Accettai di tenere un vecchio gatto per una sola notte; all’alba mi salvò la vita e costrinse tutto il quartiere a guardarmi davvero
«Signor Vittorio? Signor Vittorio, mi sente?»
La voce di Giovanna arrivava da qualche parte sopra di me, ma sembrava lontanissima.
Ero steso sul pavimento del corridoio, con la guancia contro le piastrelle fredde e il braccio destro che non voleva obbedire.
Accanto alla mia testa, Ruggine urlava come se la casa stesse andando a fuoco.
Non miagolava.
Urlava.
Correva dalla porta d’ingresso a me, da me alla porta, graffiando il legno e buttando giù tutto quello che incontrava.
Era arrivato a casa mia appena dodici ore prima.
E io avevo già deciso che la mattina dopo lo avrei riportato al rifugio.
Almeno, quello era il piano.
Avevo settantadue anni e vivevo solo da tre.
Mia moglie Teresa era morta dopo quarantasei anni di matrimonio, e da allora avevo scoperto una cosa che nessuno ti racconta quando sei giovane.
Una casa vuota fa rumore.
Il frigorifero ronza troppo forte.
I tubi scattano dentro i muri.
La televisione parla a una stanza che non risponde.
La moka borbotta per una persona sola e sembra quasi offendersi.
Perfino il tuo colpo di tosse, dopo un po’, ti sembra quello di un estraneo.
Abitavo ancora nell’appartamento dove Teresa e io avevamo cresciuto nostra figlia Laura, al secondo piano di una palazzina alla periferia di Parma.
Era una di quelle case costruite negli anni Settanta, con i balconi stretti, le tende da sole scolorite e i vicini che sanno chi sei anche quando fingono di farsi gli affari propri.
Una volta il quartiere era diverso.
La domenica si sentiva il profumo del ragù salire dalle finestre già alle nove del mattino.
I bambini giocavano nel cortile.
Gli uomini scendevano a discutere davanti al cancello.
Le donne si prestavano il prezzemolo, il sale, qualche teglia.
Adesso molte porte restavano chiuse.
I figli erano andati via.
Qualcuno a Milano, qualcuno a Bologna, qualcuno all’estero.
Ci salutavamo ancora, certo.
Ma velocemente.
Come se anche voler bene avesse bisogno di appuntamento.
Io avevo il diabete, le ginocchia rovinate e una figlia che viveva a quasi tre ore di macchina.
Laura mi telefonava appena poteva.
Io rispondevo sempre la stessa cosa.
«Sto bene.»
Era diventata una specie di parola d’ordine.
Sto bene.
Anche quando mangiavo minestrone direttamente dalla pentola perché apparecchiare per uno mi sembrava una presa in giro.
Sto bene.
Anche quando lasciavo accesa la televisione solo per sentire voci.
Sto bene.
Anche quando la domenica mettevo due tovagliette sul tavolo senza accorgermene e poi rimanevo fermo a guardarle.
Ruggine entrò nella mia vita per colpa di Giovanna.
Lei abitava nell’appartamento accanto al mio e aveva sessant’anni, un lavoro in un forno del quartiere e l’abitudine di alzarsi quando il resto del mondo dormiva ancora.
Una mattina mi fermò sulle scale.
«Vittorio, al piccolo rifugio fuori città cercano persone disposte a ospitare gli animali anziani per una notte o due.»
«E perché lo dici a me?»
«Perché hai troppo silenzio in casa.»
«Io sto benissimo.»
Giovanna mi guardò.
Non disse niente.
Quello era il problema con lei.
Ti lasciava il tempo di sentire da solo quanto erano stupide certe bugie.
Tre giorni dopo ero davanti a una gabbia.
«Non voglio adottare nessuno», dissi subito alla volontaria.
«Nessuno glielo chiede.»
«Una notte.»
«Una notte.»
Poi aprì lo sportello.
