Il gatto della vicina scomparsa arrivò alla mia porta con la sua coperta, ma nascondeva un ultimo messaggio

Il gatto della signora morta si presentò alla mia porta con la sua coperta: poi il condominio scoprì chi eravamo davvero

La signora Adele del pianerottolo di fronte era morta da due giorni quando bussarono alla mia porta con il suo gatto dentro un trasportino.

Erano le nove del mattino.

Io avevo ancora il caffè sul tavolo, tre gatti che giravano per casa e una bolletta della luce aperta davanti agli occhi.

Sul pianerottolo c’erano due vicini.

Uno teneva il trasportino.

L’altra stringeva una busta della spesa piena di crocchette, una paletta per la lettiera, una spazzolina con ancora dei peli rossicci incastrati tra i denti e una ciotola graffiata.

Da una fessura del trasportino usciva un pezzo di coperta a fiori.

La coperta della signora Adele.

La riconobbi subito.

La teneva sempre sulla poltrona vicino alla finestra.

«Nessuno può prenderlo», disse il vicino.

Lo disse con quella voce che usiamo quando siamo dispiaciuti, ma speriamo soprattutto che il problema diventi di qualcun altro.

Uno aveva un cane che non sopportava i gatti.

Un’altra lavorava fuori città.

Un terzo vicino, che non era nemmeno salito, aveva già fatto sapere che nel suo appartamento non voleva animali.

Io abbassai gli occhi.

Dentro il trasportino c’era un vecchio gatto tigrato marrone, magro sotto il pelo, con una zampa bianca e due occhi stanchi.

Non miagolava.

Guardava dietro di me.

Come se fosse convinto che la sua padrona avesse semplicemente sbagliato porta.

«Solo per stanotte», dissi.

Ancora oggi non so a chi stessi mentendo.

La signora Adele aveva ottantadue anni.

Viveva da sola da quando era rimasta vedova.

Non eravamo amiche nel senso vero della parola.

Eravamo vicine di casa come si usava una volta.

Ci si salutava sulle scale.

Ci si portava la posta finita nella cassetta sbagliata.

Se una tornava dal mercato con due sporte pesanti, l’altra teneva aperto il portone.

Se qualcuno faceva il sugo della domenica, tutto il piano lo sapeva prima ancora di mezzogiorno.

Di lei conoscevo soprattutto le abitudini.

Il caffè alle sette.

La televisione bassa dopo pranzo.

Il gatto sempre vicino alle gambe.

Non avevo mai saputo come si chiamasse davvero.

Lei lo chiamava soltanto «amore mio», «piccolo» oppure «tesoro della mamma».

Quando aprii il trasportino, i miei tre gatti reagirono come se avessi annunciato una guerra.

Mimmo sparì sotto il divano.

Nerina saltò sul tavolo e ci fissò dall’alto con disgusto.

Poldo, il più vecchio, gonfiò il pelo e cominciò a brontolare.

Il nuovo arrivato non reagì.

Uscì piano.

Annusò il pavimento.

Poi camminò direttamente verso la porta d’ingresso.

Si sedette.

E aspettò.

Passò mezz’ora.

Poi un’ora.

Ogni volta che qualcuno saliva le scale, raddrizzava le orecchie.

Ogni volta che una chiave girava in una serratura, si alzava.

Ogni volta che i passi superavano il mio pianerottolo, si rimetteva seduto.

La prima volta pensai che fosse normale.

Alla quinta cominciai a sentire un peso nello stomaco.

Nel pomeriggio gli misi davanti del cibo.

Non lo toccò.

Provai con un po’ di umido.

Niente.

Fu soltanto quando sistemai la coperta della signora Adele vicino alla porta che si mosse.

Ci salì sopra.

Girò tre volte su se stesso.

Poi affondò il muso nel tessuto.

Come se da quella stoffa potesse ancora uscire il suo odore.

Come se bastasse respirare abbastanza forte per riportarla indietro.

Fu allora che rovistai nella busta.

