Aveva guardato quel muso diventare grigio un anno alla volta.
Poi gli occhi si erano velati.
Le zampe erano diventate più lente.
E un giorno tutto quello che per quattordici anni era stato affetto, compagnia, famiglia, era diventato scomodità.
Anna pronunciò una frase che non ho dimenticato.
«La cecità non gli avrebbe impedito di vivere nella sua vecchia casa.»
Si tolse gli occhiali.
«Anzi. È proprio la casa che conosceva il posto migliore per lui.»
I cani ciechi imparano la disposizione dei mobili.
Contano i passi.
Memorizzano gli odori.
Sanno dov’è la cuccia, dov’è l’acqua, dov’è la porta.
Ettore non aveva bisogno di vedere il corridoio nel quale aveva camminato per anni.
Quel corridoio lo conosceva.
«Non è diventato incapace di vivere», disse Anna.
«È diventato più impegnativo per qualcuno.»
Rimasi in silenzio.
Pensai a mia madre.
Negli ultimi anni camminava piano.
Quando andavamo al mercato mi faceva fermare ogni cinquanta metri.
Io avevo sempre fretta.
Figli, lavoro, bollette, telefonate.
Una volta mi disse: «Lo so che ti rallento.»
Quella frase mi tornò addosso mentre guardavo Ettore.
Perché forse è questo che spaventa davvero quando invecchiamo.
Non la ruga.
Non gli occhiali.
Non il bastone.
La paura di diventare quello che rallenta gli altri.
Quello per cui bisogna aspettare.
Quello che ha bisogno di essere accompagnato.
La nostra generazione è cresciuta con i nonni in cucina, il letto aggiunto nella stanza, la zia che viveva al piano di sopra.
Non era sempre idilliaco.
Si litigava.
Eccome se si litigava.
Però certe fragilità restavano dentro le mura di casa.
Oggi abbiamo vite più veloci, appartamenti più piccoli e calendari pieni.
Ma una domanda resta uguale.
Che cosa facciamo di chi non riesce più a stare al nostro passo?
Ettore sembrava avere una risposta molto più semplice della nostra.
Continuare a voler bene.
La prima notte dormì a casa mia.
Gli preparai un angolo in cucina con una coperta spessa.
Spostai le sedie per creare un percorso libero tra la ciotola dell’acqua e la porta del cortile.
Mi aspettavo agitazione.
Invece girò per la stanza lentamente, urtò una volta contro il mobile, tornò indietro, annusò tutto.
Dopo venti minuti conosceva già metà cucina.
Quando accesi la televisione, venne verso il suono e si sdraiò vicino ai miei piedi.
Alle undici mi alzai per andare a letto.
Sentì i passi.
Si alzò anche lui.
«No, Ettore, resta pure.»
Mi seguì.
Nella mia camera si sistemò vicino alla porta.
Come se avesse sempre dormito lì.
Durante la notte mi svegliai due volte.
Entrambe le volte sentii il suo respiro.
E pensai che la mattina precedente quel cane si era svegliato probabilmente nella casa che conosceva da anni.
Non sapeva che sarebbe stata l’ultima volta.
Nei giorni successivi pubblicammo la sua storia sulla pagina locale dei volontari.
Non scrivemmo accuse.
Non avevamo prove su chi l’avesse lasciato.
Mettemmo soltanto i fatti.
Cane anziano.
Cieco.
Ritrovato all’isola ecologica.
Buono con tutti.
Compatibile con una vita tranquilla.
Cercava una casa dove passare il tempo che gli restava.
Le reazioni furono tantissime.
Qualcuno scrisse parole arrabbiate.
Altri dissero che non avrebbero mai adottato un cane così anziano perché sarebbe stato troppo doloroso perderlo presto.
Capivo anche loro.
Poi, tre giorni dopo, telefonò un uomo.
«Sono Cesare.»
La voce era profonda, lenta.
«Ho settantotto anni. Vorrei conoscere quel cane.»
Gli spiegai subito tutto.
L’età.
La cecità.
Il soffio al cuore.
Le possibili spese veterinarie.
Cesare mi lasciò parlare.
Poi disse:
«Signora Laura, sono cieco anch’io.»
Rimasi zitta.
Aveva perso la vista gradualmente negli ultimi dodici anni.
Una malattia degenerativa.
All’inizio aveva smesso di guidare.
Poi di leggere.
Poi aveva iniziato a riconoscere le persone dalla voce.
Viveva solo da quando sua moglie, Teresa, era morta quattro anni prima.
I figli abitavano lontano, uno al Nord e una in una città di mare.
Lo chiamavano spesso.
Venivano quando potevano.
Ma la sera, mi disse, la casa diventava enorme.
«Mi avevano consigliato un cane giovane.»
Fece una piccola risata.
«Ma io non cerco qualcuno che lavori per me. Cerco qualcuno che mi faccia compagnia.»
Poi aggiunse:
«Quando ho letto la storia di Ettore, ho pensato che forse due vecchi che non vedono più tanto bene possono capirsi.»
Il giorno dopo portai Ettore a casa sua.
Cesare viveva in un quartiere vecchio, di quelli dove i balconi sono quasi abbastanza vicini da permettere alle vicine di parlare senza telefonarsi.
Al piano terra c’era una piccola merceria.
Dall’altra parte della strada un forno.
Davanti al portone due sedie di plastica dove, nel pomeriggio, si sedevano sempre gli stessi pensionati.
Quando arrivammo, metà quartiere sapeva già perché eravamo lì.
«È lui?»
«È arrivato il cane?»
«Cesare, fammelo vedere!»
Cesare uscì sulla porta appoggiandosi al bastone.
«Lasciatelo respirare, povera bestia.»
Rideva.
Ettore sentì quella voce.
Si fermò.
Cesare tese lentamente la mano.
Non poteva vedere Ettore.
Ettore non poteva vedere Cesare.
Per qualche secondo rimasero lì, uno davanti all’altro, due creature che il resto del mondo avrebbe definito fragili.
Poi Ettore annusò la mano.
Cesare gli toccò il muso.
«Madonna, quanto sei vecchio.»
Ettore gli leccò le dita.
Cesare sorrise.
«Perfetto. Anch’io.»
Entrammo.
La casa sembrava costruita apposta per un cane cieco.
Ogni cosa era sempre nello stesso posto.
Nessun tappeto arrotolato.
Nessun mobile messo in mezzo al passaggio.
Le sedie allineate.
Il tavolo a una distanza precisa dalla parete.
Cesare conosceva quella casa attraverso la memoria.
Quattro passi dal divano al corridoio.
Sette fino alla cucina.
Tre dalla porta al mobile basso.
Era esattamente quello di cui Ettore aveva bisogno.
All’inizio qualcuno ebbe dei dubbi.
«Ma come fanno?»
«Se il cane sta male, Cesare come se ne accorge?»
«E per uscire?»
In teoria sembrava una combinazione assurda.
Un uomo cieco di settantotto anni e un cane cieco di quattordici.
Chi avrebbe guidato chi?
La risposta arrivò molto presto.
Nessuno.
Imparavano a muoversi insieme.
Cesare parlava molto mentre camminava per casa.
Lo faceva già prima dell’arrivo di Ettore.
Era un’abitudine sviluppata dopo aver perso la vista.
«Vado in cucina.»
«Attento, apro la porta.»
«Adesso mi siedo.»
Per Ettore quella voce era una bussola.
Seguiva Cesare attraverso il suono.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





