Quello lo capiscono.
«Lei gli voleva bene», dissi.
Elena sospirò.
«Sicuramente. Ma adesso qualcun altro se lo deve accollare.»
Accollare.
Quella parola rimase sospesa nel corridoio.
Come se l’amore diventasse un rifiuto nel momento in cui sopravvive alla persona che lo dava.
Mi arrabbiai.
Ma la parte più scomoda venne dopo.
Perché, un mese prima, qualcosa di simile l’avevo pensato anch’io.
Non con quelle parole.
Non ad alta voce.
Ma l’avevo pensato.
Tre gatti sono già tanti.
Il veterinario costa.
La lettiera costa.
Sei sola.
Sii realistica.
Ci sono crudeltà che non arrivano urlando.
Arrivano vestite da buon senso.
Elena mi chiese della coperta.
«Stiamo svuotando casa. Se c’è qualcosa di zia Adele, vorrei separarlo prima che venga portato via tutto.»
Le spiegai che Arturo ci dormiva sopra.
Lei strinse le labbra.
Suo marito, Carlo, intervenne.
«Lasciamogliela.»
Fu la prima cosa gentile detta quella mattina.
Un’ora dopo mi ritrovai nell’appartamento della signora Adele.
Non avevo programmato di aiutarli.
Ma non riuscivo a sopportare l’idea che degli estranei buttassero la sua vita in sacchi neri.
Arturo tentò di seguirmi.
Quando aprii la porta di fronte, arrivò di corsa.
Si fermò sulla soglia.
Guardò dentro.
Per un attimo vidi qualcosa accendersi nei suoi occhi.
Speranza.
Lo bloccai piano con una gamba.
Lui provò a passare.
Poi si sedette fuori.
E aspettò.
L’appartamento era modesto.
Una cucina piccola.
Un corridoio stretto.
Fotografie alle pareti.
Tre tazze diverse vicino al lavello.
Una vecchia poltrona a fiori che da almeno trent’anni aveva smesso di preoccuparsi di essere elegante.
C’era un tiragraffi vicino alla finestra.
Una coperta piegata sul termosifone.
Una ciotolina d’acqua accanto al letto.
Piccoli percorsi consumati sul tappeto.
La vita lascia tracce.
Anche l’amore.
Elena si muoveva in fretta.
Troppo in fretta.
Apriva cassetti.
Riempiva scatole.
Faceva tre pile.
Tenere.
Donare.
Buttare.
Tre parole.
Un’intera esistenza.
Carlo lavorava lentamente.
Avvolgeva i piatti nei giornali.
Metteva da parte le fotografie.
A un certo punto trovò una tazza scheggiata.
«Questa usava sempre», disse.
La mise nella scatola da tenere.
Per quel gesto mi diventò simpatico.
Poi Elena aprì il cassetto delle cianfrusaglie in cucina.
Dentro c’erano elastici, pile vecchie, ricevute, bustine di zucchero e un mazzetto di cartoncini tenuti insieme da una graffetta.
Cominciò a leggerli.
Il volto le cambiò.
Me li porse.
Erano tutti appunti per Arturo.
“Se non mangia, scaldare il cibo per pochi secondi.”
“Spazzolare prima la schiena. Vicino alla coda si innervosisce.”
“Con i temporali ha paura.”
“Se si nasconde, aspettare. Non tirarlo fuori.”
L’ultimo cartoncino era scritto quasi illeggibile.
“Se non torno, lasciategli vicino qualcosa con il mio odore.”
Dovetti girarmi.
Elena restò immobile.
«Ha scritto tutta questa roba per un gatto.»
Lei lo disse come se fosse incredibile.
Io sentii altro.
Certo che l’aveva fatto.
Arturo non poteva aprire una scatoletta.
Non poteva telefonare.
Non poteva capire la morte.
Qualcuno doveva pensare per lui.
Più tardi trovammo un album fotografico sotto il divano.
Le prime pagine erano quelle che conosciamo tutti.
Matrimoni.
Comunioni.
Pranzi di Natale.
Parenti davanti a macchine vecchie.
Signori con capelli che non avevano più.
Poi comparve Arturo.
Cucciolo in una cesta della biancheria.
Arturo sulla poltrona.
Arturo in braccio ad Adele.
Arturo davanti alla finestra.
In una foto, la signora Adele rideva.
Non il sorriso educato con cui la conoscevo.
Rideva davvero.
Aveva dieci anni in meno.
Arturo era appoggiato sulla sua spalla.
Elena si sedette.
Toccò la foto con due dita.
«Era poco dopo che morì mio zio.»
Restò in silenzio.
«Per anni non volle più animali. Diceva che era troppo vecchia. Poi mi telefonò dicendo che un gatto mezzo spelacchiato l’aveva seguita fino al portone e si era autoinvitato.»
Sorrisi.
«Da lui me lo sarei aspettato.»
Elena guardò ancora la foto.
«Gli voleva più bene che a certe persone.»
Poteva sembrare una critica.
Invece suonò come una confessione.
«A volte certe persone rendono la scelta facile», dissi.
Mi guardò.
Per un istante temetti di avere esagerato.
Poi fece una risata amara.
«Vero.»
Fu in quel momento che smisi di vederla come la cattiva della storia.
Era una donna stanca.
Una donna che aveva ricevuto una telefonata di morte e si era trasformata in organizzatrice, svuota-cassetti, compilatrice di documenti.
Il dolore certe persone le fa piangere.
Altre le fa diventare brusche.
Non rende giuste le parole cattive.
Ma le rende umane.
Continuammo fino al pomeriggio.
Maglioni.
Medicinali.
Biglietti d’auguri conservati per anni.
Una scatola di fotografie.
Vecchie ricette scritte a mano.
Ogni volta che uscivo sul pianerottolo, Arturo alzava la testa.
Ogni volta che rientravo, cercava di vedere dietro le mie gambe.
Verso le quattro trovammo una scatolina di latta nel comodino.
Sopra, con un pennarello quasi scolorito, c’era scritto:
“ARTURO – SE STA MALE.”
Dentro c’erano alcune banconote piegate.
Monete.
Niente di enorme.
Ma abbastanza per capire.
La signora Adele aveva messo via pochi euro alla volta.
Per lui.
Elena rimase ferma.
Poi mi porse la scatola.
«Prendila.»
«Non posso.»
«È per Arturo.»
«Ma sono soldi di tua zia.»
«Appunto.»
Me la infilò quasi tra le mani.
«Lei li aveva messi lì per lui.»
Gli occhi le si riempirono.
Durò un secondo.
Abbassò subito lo sguardo.
Ma io vidi.
Quando se ne andarono, Elena si fermò davanti alla mia porta.
Arturo dormiva sulla coperta.
«Sono contenta che non sia rimasto solo», disse.
Poi aggiunse:
«Avrei solo voluto che zia avesse organizzato meglio le cose.»
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