Poi le si metteva accanto.
Sembrava un gesto affettuoso.
Noi lo chiamavamo «il suo bacino della buonanotte».
Ci sbagliavamo anche su quello.
Il quarto giorno una famiglia venne per Mina.
Tobia restò nel box.
Mina resistette meno di un minuto nella stanza degli incontri.
Poi corse contro la porta e cominciò a cercarlo.
La famiglia rinunciò.
Due giorni dopo arrivò una coppia.
Avrebbero preso volentieri Mina, ma vivevano al terzo piano e non potevano gestire Tobia.
Quando vidi il guinzaglio comparire, accadde la stessa cosa.
Tobia spinse Mina verso di loro.
Lei rifiutò di seguirli.
La coppia scelse un altro cane.
Fu allora che cominciai a pensare che quei due fossero impossibili da adottare.
Insieme costavano troppo.
Separati stavano male.
Poi arrivò Teresa.
Suo marito Vittorio era morto da sedici mesi.
Erano stati insieme cinquantadue anni.
Tre cani in tutta la vita, sempre uno alla volta.
Teresa aveva aspettato un anno prima di cercarne un altro.
«Mi sembrava di tradirlo» mi confessò.
Poi fece una smorfia.
«Che stupidaggine. Un cane mica sostituisce un uomo che per cinquant’anni mi ha chiesto dove tenevo il sale.»
Sorrisi.
Lei no.
«Io voglio soltanto che qualcuno abbia bisogno di me prima dell’ora di pranzo.»
Marco aveva accettato.
Ma aveva posto una condizione.
Uno solo.
Piccolo.
Marco aveva le sue ragioni.
Dopo la morte di Vittorio aveva cominciato a controllare ogni rischio nella vita della madre.
Aveva messo maniglioni nel bagno.
Luci automatiche in corridoio.
Un pulsante d’emergenza vicino al letto.
Voleva perfino che Teresa vendesse la casa e si trasferisse nell’appartamento sopra la sua officina.
Lei si rifiutava.
«In quella casa sono nati i vostri primi raffreddori, ho fatto quaranta Natali e vostro padre ha lasciato buchi nei muri che nessun imbianchino saprà mai spiegare. Io da lì non mi muovo.»
Più Marco cercava di proteggerla, meno Teresa gli raccontava.
La storia di Tobia fece esplodere tutto.
Quella sera Marco mi telefonò.
«Mia madre dice che il cane grosso le ha regalato quello piccolo.»
«È sembrato così.»
«Un cane non può ragionare in quel modo.»
Guardai verso il box.
Tobia dormiva contro la parete.
Mina era incastrata tra lui e il cancelletto.
«Fino a ieri avrei detto la stessa cosa.»
Marco mi chiese quanto avrebbe mangiato.
Quanto sarebbero costate le medicine.
Quanto poteva vivere.
Se avrebbe camminato ancora.
Se qualcuno lo avrebbe adottato.
A quell’ultima domanda esitai.
Marco capì.
Alle dieci Teresa gli mandò la foto scattata attraverso il vetro.
Tobia nell’angolo.
Mina al guinzaglio.
Marco la chiamò.
«Mamma, cosa vuoi che faccia con questa foto?»
«Guardala.»
«La sto guardando.»
«No. Stai facendo i conti.»
Poi Teresa gli raccontò una cosa che non gli aveva mai detto.
La sera prima che Vittorio morisse, in ospedale, aveva chiesto alla moglie di portare a casa le sue vecchie scarpe marroni.
Teresa aveva una borsa piccola.
Vittorio aveva infilato dentro le scarpe il suo orologio, un fazzoletto e la sciarpa della moglie.
Poi le aveva spinto il sacchetto verso le mani.
Lei glielo aveva restituito.
Lui glielo aveva spinto di nuovo.
«Tuo padre sapeva che non potevo portarmi via tutto» disse Teresa al figlio. «Così mi ha dato quello che pensava mi sarebbe servito.»
Marco rimase zitto.
«Quel cane ha fatto la stessa cosa.»
Marco si arrabbiò.
Un cane non era suo padre.
Un rifugio non era una stanza d’ospedale.
Eppure alle undici e mezza scese nella sua officina.
Prese una tavola di legno.
Cominciò a costruire una rampa.
Ci lavorò quasi tutta la notte.
Traverse ogni quindici centimetri.
Un vecchio tappeto antiscivolo incollato sopra.
Due bordi laterali.
Alle quattro la caricò sul furgone.
Ma mentre Marco costruiva quella rampa, nel nostro rifugio succedeva qualcosa che avrebbe cambiato il significato di tutto.
Alle due e trentasei Mina urtò la ciotola.
La volontaria notturna entrò.
La cagnolina era rigida.
Le zampe anteriori dritte.
La testa inclinata.
Tobia le stava davanti.
Non la lasciava andare verso il cancelletto.
Dopo pochi secondi Mina batté le palpebre e si sedette.
Tobia infilò il naso sotto le sue costole.
Poi entrambi tornarono a dormire.
La volontaria annotò:
«Breve episodio d’ansia.»
Il mattino dopo osservai Tobia con attenzione.
Feci rotolare una pallina.
Mina la seguì con gli occhi.
Tobia no.
Mossi una mano davanti al suo viso.
Niente.
Aprii un sacchetto di biscotti.
La testa si girò immediatamente verso il rumore.
Chiamai il veterinario.
Dopo alcuni test la risposta fu semplice.
«Non sta perdendo la vista.»
Mi guardò.
«L’ha già persa quasi tutta.»
Tobia distingueva la luce.
Forse grandi forme.
Nient’altro.
Mina entrò nella stanza.
Gli toccò la spalla sinistra.
Girò verso la porta.
Tobia la seguì senza urtare il mobile contro cui era andato a sbattere pochi minuti prima.
La mattina dopo Teresa arrivò con due guinzagli.
Marco con la rampa.
«Ho portato il numero giusto» disse Teresa davanti al box.
Tobia riconobbe il rumore del bastone.
Si alzò.
Mina appoggiò la zampa bianca sulla sua gamba.
Nella stanza degli incontri Teresa mise i due guinzagli sulle ginocchia.
Marco aveva con sé un foglio pieno di numeri.
Cibo.
Medicine.
Controlli.
Spese impreviste.
«Mamma, questo cane pesa quasi quanto te.»
«Ha un nome.»
«Lo so.»
«Allora chiamalo Tobia.»
Marco sospirò.
«Tobia pesa quasi quanto te.»
Teresa agganciò il primo guinzaglio a Mina.
Tobia abbassò la testa.
Poi agganciò il secondo a lui.
Il vecchio cane rimase immobile.
Annusò prima un moschettone.
Poi l’altro.
Cercò Mina.
Le appoggiò il muso sul collo.
La coda di Mina batté il pavimento.
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