Al funerale di mio nonno il gatto graffiò il trasportino, poi scoprimmo cosa stava cercando di dirci

Il gatto di mio nonno graffiò la bara durante il funerale. Due giorni dopo mi guidò verso ciò che Vittorio aveva nascosto per me.

Quando Miele cominciò a lanciarsi contro lo sportello del trasportino, nella piccola sala del commiato calò un silenzio che ancora oggi mi torna nei sogni.

Mio nonno Vittorio era morto da tre giorni.

Ottantadue anni.

Un arresto cardiaco, seduto sulla sua vecchia poltrona marrone, davanti alla televisione spenta.

Lo aveva trovato il vicino perché la posta si accumulava nella cassetta e la persiana della cucina era rimasta abbassata per due mattine di fila.

Tutti continuavano a ripetere la stessa frase.

«Almeno se n’è andato in pace.»

Io quella frase non la sopportavo.

Non vedevo niente di pacifico in un uomo che moriva solo in una casetta alla periferia di un paese emiliano, con le bollette piegate sotto la fruttiera, il calendario fermo al mese prima e un gatto arancione che miagolava davanti alla porta come se il mondo fosse finito.

Miele era sempre stato attaccato a lui.

Gli dormiva sulle gambe mentre guardava le partite.

Lo seguiva in bagno quando si radeva.

Alle quattro del pomeriggio si sedeva davanti alla finestra del soggiorno e aspettava.

Aspettava cosa, non l’avevo mai capito.

Nonno Vittorio era in pensione da quasi vent’anni.

Eppure quel gatto, ogni santo giorno, alle quattro precise si piazzava lì.

Al funerale non sapevo dove lasciarlo.

La vicina che di solito gli dava da mangiare era venuta alla cerimonia e io non me la sentivo di chiuderlo da solo nella casa vuota.

Così lo avevo portato nel trasportino.

Quando fecero avanzare la bara, Miele impazzì.

Non fu un normale miagolio.

Nemmeno un lamento.

Fu un suono basso, disperato, quasi umano.

Le persone si voltarono.

Una signora anziana si portò il fazzoletto agli occhi.

Un uomo dietro di me mormorò:

«Gli animali certe cose le sentono.»

Io abbassai lo sguardo.

Dentro di me pensai che stavamo tutti cercando significati perché non sapevamo cosa farcene del vuoto.

Oggi mi vergogno di averlo pensato.

Dopo il funerale, i parenti sparirono in fretta.

Funziona così.

Ci si abbraccia nel parcheggio.

«Chiamami per qualsiasi cosa.»

«Non restare sola.»

«Ci sentiamo domani.»

Poi ognuno torna alla propria vita.

Il lavoro.

I figli.

Le visite mediche.

La spesa.

Il traffico.

Le rate.

Il dolore, se va bene, trova un buco tra un impegno e l’altro.

Alle cinque del pomeriggio eravamo rimasti solo io e Miele nella casa di mio nonno.

Avevo un piano molto semplice.

Mettere in ordine.

Trovare i documenti.

Preparare qualche scatolone.

Tornare a Bologna entro lunedì.

Avevo quarantasei anni, un affitto che mi sembrava aumentare ogni volta che aprivo la cassetta della posta, un lavoro amministrativo che tenevo stretto perché non potevo permettermi di perderlo e una vita che da fuori sembrava normale.

Da dentro, molto meno.

La casa odorava ancora di caffè, pomata al mentolo e libri vecchi.

Miele uscì dal trasportino e iniziò a girarmi intorno alle gambe.

Gli misi acqua fresca.

Aprii una scatoletta.

Non toccò niente.

Mi seguì invece da una stanza all’altra.

Ogni volta che mettevo qualcosa nello scatolone delle cose da regalare, lui protestava.

Presi la vestaglia di nonno dall’attaccapanni.

Miele saltò e afferrò una manica.

Raccolsi alcune lettere pubblicitarie dal tavolo.

Con una zampata le buttò a terra.

«Basta!»

La mia voce rimbalzò sulle pareti della cucina.

Troppo forte.

Miele si immobilizzò.

Anch’io.

Non urlavo da mesi.

Non perché stessi bene.

Perché ero diventata bravissima a ingoiare tutto.

«Scusa.»

Mi sentii stupida mentre lo dicevo a un gatto.

Miele mi fissò per qualche secondo, poi corse in soggiorno e saltò sulla poltrona di Vittorio.

Una poltrona enorme, marrone, fuori moda da almeno trent’anni.

Sul bracciolo destro c’era una macchia più chiara.

Il punto dove nonno appoggiava sempre la mano.

Miele iniziò a graffiare il fianco della poltrona.

Lo ignorai.

Continuò.

Aprii un cassetto.

Sentii un tonfo.

Mi voltai.

Quel gatto aveva praticamente lanciato tutto il suo peso contro la poltrona.

«Ma che ti prende?»

Mi avvicinai.

Miele scese a terra e infilò le zampe sotto il poggiapiedi.

Graffiò con furia il tessuto nero che rivestiva il fondo.

Spostai la poltrona.

Il gatto si accucciò e mi fissò.

