Pietro sbatté una tazza sul tavolo.
«Non sai nemmeno cosa stai dicendo.»
«So che soffre.»
«Soffro anch’io.»
Silenzio.
Poi Luca disse più piano:
«Appunto.»
Pietro non rispose.
«Papà, da quando è morta mamma ti sei aggrappato a questa casa, alla stalla, a Brando… come se tutto dovesse restare uguale per forza.»
La sedia di Pietro scricchiolò.
«Tua madre amava questa casa.»
«Lo so.»
«Tu no.»
«Non è vero.»
«Te ne sei andato.»
Quella frase cadde pesante.
Luca aveva lasciato il paese a ventisei anni.
All’inizio tornava ogni mese.
Poi ogni stagione.
Poi a Natale e a Pasqua.
Poi solo a Natale.
Il lavoro.
I figli.
Il traffico.
Gli impegni.
Le scuse degli uomini che pensano sempre di avere un altro fine settimana.
«Ti mandavo soldi,» disse Luca.
Pietro rise senza allegria.
«Non avevo bisogno dei tuoi soldi.»
«Papà…»
«Avevo bisogno di mio figlio.»
Silenzio.
La stufa scoppiettò.
Io rimasi sul tappeto, immobile.
Pietro parlò di nuovo.
«Quando eri piccolo e ti rompesti il braccio cadendo dal fienile, il medico disse che avrebbe dovuto rimetterlo a posto subito. Tu urlavi. Mi supplicavi di fermarlo.»
Luca non disse nulla.
«Io ti tenni stretto. E tu mi odiasti per cinque minuti.»
Pietro tirò su col naso.
«Ma quello era il mio compito. Fare la cosa difficile quando tu non riuscivi a farla da solo.»
Un’altra pausa.
«Credi che non sappia cosa significa pietà?»
Luca rispose:
«Credo che qualche volta confondiamo l’amore con la paura di restare soli.»
Fu la frase che spezzò Pietro.
Lo sentii dal modo in cui smise di respirare per un istante.
Il giorno dopo avevamo appuntamento dal veterinario.
A mezzogiorno.
Gli esseri umani pensano sempre di avere tempo fino a mezzogiorno.
Quella sera i bambini furono più gentili con me.
Matteo mi portò un pezzo di arrosto.
La piccola Elisa si sedette accanto a Pietro e disse:
«Brando poi va dalla nonna Ada?»
Pietro chiuse gli occhi.
«Non lo so.»
«Lei gli darà il prosciutto.»
Pietro sorrise appena.
«Quello sicuramente.»
Dormì nella poltrona accanto al mio tappeto.
Ogni volta che provavo a muovermi, mi metteva una mano sul fianco.
«Basta.»
La sua voce era bassissima.
«Hai lavorato abbastanza.»
Ma io non sapevo come si smette.
La mattina dopo Luca preparò una coperta nel bagagliaio.
Pietro insistette per portarmi lui.
Mi prese in braccio.
Una volta avrebbe sollevato il mio peso senza pensarci.
Adesso ogni passo era una lotta.
«Posso farlo io,» disse Luca.
Pietro lo fulminò con lo sguardo.
«Questo lo faccio io.»
Sul portico Matteo aveva ancora il telefono.
«Nonno…»
Pietro si fermò.
«Che c’è?»
«La gente sta litigando.»
«Su cosa?»
«Su di voi.»
Matteo gli mostrò lo schermo.
C’era chi diceva che Pietro non avrebbe dovuto farmi uscire.
Chi sosteneva che fosse stato irresponsabile.
Chi diceva che bisognava lasciarmi vivere il più possibile.
Chi diceva l’opposto.
Chi parlava di anziani, case di riposo, figli lontani, doveri.
Persone che non conoscevano Pietro.
Persone che non avevano mai visto me.
Persone che non avevano mai sentito il profumo del fieno d’estate o camminato nel cortile alle cinque del mattino.
Pietro lesse poche righe.
Restituì il telefono.
«La gente diventa coraggiosa quando non deve guardarti negli occhi.»
Salimmo in macchina.
Durante il viaggio passammo davanti alla vecchia trattoria chiusa.
Una volta profumava di soffritto già alle dieci del mattino.
Ora aveva le serrande abbassate.
Poi superammo il campo dei Gori.
Non c’erano più mucche.
Solo capannoni nuovi.
Più avanti c’era il piccolo caseificio dove Ada comprava la ricotta.
Chiuso anche quello.
Il paese stava cambiando.
Luca guardava fuori dal finestrino.
«Ti ricordi quando portammo Brando a casa?» chiese Pietro.
«Certo.»
«Aveva le orecchie troppo grandi.»
Luca sorrise.
«Mamma disse che sembrava un pipistrello.»
«E tu stavi partendo per Milano.»
Pietro accarezzò il mio collo.
«Tua madre pianse per una settimana.»
«Lo so.»
«Tu dicesti che ci serviva un cane perché la casa sarebbe sembrata vuota.»
«E tu dicesti che serviva perché non avevi intenzione di pagare qualcuno per tenere d’occhio le bestie.»
Pietro rise.
Per qualche secondo furono di nuovo padre e figlio.
Poi il sorriso sparì.
«Avresti potuto tornare più spesso.»
Luca strinse il volante.
«Lo so.»
«Mi mandavi soldi.»
«Papà…»
«Io non volevo soldi.»
«Lo so.»
Pietro guardò fuori.
«Adesso lo sai.»
Luca annuì.
«Adesso sì.»
Arrivammo all’ambulatorio.
Dentro odorava di disinfettante, paura e biscotti per cani.
La veterinaria, una donna sui cinquant’anni con occhi stanchi e gentili, ci fece entrare.
Pietro indicò il pavimento.
«Non mettetelo sul tavolo.»
Lei annuì.
Stese la coperta a terra e si sedette accanto a me.
«Allora tu sei Brando.»
Mi accarezzò il petto.
La sua mano era sicura.
Controllò le zampe.
Le anche.
La schiena.
Poi ascoltò il cuore a lungo.
Pietro la osservava come se da ogni suo movimento dipendesse il mondo.
Infine lei si sedette meglio.
«La bufera non ha creato il problema.»
Pietro trattenne il respiro.
«Lo ha fatto emergere.»
Gli spiegò che le mie articolazioni erano molto compromesse.
Che probabilmente nascondevo il dolore da tempo.
Pietro impallidì.
«Nascondeva il dolore?»
«I cani da lavoro spesso lo fanno.»
Lei mi accarezzò.
«Vanno avanti finché possono.»
Luca guardò suo padre.
La veterinaria continuò.
«Possiamo provare con farmaci e riposo. Potrebbe avere ancora qualche giornata buona. Ma avrà difficoltà ad alzarsi, camminare, controllare i bisogni. E il rischio di cadute aumenterà.»
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