In mezzo alle ricevute del veterinario trovai una busta bianca.

Senza nome.

Senza destinatario.

Dentro c’era un foglio a quadretti, piegato in quattro.

La scrittura tremava.

“Se mi succede qualcosa prima di lui, abbiate pazienza con il mio piccolo.

Si spaventa facilmente, ma è buono.

Se non mangia, scaldategli appena il cibo.

Con la mia coperta vicino dorme meglio.”

Mi fermai.

Pensavo fosse finita lì.

Invece in fondo al foglio c’era un’altra riga.

“Per favore, fategli capire che non me ne sono andata apposta.”

Mi sedetti sulla sedia della cucina.

Lessi quella frase tre volte.

Poi guardai il gatto.

Era ancora sulla coperta.

Aspettava.

La signora Adele, negli ultimi giorni della sua vita, non si era preoccupata della credenza, dei piatti buoni o dei soldi nel cassetto.

Si era preoccupata che il suo gatto pensasse di essere stato abbandonato.

Quella notte mi alzai per bere.

La casa era buia.

Lui era ancora davanti alla porta.

Non graffiava.

Non chiamava.

Aspettava.

Mi misi a piangere in silenzio.

Avevo cinquantotto anni e pensavo di essere diventata abbastanza pratica da sapere quali dolori potevo permettermi.

Avevo imparato a fare i conti.

Con i soldi.

Con il tempo.

Con la stanchezza.

Dopo il divorzio avevo ricostruito una vita piccola ma ordinata.

Tre gatti.

Un lavoro amministrativo part-time.

La spesa il martedì, quando costava meno.

Il pranzo da mia sorella una domenica sì e una no.

Non avevo spazio per altri problemi.

Almeno così mi raccontavo.

La mattina dopo tirai fuori un vecchio trasportino.

Avevo deciso di portarlo al rifugio comunale.

Era la cosa responsabile.

Continuai a ripetermelo mentre mi vestivo.

Il gatto vide il trasportino.

Poi guardò me.

Infine camminò verso la coperta della signora Adele.

Si sdraiò sopra.

Fece un piccolo verso.

Quasi una domanda.

Rimisi il trasportino nell’armadio.

Poi lavai una quarta ciotola.

La sistemai accanto alle altre tre.

Lui la fissò a lungo.

Quella sera mangiò.

Passarono tre settimane.

Da una vecchia ricevuta scoprii finalmente il suo nome.

Arturo.

Gli stava bene.

Aveva la faccia di un pensionato che aveva visto troppe cose per perdere tempo con le sciocchezze.

Continuai comunque a chiamarlo “piccolo”.

La porta dell’appartamento della signora Adele restò chiusa quasi tutto il tempo.

Ogni tanto arrivava qualcuno dell’amministrazione.

Ogni volta Arturo riconosceva il rumore delle chiavi.

Correva verso la mia porta.

Una mattina bussarono forte.

Aprii.

Davanti a me c’era una donna sui cinquantacinque anni, con una borsa enorme al braccio e un mazzo di chiavi in mano.

Dietro di lei, un uomo reggeva scatoloni piegati.

La donna aveva gli occhi della signora Adele.

La stessa forma.

Non la stessa dolcezza.

«Lei è quella che ha preso il gatto?»

Niente buongiorno.

Niente grazie.

«Sì.»

Guardò oltre la mia spalla.

Arturo era dietro il tavolino dell’ingresso.

«Beh», disse. «Almeno un problema è risolto.»

Mi si strinse la mandibola.

Si chiamava Elena.

Era la nipote.

Mi spiegò che i parenti rimasti vivevano tutti lontano.

Uno aveva problemi di salute.

Un’altra aveva già due animali.

Lei abitava a quasi quattro ore di macchina.

Fin lì potevo capire.

Poi incrociò le braccia.

«So che sembra brutto dirlo, ma a una certa età non si dovrebbero prendere animali.»

Arturo abbassò la testa.

Fece due passi indietro.

Non so se i gatti capiscano le parole.

Ma il tono sì.

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