Per la prima volta ebbi la strana sensazione che non stesse facendo qualcosa a caso.

Mi inginocchiai.

Il tessuto sotto la poltrona era strappato in un angolo.

Infilai una mano.

Toccai carta.

Tirai fuori una busta.

Sopra c’era scritto soltanto:

CHIARA.

Il mio nome.

Niente francobollo.

Niente data.

Le mani cominciarono a tremarmi prima ancora che riuscissi ad aprirla.

Dentro trovai una lettera piegata in quattro.

Poi alcune banconote.

Cinque euro.

Dieci.

Venti.

Niente di enorme.

Una piccola somma messa insieme lentamente.

Il modo in cui risparmiano certe persone della generazione di mio nonno: una moneta oggi, una banconota domani, rinunciando a qualcosa senza raccontarlo a nessuno.

C’erano anche degli scontrini.

Farmacia.

Supermercato.

Bollette.

Mi sedetti direttamente sul pavimento.

Lessi.

Vittorio aveva capito che ero in difficoltà.

Lo aveva capito molto prima che io glielo dicessi.

Anzi, non glielo avevo mai detto davvero.

Scriveva:

“Quando ti chiedo come va, rispondi sempre ‘bene’ troppo in fretta.”

Mi fermai.

Era vero.

Continuai.

Diceva che ero orgogliosa come mia madre.

Che non avrei mai accettato soldi da lui senza sentirmi un peso.

Così aveva trovato altri modi.

Una bolletta pagata che io avevo attribuito a un errore.

Una busta della spesa lasciata davanti alla porta da “una conoscente che aveva comprato troppo”.

Cinquanta euro in più nei biglietti di compleanno.

Una volta perfino una ricetta medica costosa che mi ero ritrovata saldata senza sapere da chi.

Pensavo fosse stata mia madre.

Era lui.

Poi arrivai alla frase che mi spezzò.

“Lo so che sono diventato vecchio e piccolo ai tuoi occhi, ma non ho mai smesso di essere tuo nonno.”

Posai la lettera.

Non piansi in modo elegante.

Piansi piegata su me stessa, con il fiato che si rompeva.

Per mesi avevo pensato a Vittorio come a un uomo solo, testardo, attaccato alle sue abitudini.

Il suo caffè alle sette.

La passeggiata fino all’edicola anche se non comprava più il giornale tutti i giorni.

I volantini del supermercato studiati come fossero documenti importanti.

La radiolina in cucina.

Il gatto.

Avevo pensato che la sua vita si fosse ristretta.

Non avevo capito che dentro quel piccolo spazio continuava a occuparsi di me.

Miele si avvicinò.

Non era mai stato un gatto particolarmente affettuoso con me.

Quella volta mi salì sulle gambe.

Si accoccolò contro il mio petto.

Non fece un suono.

Rimasi sul pavimento per quasi un’ora.

Con una lettera che avrei dovuto ricevere quando lui era ancora vivo.

E con un gatto che non era ancora mio.

Quella sera non preparai nessuno scatolone.

Aprii le persiane.

Diedi da mangiare a Miele.

Mi sedetti sulla poltrona.

Lessi la lettera altre tre volte.

Pensavo che quella fosse la cosa più difficile che avrei trovato nella casa di mio nonno.

Mi sbagliavo.

Mi addormentai sulla poltrona dopo mezzanotte.

Quando aprii gli occhi, la casa aveva quella luce azzurra delle mattine troppo presto.

Miele dormiva sul mio stomaco.

Il telefono vibrava sul pavimento.

Tre chiamate perse.

Sei messaggi.

Tutti parenti.

Mia zia Franca voleva sapere se avessi trovato “documenti importanti”.

Mio cugino Marco chiedeva se la vecchia macchina di nonno funzionasse ancora.

Mia madre scrisse:

“Come stai? Hai scoperto se papà aveva fatto testamento?”

Fissai quelle parole.

Poi girai il telefono con lo schermo verso il basso.

Miele aprì un occhio.

«Non dire niente.»

Il gatto sbadigliò.

Quella mattina la casa sembrava più fredda.

Non di temperatura.

Fredda di assenza.

Ogni cucchiaino nel cassetto faceva troppo rumore.

Preparai il caffè con la vecchia moka di nonno.

Fuori, la cassetta della posta era ancora leggermente storta.

Sul balconcino, un vaso di rosmarino aveva bisogno d’acqua.

Tutto sembrava aspettare che Vittorio rientrasse da un momento all’altro.

Presi di nuovo la lettera.

Mi fermai ancora sulla stessa frase.

“Lo so che sono diventato vecchio e piccolo ai tuoi occhi…”

Ci sono parole che non fanno rumore quando entrano.

Ma poi continuano a morderti per giorni.

Mi tornavano in mente le telefonate accorciate.

«Nonno, ti richiamo stasera.»

Le domeniche rimandate.

«Vengo la prossima.»

I compleanni in cui mandavo un messaggio al mattino promettendo una telefonata più lunga.

Telefonata che a volte non arrivava.

Io avevo delle ragioni vere.

Il lavoro.

I soldi.

Il viaggio.

La stanchezza.

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