Attrezzi.
Due coperte.
Vestiti.
Medicine.
Una foto di Anna.
La moka.
La cuccia di Bruno.
Gli scatoloni preparati da Elena rimasero quasi tutti in casa.
Per quarant’anni avevo pensato che possedere significasse vivere.
Quel pomeriggio capii che la maggior parte delle cose che avevo accumulato erano soltanto oggetti che mi impedivano di muovermi.
Prima di partire, portai Bruno in piazza.
Volevo salutare il paese.
Vicino alla fontana c’era una discussione.
Un uomo sulla quarantina stava urlando contro il ragazzo del bar.
Non so nemmeno come fosse cominciata.
Un bicchiere rovesciato, forse.
Qualcuno aveva già tirato fuori il telefono.
Nessuno interveniva.
Bruno si fermò.
Poi fece quello strano verso basso che aveva sempre fatto quando voleva attirare l’attenzione.
L’uomo smise di urlare per un secondo.
Bruno gli si avvicinò.
Si sedette davanti a lui.
Niente ringhi.
Niente aggressività.
Soltanto un vecchio cane con le orecchie molli e gli occhi velati.
L’uomo lo fissò.
«Che vuole?»
«Probabilmente le piacciono le sue scarpe.»
Non era vero.
L’uomo abbassò lo sguardo.
Bruno gli appoggiò il muso sulla gamba.
Vidi le spalle dell’uomo cedere.
«È una giornata di merda.»
«Capita.»
«Sono stanco.»
«Pure io.»
Il ragazzo dietro il bancone ci guardava.
Comprai tre caffè.
Rimanemmo lì dieci minuti.
Un vecchio meccanico.
Un impiegato arrabbiato.
Un ragazzo che aveva quasi venticinque anni ma in quel momento sembrava un bambino spaventato.
Parlammo di cani.
Non del motivo della lite.
Non di chi avesse ragione.
Di cani.
Quando uscimmo, l’uomo diede una pacca a Bruno.
«Bel tipo.»
«Ha più buon senso di me.»
Quell’incontro mi rimase dentro.
Forse non ero ancora inutile.
Forse sapevo ancora fare qualcosa che nessun corso ti insegna.
Aspettare.
Ascoltare.
Abbassare la voce quando tutti la alzano.
Ricordare alle persone che davanti hanno un essere umano.
Prima di partire passai sotto casa di Elena.
Non salii.
Lasciai una busta nella sua cassetta.
Dentro avevo scritto:
“Elena,
non essere arrabbiata.
Hai passato mesi a cercare un posto in cui io potessi stare senza preoccuparti.
Lo so che lo hai fatto perché mi vuoi bene.
Ma continuando a cercare un posto dove mettermi, abbiamo dimenticato di chiedermi dove volessi andare.
Ho comprato un vecchio camper.
Bruno viene con me.
Voglio vedere ancora un po’ d’Italia finché riesco a guidare.
Voglio tornare nei paesi dove andavo con tua madre.
Voglio fermarmi davanti al mare senza controllare l’orologio.
Magari aggiusterò qualche motorino o qualche vecchia macchina in cambio di una cena.
Non voglio diventare un problema che tu devi risolvere.
E non voglio diventare un uomo che aspetta di morire in una stanza pulita solo perché qualcuno ha deciso che quella è la scelta più sensata.
Non preoccuparti troppo.
Ho settantaquattro anni, non centoquattro.
So ancora cambiare una ruota.
So ancora leggere una cartina.
E ho Bruno.
Tuo padre.”
Partimmo quella sera.
Non verso un luogo preciso.
Verso sud.
La prima notte ci fermammo in una piazzola vicino a un paese dell’Appennino.
Mangiai pane, formaggio e una mela seduto sul gradino del camper.
Bruno dormì con la testa fuori dalla porta.
Alle due del mattino qualcuno bussò.
Un uomo con una giacca catarifrangente mi disse con gentilezza:
«Signore, qui non si può restare durante la notte.»
«Non sto dando fastidio.»
«Lo so.»
Indicò un cartello.
«Regolamento.»
Regolamento.
Un’altra parola che sembrava seguirmi.
«Dove posso andare?»
Mi spiegò che più avanti c’era un’area a pagamento.
«A quest’ora?»
L’uomo fece una faccia dispiaciuta.
«Mi spiace davvero. Se dipendesse da me…»
Guardò Bruno.
«Bel cane.»
«Vecchio cane.»
«Sono i migliori.»
Ripartii.
Non me la presi con lui.
Anche lui stava facendo il suo lavoro.
Il problema non era quell’uomo.
Il problema era quella strana sensazione che il mondo moderno avesse una regola per ogni cosa e sempre meno spazio per le eccezioni umane.
La mattina successiva trovai un bar di paese con un parcheggio grande.
La barista mi chiamò “signore” tre volte, poi alla quarta mi chiamò Giulio.
Il marito uscì quando vide Bruno.
«Che bello.»
Si piegò lentamente sulle ginocchia.
Doveva avere più o meno la mia età.
«Come si chiama?»
«Bruno.»
«Sembra stanco.»
«Lo siamo entrambi.»
Rise.
Mi offrirono un caffè.
Poi una brioche.
Quando dissi che ero in viaggio senza destinazione, l’uomo annuì.
«Sa una cosa? Mio padre voleva fare lo stesso.»
«E l’ha fatto?»
Scosse la testa.
«Continuava a dire: l’anno prossimo.»
Restammo zitti.
«Poi un anno non è arrivato.»
Quelle parole mi accompagnarono per centocinquanta chilometri.
L’anno prossimo.
Quanto tempo perdiamo pronunciando quelle due parole?
Dopo tre giorni il camper cominciò a tossire.
Riconobbi subito il rumore.
Mi fermai davanti a un’officina alla periferia di un piccolo borgo dell’Umbria.
Una donna sui quarant’anni stava lavorando sotto il cofano di una vecchia utilitaria.
Capelli raccolti.
Macchia d’olio sulla guancia.
Occhi stanchi.
«Chiudiamo tra poco.»
«Non mi serve un meccanico.»
Mi guardò le mani.
«Allora cosa le serve?»
«Un posto dove parcheggiare un paio d’ore. Il manicotto mi sta salutando.»
Guardò Bruno sul sedile.
«Quello è suo?»
«Da dodici anni.»
Si avvicinò.
Bruno allungò il muso.
Lei gli accarezzò la testa.
«Dietro c’è spazio.»
Mi indicò un cortile.
«Se non dà fastidio a nessuno, può fermarsi.»
«Grazie.»
«Come si chiama?»
«Bruno.»
«Intendevo lei.»
Risi.
«Giulio.»
«Io sono Marta.»
Spostai il camper nel cortile e aprii il cofano.
Dopo mezz’ora Marta venne a controllare.
«Lei sa quello che fa.»
«Quarant’anni in officina.»
«Allora perché non lavora più?»
«Perché qualcuno ha deciso che a settantaquattro anni uno dovrebbe interessarsi solo alla pressione e alla televisione.»
Rise.
Poi vide la foto di Anna sul cruscotto.
Non fece domande.
Mi piacque.
Le persone intelligenti sanno che esistono silenzi che non hanno bisogno di essere riempiti.
Quando finii la riparazione, Marta mi disse:
«Quanto le devo?»
«Lei?»
«Mi ha sistemato anche quel supporto che non le avevo chiesto di toccare.»
Alzai le spalle.
«Mi ha lasciato parcheggiare.»
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