La donna delle pulizie aveva finito il turno alle 2:43, ma quel cane tremava dietro al deposito: così rimase con lui fino all’alba
«Teresa, basta così. Il tuo turno è finito.»
Il responsabile aveva già spento metà delle luci del corridoio quando lei sentì di nuovo quel rumore.
Un raschio breve.
Poi silenzio.
Teresa appoggiò il mocio al muro e rimase immobile.
Aveva sessantuno anni, le mani rovinate dai detersivi e quella stanchezza nelle ginocchia che ormai arrivava puntuale dopo mezzanotte. Da nove anni puliva il deposito degli autobus alla periferia di Bologna, sempre nello stesso turno: dalle sette di sera fino a quasi le tre del mattino.
Conosceva ogni rumore di quel posto.
Il colpo secco delle porte automatiche.
Il borbottio dei motori accesi per le prime corse.
Il carrello delle pulizie che vibrava sulle mattonelle rotte.
Quello, però, non era un rumore normale.
«Hai sentito?»
Il responsabile sollevò appena le spalle.
«Sarà un gatto.»
Teresa non rispose.
Si tolse i guanti di gomma e attraversò il corridoio di servizio.
Dietro la porta antincendio c’era un piccolo piazzale di cemento, quello dove gli autisti uscivano a fumare durante le pause. Una lampada al neon illuminava male il muro, lasciando metà dello spazio nell’ombra.
Teresa aprì piano.
E lo vide.
Un cane giovane, nero, rannicchiato contro il cemento.
Aveva il pelo corto, le orecchie abbassate e il petto largo di un meticcio robusto, forse con qualcosa del terrier. Al collo portava un collare rosso consumato. Dal gancio penzolava un pezzo di guinzaglio spezzato, lungo poco più di una mano.
Non abbaiò.
Non ringhiò.
Fece qualcosa che a Teresa fece più male.
Provò a diventare invisibile.
Appena un autobus mise in moto dall’altra parte del piazzale, il cane si schiacciò contro il muro, piegando le zampe e abbassando la testa fin quasi a toccare terra.
Teresa sentì stringersi lo stomaco.
«Madonna mia…»
Il responsabile arrivò dietro di lei.
«Ah. È lui.»
«Come sarebbe a dire, è lui?»
«Uno degli autisti l’ha visto un’ora fa. Abbiamo già telefonato al servizio competente.»
«Un’ora fa?»
«Teresa, cosa dovevamo fare? Non possiamo portarlo dentro. È un deposito.»
Lei guardò il cane.
Il cane guardò lei.
Solo per un secondo.
Occhi scuri, spalancati, pieni di quella paura muta che Teresa conosceva fin troppo bene.
Era la stessa paura che aveva visto sul volto di suo marito Franco, tanti anni prima, quando il medico aveva pronunciato parole che nessuno dei due voleva sentire.
La stessa paura che sua madre aveva avuto in ospedale.
La stessa paura che Teresa stessa aveva provato a cinquantadue anni, tornando a casa vedova con le chiavi in mano e trovando il corridoio troppo silenzioso.
Una paura che non chiede spiegazioni.
Chiede soltanto che qualcuno non se ne vada.
«Hanno detto quando arrivano?»
«Non lo so. Appena possono.»
Teresa guardò l’orologio appeso sopra la porta.
2:43.
Aveva finito.
Poteva timbrare.
Prendere la sua utilitaria vecchia di quindici anni.
Guidare fino al quartiere dove viveva.
Mettere l’acqua sul fuoco per una camomilla, togliersi le scarpe, massaggiarsi le ginocchia e infilarsi sotto le coperte.
Alle otto avrebbe telefonato sua figlia Marta, come faceva quasi ogni mattina.
Alle dodici sarebbe passata dal forno.
La vita normale.
Quella che alla sua età impari a difendere perché sai quanto facilmente può cambiare.
Il responsabile le toccò piano il braccio.
«Vai a casa. Hai già fatto abbastanza.»
Teresa annuì.
Fece due passi verso lo spogliatoio.
Dietro di lei sentì le unghie del cane grattare sul cemento.
Si voltò.
Lui si era alzato appena.
La fissava.
Poi Teresa mosse di nuovo un passo.
Il cane cominciò a tremare.
Non era un tremolio leggero.
Gli si scuotevano le zampe.
Teresa rimase ferma.
«No.»
Il responsabile sospirò.
«Cosa no?»
«Io non vado.»
«Teresa…»
«Tu vai pure. Io resto qui.»
«Non puoi stare tutta la notte fuori con un cane che non conosci.»
«Sono già stata tutta la notte dentro con quarantadue bagni, tre corridoi e una sala d’attesa piena di bicchieri di carta. Un altro po’ non mi ammazza.»
«E se morde?»
Teresa guardò il cane.
«Se voleva mordere, l’avrebbe già fatto.»
Non si avvicinò.
Quello fu forse il gesto più importante.
Non cercò di toccarlo.
