Abbandonato cieco tra i rifiuti, il vecchio Ettore sentì dei passi e fece qualcosa che spezzò il cuore

Cesare, invece, imparò a riconoscere il rumore delle unghie di Ettore sul pavimento.

Un passo lento significava che stava esplorando.

Tre passi veloci significavano che aveva sentito aprire il frigorifero.

Il silenzio improvviso significava che si era addormentato.

La notte dormivano nella stessa stanza.

Cesare sul letto.

Ettore sul tappeto accanto.

E ogni mattina cominciavano con lo stesso rituale.

Cesare metteva la moka sul fornello.

Ettore aspettava vicino alla cucina.

Poi uscivano.

Fu lì che entrò in gioco il quartiere.

All’inizio avevo paura che Cesare si stancasse.

Un cane anziano aveva bisogno di controlli, medicine, passeggiate brevi ma regolari.

Non poteva gestire tutto da solo.

Ma in quei vecchi palazzi successe qualcosa che mi ricordò l’Italia in cui ero cresciuta.

Quella dove magari non sapevi il cognome del vicino, però sapevi che alle cinque aveva bisogno della macchina per andare dal medico.

Rosa, la proprietaria della merceria, iniziò a portare Ettore fuori alle due del pomeriggio.

«Tanto chiudo mezz’ora.»

Gianni del forno teneva da parte un pezzetto di pane senza sale perché Cesare glielo dava come premio, dopo aver chiesto il permesso alla veterinaria.

Antonio, pensionato e vedovo, si offrì di accompagnarli alle visite.

«Ho la macchina ferma tutto il giorno. Almeno serve a qualcosa.»

Una ragazzina del palazzo di fronte bussava il sabato.

«Posso fare un giro con Ettore e mio papà?»

Il padre aspettava dietro di lei.

Ettore, senza saperlo, rimise in movimento un intero pezzo di quartiere.

Cesare cominciò a scendere più spesso.

Prima usciva soltanto per le necessità.

Adesso alle cinque si sedeva davanti al portone con Ettore ai piedi.

Le persone si fermavano.

Gli anziani soprattutto.

«Come sta il tuo socio?»

«Mangia più di me», rispondeva lui.

Qualcuno portava una vecchia coperta.

Qualcuno una ciotola.

Una signora arrivò con un impermeabile per cani troppo piccolo.

«Era di quello di mia sorella.»

Cesare lo toccò con le mani.

«Questo a Ettore arriva forse a metà schiena.»

Risero tutti.

Per una volta il vecchio cane che qualcuno aveva considerato un peso era diventato il centro di qualcosa.

Non era utile nel senso in cui spesso usiamo quella parola.

Non faceva la guardia.

Non vedeva.

Non correva.

Non poteva imparare grandi cose.

Eppure faceva una cosa che nessuno aveva previsto.

Costringeva le persone a fermarsi.

E, fermandosi, quelle persone tornavano a parlarsi.

Io andavo a trovarli ogni settimana.

Un pomeriggio trovai Cesare seduto in poltrona con Ettore addormentato sulle sue pantofole.

La radio trasmetteva vecchie canzoni.

Sul tavolo c’erano due tazzine.

«Aspettavi qualcuno?»

«È passato Antonio.»

Poi sorrise.

«Da quando è arrivato questo delinquente qui dentro non riesco più a stare solo neanche volendo.»

Mi sedetti.

Ettore sollevò appena la testa riconoscendo la mia voce.

La coda batté una volta sul pavimento.

Era ingrassato quasi due chili.

Il pelo sembrava più lucido.

Camminava per la casa senza urtare praticamente nulla.

«Come va veramente?» chiesi.

Cesare continuò ad accarezzargli il collo.

«Sai qual è la cosa buffa?»

«Dimmi.»

«La gente mi domanda sempre come facciamo, noi due ciechi.»

Restai ad ascoltare.

«Come se la vista fosse l’unico modo di sapere dove sta qualcuno.»

Abbassò una mano.

Ettore gli cercò immediatamente le dita con il muso.

«Io so dov’è lui dal rumore delle zampe. Lui sa dove sono io dalla voce.»

Sorrise.

«Quando rientro, mi riconosce prima ancora che apra la porta.»

Quelle parole mi riportarono all’isola ecologica.

Al rumore dei miei passi.

Alla testa sollevata.

Alla coda che cominciava lentamente a muoversi.

Per giorni avevo considerato quel momento soltanto triste.

Un cane che sperava nel ritorno di chi lo aveva lasciato.

Poi cominciai a vederlo diversamente.

Quella speranza raccontava anche qualcos’altro.

Per quattordici anni, probabilmente, Ettore aveva imparato che i passi delle persone portavano cose buone.

Una ciotola.

Una passeggiata.

Una carezza.

Qualcuno che tornava a casa.

Un cane non aspetta in quel modo se non ha imparato prima ad aspettarsi il bene.

La tragedia era proprio quella.

Qualcuno aveva costruito la sua fiducia per anni.

Poi, in un singolo giorno, l’aveva tradita.

Eppure Ettore non aveva permesso a quell’ultima mattina di cancellare tutto il resto.

Quando ero arrivata, mi aveva dato fiducia.

Quando aveva incontrato Cesare, l’aveva fatto di nuovo.

Non perché fosse stupido.

Non perché non capisse la paura.

Ma perché evidentemente quattordici anni di fiducia erano più forti di qualche ora di abbandono.

Una sera Anna, la veterinaria, venne con me a controllarlo.

Dopo la visita rimase a grattargli piano le orecchie.

«Sai cosa penso?» disse.

«Che questo cane vede molto meglio di parecchia gente.»

Cesare rise.

«Allora siamo già in due.»

Anna continuò.

«No, sul serio. Lui non vede una sedia. Non vede una porta. Ma riconosce subito una mano buona.»

Rimasi in silenzio.

Cesare appoggiò la testa contro lo schienale.

«Forse perché quando smetti di vedere le facce», disse, «cominci a prestare più attenzione a tutto il resto.»

Passarono i mesi.

Arrivò la primavera.

Poi l’estate.

Ettore rallentava, ma sembrava felice.

Il suo momento preferito era la domenica.

I figli di Cesare avevano iniziato a tornare più spesso.

Non ogni settimana.

La vita non funziona come nei film.

C’erano chilometri, lavoro, famiglie.

Ma una domenica al mese cercavano di esserci.

La figlia arrivava con una teglia di pasta al forno.

Il figlio portava il vino.

Rosa scendeva dalla merceria con una crostata.

Antonio diceva che passava «solo per salutare» e restava tre ore.

Ettore dormiva sotto il tavolo.

Ogni tanto qualcuno gli allungava qualcosa e Cesare protestava.

«Non ingrassatelo troppo!»

«Parla quello che ha mangiato tre porzioni.»

«Io sono anziano, devo tenermi in forze.»

Risate.

Piatti.

Bicchieri.

Voci sovrapposte.

Quella confusione familiare che per molti di noi significa casa.

Una domenica rimasi anch’io.

A un certo punto Cesare si alzò per andare in cucina.

Non prese il bastone.

Appoggiò una mano al muro.

Ettore si alzò contemporaneamente.

Camminarono uno accanto all’altro lungo il corridoio.

Nessuno guidava nessuno.

Conoscevano il percorso.

Quando arrivarono alla porta della cucina, Ettore si fermò per primo.

Cesare gli appoggiò una mano sulla schiena.

«Siamo arrivati, vecchio mio.»

Mi venne da sorridere.

Pensai all’assurdità di tutto.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto