Quella sera cenai con Marta, suo marito Paolo e sua madre, la signora Lidia.
Una tavola piccola.
Pasta al forno avanzata dalla domenica.
Pane tagliato storto.
Vino della casa.
Niente di speciale.
Eppure, dopo mesi di pasti davanti alla televisione, mi sembrò un banchetto.
Lidia aveva ottantuno anni.
Mi studiò tutta la sera.
Poi domandò:
«Sua figlia sa dove si trova?»
«Più o meno.»
«Quindi non lo sa.»
«Le mando messaggi.»
«Gli uomini della sua generazione pensano che “sono vivo” sia una comunicazione sufficiente.»
Paolo scoppiò a ridere.
«Mamma, lascialo stare.»
«Io lo lascio stare. È la figlia che non dormirà.»
Mi sentii colpito.
Dopo cena uscii a telefonare.
Elena rispose al secondo squillo.
«Papà.»
Una parola.
Ma dentro c’era tutto.
Rabbia.
Paura.
Sollievo.
«Sto bene.»
«Dove sei?»
Le dissi il nome del paese.
«Sei già così lontano?»
«Non così tanto.»
«Per me sì.»
Ci fu silenzio.
«Elena.»
«Dimmi.»
«Mi dispiace per quello che ho detto in macchina.»
Lei non rispose subito.
«Anche a me dispiace.»
La sua voce tremò.
«Non volevo liberarmi di te.»
«Lo so.»
«Avevo paura.»
Questa volta fui io a tacere.
«Papà, io lavoro, corro, organizzo tutto. Pensavo che se ti mettevo in un posto sicuro potevo respirare.»
«Capisco.»
«Ma forse non ti avevo chiesto cosa significasse, per te, stare al sicuro.»
Guardai Bruno sdraiato sotto il tavolo in cortile.
«Per me non significa soltanto non cadere.»
Elena sospirò.
«Promettimi almeno che mi telefoni.»
«Ogni sera.»
«Ogni sera.»
«Va bene.»
«E portalo dal veterinario.»
Sorrisi.
«Sissignora.»
Rimanemmo al telefono ancora un po’.
Quando rientrai, Lidia mi guardò.
«Meglio?»
«Molto.»
«Vede? Noi vecchi passiamo metà della vita a insegnare ai figli a parlare e l’altra metà a non dirgli niente.»
Quel giorno avrei dovuto ripartire.
Rimasi una settimana.
Poi due.
Marta aveva troppo lavoro e poche mani.
Io cominciai ad aiutarla.
Piccole cose.
Un cambio d’olio.
Una cinghia.
Una batteria.
Un motorino d’avviamento.
La voce girò.
“C’è Giulio, quello del camper.”
La signora del forno arrivò con la macchina che faceva un rumore terribile.
Le sistemai un pezzo allentato.
«Quanto le devo?»
«Una pagnotta.»
Me ne portò tre.
Il fruttivendolo aveva un vecchio furgone che non partiva.
Glielo sistemai.
Il giorno dopo trovai davanti al camper due cassette di verdura.
Un muratore mi regalò una coperta per Bruno.
La maestra in pensione del piano di sopra portò ogni sera una ciotola di riso con pollo.
In breve tempo il cortile dell’officina diventò una specie di piazza.
La gente passava anche senza avere la macchina rotta.
Per salutare Bruno.
Per bere un caffè.
Per raccontare una storia.
Un pomeriggio arrivò un bambino con sua nonna.
Si fermò a due metri da Bruno.
«Posso accarezzarlo?»
«Chiediglielo.»
Il bambino tese una mano.
Bruno annusò le dita e poi leccò il palmo.
Il bambino rise.
La nonna si portò una mano alla bocca.
«Avevamo un cane uguale quando mio marito era vivo.»
Si sedette accanto a me.
Rimanemmo lì venti minuti.
Parlò del marito.
Del silenzio della casa.
Del figlio che viveva al Nord.
Del fatto che le domeniche erano la cosa peggiore.
«Durante la settimana almeno uno ha delle commissioni.»
Annuì.
Sapevo perfettamente cosa intendeva.
«La domenica invece sembra che tutti abbiano qualcuno.»
Guardò Bruno.
«Tranne te.»
«E me.»
Sorrise.
Quel giorno capii che forse il viaggio non consisteva nel macinare chilometri.
Forse consisteva nel trovare un posto dove qualcuno avesse ancora bisogno di te.
E, incredibilmente, quel posto era un cortile sporco d’olio dietro un’officina di un paese dove non conoscevo nessuno.
Una domenica Marta organizzò un pranzo.
«Niente di grande.»
Arrivarono ventisette persone.
In Italia quando qualcuno dice “niente di grande”, bisogna sempre aggiungere almeno tre tavoli.
C’era chi portava lasagne.
Chi pollo arrosto.
Chi melanzane.
Chi una crostata.
Paolo tirò fuori sedie diverse una dall’altra.
Lidia comandava tutti come un generale.
«Il pane non lì!»
«Giulio, si sieda!»
«Marta, quella teglia brucia!»
Io ero seduto all’estremità del tavolo.
Bruno sotto la sedia.
Il sole entrava di traverso nel cortile.
Sentivo le forchette.
Le risate.
Le persone che parlavano una sopra l’altra.
Per un attimo chiusi gli occhi.
Mi sembrò di essere tornato a casa.
Non nella casa con il tetto vecchio.
Non nella via che avevo lasciato.
A casa nel senso vero.
Quel luogo invisibile dove non devi chiedere il permesso per occupare una sedia.
Il telefono squillò.
Era Elena.
«Papà, sto parcheggiando.»
Mi alzai così in fretta che quasi rovesciai il bicchiere.
«Cosa?»
«Hai detto che mangiavate tutti insieme.»
«Sì.»
«Allora ho portato il dolce.»
Entrò nel cortile pochi minuti dopo.
Bruno la riconobbe prima di me.
Tentò di correre.
Non ci riuscì.
Fece tre passi storti, poi altri due.
Elena si inginocchiò.
«Bruno.»
Lo abbracciò.
Quando alzò la testa aveva gli occhi lucidi.
«È dimagrito.»
«È vecchio.»
«Anche tu.»
«Grazie.»
Rise e mi strinse.
Forte.
Come non faceva da anni.
A tavola guardò tutta quella gente.
«Quindi questi sarebbero gli sconosciuti con cui vivi adesso?»
Lidia intervenne.
«Sconosciuta sarà lei. Io gli preparo da mangiare da due settimane.»
Elena scoppiò a ridere.
Poi si sedette.
Mangiammo per ore.
Dopo il caffè mi prese da parte.
«La casa è stata venduta.»
Annuii.
Pensavo che mi avrebbe fatto male.
Invece sentii soltanto una fitta leggera.
«Ho tenuto la moka.»
«È qui.»
«E la foto della mamma?»
Indicai il camper.
«Qui.»
«Allora hai tutto.»
Guardammo Bruno dormire all’ombra.
Elena respirò profondamente.
«Forse avevi ragione.»
«Su cosa?»
«Non lo so. Non montarti la testa.»
Sorrisi.
Poi disse:
«Ho parlato con Marta.»
«Quando?»
«Stamattina.»
La guardai sospettoso.
«E?»
«Dietro l’officina c’è quel piccolo appartamento che usavano i genitori di Paolo.»
«Lo so.»
«È vuoto.»
«Elena…»
«Fammi finire.»
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