Non lo chiamò con versi sciocchi.
Non tese la mano verso il collare.
Teresa aveva vissuto abbastanza da sapere che chi ha paura non sempre vuole essere abbracciato.
A volte vuole soltanto vedere che non hai intenzione di fargli altro male.
Tornò dentro.
Prese un bicchiere di carta dalla macchinetta.
Lo riempì d’acqua.
Poi si tolse il giaccone catarifrangente che usava durante il turno e tornò nel piazzale.
Posò l’acqua a due metri dal cane.
Si sedette sul cemento.
«Io sono Teresa.»
Il cane non si mosse.
«Non so come ti chiami tu.»
Silenzio.
«Però una cosa te la dico. Non ti tocco. Non ti porto da nessuna parte. Me ne sto qui.»
Si sistemò il giaccone sulle spalle.
Il cemento era gelido.
Sentì subito l’umidità passarle attraverso i pantaloni.
«Domani avrò la schiena a pezzi. Questo è sicuro.»
Il cane la fissava.
Teresa abbassò gli occhi.
Appoggiò una mano sul pavimento, col palmo rivolto verso il basso, abbastanza lontana da lui.
E aspettò.
Passarono dieci minuti.
Poi venti.
Il cane si avvicinò all’acqua.
Un passo.
Poi un altro.
Bevve senza mai staccare gli occhi da lei.
Teresa non si mosse.
«Bravo.»
La parola le uscì piano.
Le ricordò quando suo figlio Luca aveva quattro anni e imparava ad andare in bicicletta nel cortile del condominio.
Franco correva dietro al sellino.
Lei gridava dalla finestra:
«Non lasciarlo!»
E Franco rideva.
«Se non lo lascio, non imparerà mai.»
Erano passati trent’anni.
Il cortile era stato rifatto.
Franco non c’era più.
Luca viveva a quasi duecento chilometri di distanza.
E Teresa, certe sere, si chiedeva dove fosse finita quella famiglia rumorosa che una volta non le lasciava nemmeno dieci minuti di silenzio.
Adesso il silenzio ne aveva fin troppo.
Il cane bevve ancora.
Poi tornò verso il muro.
Teresa guardò l’orologio.
3:17.
Il responsabile uscì con le chiavi.
«Io devo chiudere l’ufficio.»
«Chiudi.»
«Sei sicura?»
«Sì.»
«Ho lasciato il tuo nome al servizio di reperibilità.»
«Va bene.»
L’uomo esitò.
Poi le portò una sedia pieghevole dalla guardiola.
Teresa la guardò.
«Grazie.»
«Non dirlo in giro. Mi rovini la reputazione.»
Lei sorrise appena.
Era la prima volta quella notte.
Alle 3:40 il cane si mosse di nuovo.
Questa volta non andò verso l’acqua.
Andò verso Teresa.
Si fermò a un metro.
Annusò l’aria.
Poi si sedette.
Teresa continuò a non toccarlo.
«Hai fame, eh?»
Il cane inclinò appena la testa.
«Pure io.»
Aveva nel borsone mezzo panino con la mortadella avanzato dalla pausa.
Lo tirò fuori, poi si fermò.
«Questo magari non ti fa bene.»
Rientrò e trovò, nella stanza degli autisti, una confezione di crackers semplici dimenticata sul tavolo.
Ne spezzò qualcuno.
Ne mise un paio per terra.
Il cane li mangiò.
Poi altri due.
«Piano, che nessuno te li porta via.»
Quelle parole le uscirono senza pensarci.
E le fecero male.
Perché sua madre diceva esattamente la stessa cosa durante il pranzo della domenica.
«Piano, Teresa. Mangia piano. Nessuno te lo porta via.»
La domenica.
Allora era una cosa seria.
A casa dei suoi genitori, vicino a Imola, si pranzava tutti insieme.
Il ragù cominciava a sobbollire dalla mattina.
Le finestre si appannavano.
Suo padre affettava il pane.
Sua madre metteva in tavola i piatti buoni, quelli con il bordino dorato.
Non c’erano telefoni.
Non c’erano messaggi.
Se uno era arrabbiato, lo si capiva dalla faccia.
Se uno aveva un problema, prima o poi saltava fuori tra le lasagne e la frutta.
Si litigava.
Ci si offendeva.
Poi qualcuno portava il caffè e si ricominciava a parlare.
Teresa aveva sempre pensato che una famiglia fosse questo.
Non essere perfetti.
Restare.
Restare anche quando sarebbe più comodo alzarsi e andare via.
Guardò il cane.
«Forse è per questo che sono ancora qui, sai?»
Lui si sdraiò.
A meno di un metro dalla sua scarpa.
Alle quattro e dieci un autista arrivò per preparare la prima corsa.
Vide Teresa nel piazzale.
«Ma che fai ancora qua?»
«Compagnia.»
L’uomo guardò il cane.
«È quello di prima?»
«Sì.»
«Poveraccio.»
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