Il gatto della vicina scomparsa arrivò alla mia porta con la sua coperta, ma nascondeva un ultimo messaggio

Quella frase mi seguì per giorni.

Perché è facile dire che bisogna organizzarsi.

Fare testamenti.

Mettere soldi da parte.

Preparare tutto.

Ma tante persone della generazione della signora Adele hanno passato la vita facendo miracoli con pensioni piccole, figli lontani e dignità enorme.

Sono cresciute sentendosi dire di non disturbare.

Di arrangiarsi.

Di non chiedere.

Essere indipendenti.

Ma non troppo sole.

Amare.

Ma senza creare problemi dopo.

Invecchiare.

Ma possibilmente in silenzio.

Poi arrivò la lettera dell’amministratore del condominio.

La trovai infilata sotto la porta.

Il regolamento permetteva tre animali.

Io ne avevo quattro.

Dovevo chiedere un’autorizzazione e pagare una quota aggiuntiva.

Niente minacce.

Niente cattiveria.

Solo righe ordinate.

Quasi peggio.

Mi sedetti al tavolo.

Feci i conti.

Poi li rifeci.

Tolsi mentalmente la pizza del sabato.

Le scarpe nuove che rimandavo da mesi.

Il parrucchiere.

Le piccole spese che una persona si concede per ricordarsi di non essere solo una macchina che paga bollette.

Avrei potuto farcela.

Male.

Ma farcela.

Poi c’era il veterinario.

Il cibo.

La lettiera.

Guardai Arturo.

Dormiva al sole.

Poldo, quello che all’inizio lo aveva trattato come un invasore, dormiva a mezzo metro da lui.

Pensai una cosa che mi fece paura.

È così che le persone perdono animali che amano.

Non perché smettono di amarli.

Perché arrivano troppe fatture insieme.

Ne parlai con mia sorella.

«Hai già fatto tanto», disse. «Se devi darlo via, nessuno ti può giudicare.»

Darlo via.

Una frase semplice.

Ma dove?

A chi?

Con quale spiegazione per lui?

Un conoscente mi disse:

«Non puoi salvare tutti.»

Era vero.

Ma Arturo non era tutti.

Era uno.

Un vecchio gatto.

Con una zampa bianca.

Che aveva già aspettato abbastanza davanti a una porta.

Tirai di nuovo fuori il trasportino.

Lo appoggiai vicino al muro.

Arturo lo vide.

Non scappò.

Non si nascose.

Andò sulla coperta di Adele.

Si sdraiò.

Mi guardò.

Aveva un’espressione così stanca che mi vergognai.

Come se conoscesse già quella scena.

Come se stesse soltanto aspettando di capire se la lezione sull’abbandono doveva impararla due volte.

Rimisi via il trasportino.

Qualche giorno dopo usai parte dei soldi della scatolina per portarlo dal veterinario.

Arturo era anziano.

Più anziano di quanto pensassimo.

Aveva un po’ di artrosi.

I reni cominciavano a lavorare meno bene.

Niente di drammatico.

Però avrebbe avuto bisogno di cibo specifico.

Controlli.

Forse medicine.

«Soprattutto stabilità», disse la veterinaria.

Risi.

Lei mi guardò sorpresa.

«Scusi», dissi. «È che stabilità sembra una parola da ricchi.»

La donna sorrise appena.

Poi accarezzò Arturo sotto il mento.

«Sta meglio di quanto pensassi.»

«In che senso?»

«I gatti anziani possono soffrire molto quando perdono la persona di riferimento. Alcuni si lasciano andare.»

Guardò Arturo.

«Lui invece vuole ancora provarci.»

Quella frase mi rimase dentro.

Vuole ancora provarci.

Una settimana dopo finirono di svuotare l’appartamento di Adele.

Arturo lo capì prima di me.

Camminò per casa tutto il giorno.

Porta.

Coperta.

Cucina.

Porta.

Verso mezzogiorno sentii trascinare mobili.

Nel pomeriggio portarono via la poltrona a fiori.

Alle cinque il pianerottolo odorava di detergente.

Quella sera Arturo si sedette davanti alla vecchia porta.

Io mi sedetti accanto a lui.

Sul pavimento.

A cinquantotto anni, con i pantaloni della tuta e la schiena dolorante, rimasi un’ora nel corridoio con un gatto.

Qualcuno al piano di sotto friggeva cipolle.

Una televisione era accesa.

L’ascensore faceva il solito rumore.

La vita continuava.

Arturo fissava la porta.

A un certo punto si avvicinò.

Appoggiò la zampa bianca sul legno.

Fece un verso sottilissimo.

Quasi niente.

Quello fu il momento in cui capii che stava smettendo di aspettarla.

La prima volta mi aveva spezzato vederlo sperare.

La seconda mi spezzò vederlo capire.

Dopo qualche giorno arrivarono i nuovi inquilini.

Una donna di poco più di trent’anni con due bambini e una macchina piena di scatoloni.

Arturo sfuggì tra le mie gambe.

Corse nell’appartamento.

Io lo inseguii chiedendo scusa.

La nuova vicina non si arrabbiò.

«Lasci fare.»

Arturo controllò il soggiorno.

La cucina.

La camera.

Annusò gli angoli.

Si fermò al centro del pavimento.

Non c’era più niente.

Nessun odore conosciuto.

Nessuna poltrona.

Nessuna voce.

Lo chiamai.

«Arturo.»

Si girò.

Per la prima volta non guardò attraverso di me.

Guardò me.

Camminò verso di me.

Si lasciò prendere in braccio.

La nuova vicina disse soltanto:

«Povero amore.»

Niente domande.

Niente fastidio.

A volte la gentilezza è proprio questo.

Non obbligare qualcuno a spiegare una ferita evidente.

Quella notte Arturo non dormì ai piedi del letto.

Dormì contro il mio fianco.

La mattina dopo telefonai all’amministratore.

Spiegai tutto.

La signora Adele.

Il gatto.

Il regolamento.

La mia situazione.

Dall’altra parte rimase in silenzio.

«Non posso cancellare la quota», disse infine. «Però possiamo dividerla in alcuni mesi.»

Non era un miracolo.

Ma era abbastanza.

Accettai.

Avrei fatto qualche ora in più.

Avrei rimandato altre cose.

Perché ormai una cosa l’avevo capita.

Arturo non era più un problema temporaneo.

Era famiglia.

E la famiglia non arriva sempre con il tuo cognome.

A volte arriva dentro un trasportino graffiato, insieme alla coperta di una donna morta.

Elena tornò una domenica mattina.

Aveva una busta di cibo e una fotografia incorniciata.

Nella foto Adele teneva Arturo sulla spalla.

«Credo che questa debba stare qui.»

La appoggiai sul mobile.

Elena guardò il gatto.

Poi guardò me.

«Continuo a pensare a quello che ho detto il primo giorno.»

Non risposi.

Certe frasi devono fare compagnia a chi le ha pronunciate.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto