Una sola volta.
Marco guardò il suo foglio.
«Le spese di Tobia le pago io.»
Teresa lo fissò.
«Non devi.»
«Non sto chiedendo il permesso.»
«Finalmente hai imparato qualcosa da tuo padre.»
Marco fece finta di non sentire.
Aveva anche deciso di dormire a casa della madre per qualche giorno.
«Solo finché capiamo come organizzare tutto.»
«Tu odi il mio divano.»
«Porto un materasso.»
«Odi il mio caffè.»
«Porto anche quello.»
Diciassette mesi di distanza tra madre e figlio non si cancellarono in quella stanza.
Ma sul furgone c’erano già la rampa, una borsa e due guinzagli.
Alle dieci e quarantadue Teresa firmò entrambe le adozioni.
Mina uscì per prima.
Tobia si bloccò sulla soglia.
Lei tornò indietro.
Gli toccò la spalla sinistra.
Lui avanzò.
I due guinzagli blu si incrociarono sul pavimento.
Pensavamo che quello fosse il lieto fine.
Alle una e trentasette della notte successiva Tobia cominciò a colpire con le zampe la porta della camera di Teresa.
Tre colpi.
Bum.
Bum.
Bum.
Marco si svegliò sul divano.
Tobia ansimava nel corridoio.
Mina non c’era.
Il cane girò verso la cucina, urtò la parete e ricominciò a muoversi.
Marco lo seguì.
Mina era sotto il tavolo.
Aveva il corpo rigido.
Le zampe tremavano.
Tobia si sdraiò accanto a lei e si mise tra il suo corpo e il mobile della cucina.
Il tutto durò meno di un minuto.
Fu una crisi convulsiva.
Alla clinica scoprirono che uno dei medicinali trovati nel sacchetto della vecchia proprietaria era proprio per Mina.
Noi non lo avevamo capito.
La mattina seguente tornai al rifugio.
Presi la busta bagnata di Lidia.
La aprii completamente.
Due fogli erano rimasti incollati.
Li separai piano.
Sul secondo c’era scritto:
«Tobia vede la luce, ma non distingue gli ostacoli. Mina cammina alla sua sinistra e lo guida. Non separateli.»
Sotto, due righe erano sottolineate.
«Mina ha crisi improvvise. Tobia se ne accorge qualche minuto prima. Lei è i suoi occhi. Lui è il suo allarme.»
Mi sedetti sul pavimento.
Continuai a leggere.
Quando Tobia aveva iniziato a perdere la vista, Lidia aveva insegnato a Mina a camminare accanto alla sua spalla sinistra.
All’inizio usava bocconcini e una piccola fascia tra le pettorine.
Poi non era più servita.
Mina aveva imparato.
Tobia, invece, aveva imparato da solo a riconoscere le crisi di Mina.
Prima che iniziassero, annusava il suo fianco.
Le stava vicino.
La bloccava lontano dalle scale o dai mobili duri.
Improvvisamente ogni gesto visto negli ultimi undici giorni ebbe un significato.
Il naso sotto le costole.
Il corpo davanti al cancelletto.
Mina sempre a sinistra.
Il modo in cui Tobia la seguiva.
Non erano soltanto due cani affezionati.
Erano diventati l’uno ciò che mancava all’altra.
Lei vedeva per lui.
Lui sentiva arrivare il pericolo per lei.
Poi arrivai all’ultima frase.
Lidia l’aveva scritta più forte.
«Se un giorno qualcuno potrà salvarne soltanto uno, prendete Mina. Tobia farà la stessa scelta.»
Mi si chiuse lo stomaco.
Tobia l’aveva fatta.
Quando aveva sentito chiudersi quel solo guinzaglio, aveva spinto Mina verso Teresa.
Era disposto a restare quasi cieco in un box pur di mandare via lei.
La stessa cagnolina che gli permetteva di attraversare una porta senza sbattere.
La chiamai.
Rispose Marco dalla clinica.
Lessi la lettera.
Quando arrivai all’ultima frase sentii una sedia muoversi.
Poi Marco disse:
«Mamma chiede se può avere una copia.»
«Vi porto l’originale.»
Sentii Teresa parlare in lontananza.
Marco rimase in silenzio.
«Dice di no. L’originale deve restare nel fascicolo.»
«Perché?»
La risposta di Teresa arrivò chiara.
«Perché può servire se un giorno qualcuno dimentica di guardarli davvero.»
Marco rimase a casa della madre per quella che definì «una settimana».
Ci restò tre mesi.
Mise tappeti antiscivolo nei corridoi.
Un piccolo campanello vicino alla porta del giardino aiutava Tobia a orientarsi.
Le ciotole rimasero sempre nello stesso punto.
Gli spigoli furono coperti.
Nessuno poteva spostare una sedia senza essere rimproverato da Teresa.
«Quel cane ha imparato la casa meglio di voi. Le cose adesso restano dove sono.»
Mina imparò tutto in un pomeriggio.
Tobia imparò seguendo Mina.
Ogni mattina alle sei e un quarto andava in cucina seguendo il profumo del caffè.
Alle otto dormiva sotto il tavolo mentre Teresa faceva le parole crociate con la penna, mai con la matita.
A mezzogiorno aspettava davanti al frigorifero perché lì dentro c’era il boccone con la medicina di Mina.
Nel pomeriggio uscivano per il giro del quartiere.
All’inizio Marco teneva Tobia.
Teresa teneva Mina.
A guardarli da lontano sembravano una piccola processione.
La donna con il bastone.
La cagnolina davanti.
Il gigante quasi cieco dietro di lei.
Marco in coda con i sacchetti e la faccia di chi voleva far credere di non controllare nulla.
I vicini iniziarono a conoscerli.
Il pensionato del primo piano lasciava una ciotola d’acqua davanti al cancello.
La signora della merceria teneva da parte vecchi tappeti che Marco usava per rendere meno scivoloso il pavimento.
Il proprietario della piccola ferramenta tagliò gratuitamente due listelli per sistemare la rampa.
Nessuno fece grandi discorsi.
Era il modo di quel quartiere.
Una vite.
Un pezzo di tappeto.
Una ciotola.
Una mano appoggiata sul cancello.
Piccole cose.
Quelle che spesso tengono insieme una vita quando le grandi promesse non bastano.
Dieci giorni dopo l’adozione Tobia segnalò una nuova crisi.
Dormiva vicino al termosifone.
All’improvviso alzò la testa.
Andò da Mina.
Annusò il fianco.
Poi si mise davanti al corridoio.
Mina sembrava normale.
Scodinzolava.
Teresa non esitò.
Abbassò le luci.
Spostò una sedia.
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