedersi.
Una domenica portò anche i miei nipoti.
Io avevo preparato lasagne per tutti.
Dopo pranzo i ragazzi si sdraiarono sul tappeto accanto ad Arturo.
Andrea sparecchiava.
Lo osservai mettere i piatti nel lavello.
«Li stai lavando?»
«Non esageriamo. Li sto avvicinando all’acqua.»
Risi.
Poi mio figlio smise di scherzare.
«Mamma.»
«Dimmi.»
«Quando papà stava male… io credo di essere scappato.»
Rimasi in silenzio.
«Ero presente fisicamente», continuò. «Facevo tutto. Medici, documenti, appuntamenti. Ma forse non sono mai rimasto davvero lì.»
Gli presi la mano.
«Avevi paura.»
«Sì.»
Arturo, dall’altra stanza, sbuffò nel sonno.
Andrea sorrise tristemente.
«Lui non sembra averne.»
«Arturo non pensa a domani.»
«Fortunato.»
«No.»
Guardai il cane.
«Saggio.»
Quella sera, dopo che tutti se ne andarono, rimasi un po’ sulla soglia della libreria.
Il quartiere era quasi silenzioso.
Pensai a quanti anni avevo passato cercando di tenere tutto insieme.
La famiglia.
Il negozio.
Le apparenze.
La dignità.
La paura.
A settantatré anni avevo finalmente capito che la dignità non significa fingere di non aver bisogno di nessuno.
Significa poter dire:
Sono stanca.
Ho paura.
Resta qui.
E trovare qualcuno che resti.
Arturo non aveva molto tempo.
Nemmeno io ne avevo infinito.
Nessuno di noi ce l’ha.
Forse è per questo che smisi di contare i mesi che potevano rimanergli.
Cominciai a contare le mattine.
Le persone che gli accarezzavano la testa.
Le pagine lette da Matteo.
I caffè condivisi.
Le volte in cui Andrea arrivava senza cravatta.
Le domeniche con i nipoti.
I silenzi che non facevano più paura.
L’amore non ha una data di scadenza.
Il tempo sì.
Per questo, quando Arturo impiega un minuto intero per alzarsi, nessuno nella mia libreria gli dice di sbrigarsi.
Aspettiamo.
Tum.
Strascico.
Tum.
Aspettiamo tutti.
Perché forse il cuore di un quartiere non si misura da quanto velocemente riesce ad andare avanti.
Ma da quanto è disposto a rallentare per non lasciare indietro qualcuno.





