Quando finì, Anna guardò me.
— Signor Giulio, perché per lei è così importante portare questo cane?
Pensai alla lettera.
Alla casa vuota.
A Teresa.
Alle mattine in cui Bruno appoggiava il muso sulle mie ginocchia prima ancora che aprissi completamente gli occhi.
— Perché quando tutti mi passano accanto, lui si ferma.
Anna rimase immobile.
Poi chiuse la cartellina.
— Voglio conoscerlo.
Matteo si voltò di scatto.
— Davvero?
— Non sto promettendo niente. Voglio conoscerlo.
Due giorni dopo portammo Bruno.
Il corridoio della residenza profumava di detergente e minestra.
Bruno camminava lentamente accanto alla mia sedia.
Alcuni ospiti sorridevano.
Altri si ritraevano.
Un uomo commentò:
— Ci mancavano pure i cani.
Luca non rispose male.
Disse soltanto:
— Capisco.
Poco più avanti, una donna minuta sulla sedia a rotelle allungò una mano.
— Posso?
Annuii.
Bruno le appoggiò il muso sulle dita.
La donna iniziò a piangere.
— Ne avevo uno anch’io.
Nessuno seppe cosa dire.
Bruno rimase lì.
Fermo.
Quando entrammo nella stanza che sarebbe diventata la mia, mi prese lo sconforto.
Un letto.
Un armadio.
Una cassettiera.
Una finestra.
Tutto pulito.
Tutto corretto.
Niente mio.
Bruno annusò il pavimento.
Fece un giro.
Poi si sdraiò accanto alla mia sedia a rotelle con un sospiro.
Come se avesse detto:
“Se sei qui tu, allora casa è qui.”
Anna lo osservò.
— Facciamo trenta giorni di prova.
Matteo spalancò gli occhi.
Io non respirai.
— Davvero?
— A una condizione.
Elencò le regole.
Passeggiate organizzate.
Pulizia.
Guinzaglio negli spazi comuni.
Una persona di riferimento nel caso io fossi ricoverato.
Luca sollevò la cartellina.
— Abbiamo già tutto.
Anna sorrise per la prima volta.
— Immaginavo.
Nel parcheggio Matteo rimase zitto a lungo.
Poi disse:
— Non credevo accettassero.
Lo guardai.
— Forse non volevi nemmeno crederlo.
Abbassò gli occhi.
Pensavo si sarebbe arrabbiato.
Invece si mise una mano sul viso.
Quando la tolse, aveva gli occhi lucidi.
— Papà, io ho paura.
Non sentivo mio figlio dirlo da quando aveva dodici anni.
— Di cosa?
— Che succeda qualcosa quando non ci sono. Che cada. Che stia male. Che io arrivi troppo tardi.
La voce gli si spezzò.
— Prima la mamma. Adesso tu.
Finalmente capii.
Matteo non voleva portarmi via Bruno perché non gli importava.
Voleva eliminare qualunque cosa non riuscisse a controllare.
Pensava che, riducendo i rischi, avrebbe ridotto anche il dolore.
Gli presi il polso.
— Figlio mio, non puoi rendere la vita sicura togliendole tutto quello che la rende vita.
Matteo pianse.
Non molto.
Gli uomini della nostra famiglia non sono mai stati bravi a farlo.
Poi guardò Luca.
— Grazie.
Luca fece un cenno.
Niente discorsi.
Niente vittorie.
Solo due uomini che per qualche secondo smisero di difendersi.
La mia prima notte nella residenza, Bruno dormì su una coperta accanto al letto.
Alle nove entrò un’operatrice per controllare che fosse tutto a posto.
Quando vide Bruno sorrise.
— Sei tu quello famoso?
Bruno non aprì nemmeno gli occhi.
Lei rise piano.
Poi guardò me.
— Sa una cosa? Qui discutono degli animali da anni. C’è chi li considera un problema e chi dice che sono l’unica ragione per cui alcuni ospiti scendono dal letto.
Indicò il corridoio.
— Stasera metà piano ha chiesto quando può venire a salutarlo.
Quando uscì rimasi al buio.
Ascoltai Bruno respirare.
E pensai a Teresa.
“L’amore non è nato per essere comodo.”
La settimana successiva ricevetti una telefonata inattesa.
Era l’addetta dello svuota-casa.
— Giulio, si ricorda quella signora della poltrona?
Come dimenticarla.
— Vorrebbe parlarle.
Rimasi in silenzio.
— Dice che vuole scusarsi.
La donna mi chiamò quella sera.
La sua voce non assomigliava per niente a quella della mia memoria.
Era piccola.
Insicura.
— Signor Giulio, mi dispiace.
Non risposi subito.
— Non avevo capito che fosse il suo cane.
— Io ero nella stanza.
Silenzio.
— Sì.
Inspirò.
— Adesso l’ho capito.
Mi raccontò che, dopo il video, molte persone l’avevano insultata.
Le avevano scritto cose terribili.
Alcuni avevano augurato a lei di diventare vecchia e sola.
Sentii una strana amarezza.
Per giorni avevo desiderato che qualcuno le facesse capire quanto mi aveva ferito.
Ma quello non era capire.
Era soltanto altra crudeltà.
— Signora, ascolti.
— Sì.
— Non voglio che qualcuno le faccia quello che lei ha fatto a me.
Pianse.
— Mi dispiace davvero.
— Allora la prossima volta guardi meglio.
— Come?
— Quando entra in una stanza, non guardi soltanto quello che vuole comprare.
Feci una pausa.
— Guardi chi c’è dentro.
Lei rimase in silenzio.
Poi disse:
— Lo farò.
Chiusi la chiamata.
Nessun grande perdono.
Nessuna musica.
Nella vita vera certe cose finiscono semplicemente con due persone che decidono di essere un po’ meno dure la prossima volta.
Un mese dopo, la prova di Bruno terminò.
Anna venne nella mia stanza con alcuni fogli.
— Ho una notizia.
Il mio cuore accelerò.
Bruno dormiva vicino alla finestra.
— Può restare.
Chiusi gli occhi.
Forse qualcuno pensa che a ottantaquattro anni non esistano più notizie capaci di cambiarti la vita.
Si sbaglia.
Telefonai a Matteo.
Arrivò quella domenica con una teglia di lasagne preparata da sua moglie.
Luca portò il pane.
Carla la vicina arrivò con una torta di mele.
Anna ci lasciò usare un tavolo nella piccola sala comune.
Fu il primo pranzo della domenica, dopo anni, che non mi fece pensare soltanto a quello che avevo perso.
A un certo punto Matteo tirò fuori dalla borsa una cornice.
Dentro aveva messo la lettera di Teresa.
Non l’originale.
Una copia.
— Pensavo potessi tenerla qui.
La appoggiai sul comodino.
— Tua madre direbbe che abbiamo speso troppo per la cornice.
Matteo rise.
— Direbbe che potevamo prenderla al mercato.
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