Ruggine uscì con la dignità offesa di chi aveva già conosciuto abbastanza esseri umani per non aspettarsi più molto.
Era un gatto rosso sbiadito, con le orecchie segnate, gli occhi opachi e il pelo rado sulle zampe posteriori.
Avrà avuto quindici o sedici anni.
Camminava rigido.
Aveva una faccia che sembrava dire: vediamo quanto ci metti a deludermi anche tu.
«È tranquillo», disse la volontaria. «Gli basta un posto caldo.»
Guardai il gatto.
Poi pensai al mio appartamento.
«Sul tranquillo non ci sono problemi.»
A casa ignorò la cuccia morbida che avevo preparato.
Ignorò la coperta.
Ignorò perfino il cuscino vicino al termosifone.
Attraversò lentamente il salotto, annusando gli angoli come un ispettore mandato a controllare i miei peccati.
Poi saltò sulla poltrona di Teresa.
Mi irrigidii.
Per tre anni non avevo lasciato sedere nessuno lì.
Nemmeno Laura.
Era una vecchia poltrona color nocciola, consumata sui braccioli.
Teresa ci guardava i film del pomeriggio.
Ci lavorava a maglia.
Ci sonnecchiava dopo il pranzo della domenica.
Quando era morta, io avevo lasciato tutto com’era.
Ruggine fece due giri su se stesso.
Si sdraiò.
Chiuse gli occhi.
Avrei dovuto arrabbiarmi.
Invece dissi soltanto:
«Va bene. Fai pure come se pagassi il mutuo.»
Quella sera scaldai una minestra e mi sedetti in cucina.
Ruggine rimase sulla poltrona.
Cominciai a parlargli.
Non so perché.
Forse quando sei solo abbastanza a lungo, smetti di preoccuparti di sembrare ridicolo.
Gli raccontai che Teresa teneva il riscaldamento così alto che a gennaio sembrava aprile.
Gli raccontai delle domeniche in cui preparava lasagne per dieci anche se eravamo in quattro.
Gli raccontai che Laura da bambina odiava i piselli e li nascondeva sotto il bordo del piatto.
Gli dissi che a volte apparecchiavo ancora per due.
Ruggine aprì un occhio.
Poi si leccò una zampa.
«Hai ragione», gli dissi. «Sto diventando patetico.»
Quella notte, prima di andare a letto, controllai la glicemia, sistemai le medicine e lasciai accesa una piccola lampada in salotto.
Ruggine rimase sulla poltrona.
Sembrava un vecchio portinaio incaricato del turno di notte.
Poco prima dell’alba mi svegliai male.
Il cuore correva.
Il resto del corpo no.
Avevo la pelle fredda, le mani tremavano e la testa sembrava piena di nebbia.
Capii che dovevo arrivare in cucina.
Mi alzai.
Feci pochi passi.
Poi il pavimento mi venne incontro.
Provai ad allungare una mano verso il telefono sul mobile del corridoio.
Era troppo lontano.
Per qualche secondo ci fu silenzio.
Poi Ruggine impazzì.
Mi corse incontro.
Mi annusò il viso.
Mi urtò con il fianco.
Poi corse alla porta.
Graffiò.
Urlò.
Rovesciò il portaombrelli.
Fece cadere il vassoietto dove tenevo le chiavi.
Tornò da me.
Miagolò direttamente contro il mio orecchio.
Poi di nuovo alla porta.
Non so quanto durò.
Forse due minuti.
Forse dieci.
Ricordo solo di aver pensato, con quella poca lucidità che mi restava:
Questo vecchio disgraziato ha capito.
Poi sentii bussare.
Forte.
«Vittorio?»
Era Giovanna.
Stava uscendo per andare al lavoro.
Aveva sentito il fracasso.
Ruggine urlò ancora più forte.
Giovanna entrò con la copia delle chiavi che le avevo lasciato anni prima per le emergenze e mi trovò a terra.
Il resto lo ricordo a pezzi.
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