Il cane ascoltava.
O almeno Teresa fingeva che ascoltasse.
Gli operatori cominciarono a chiamarlo «quello di Teresa».
Il terzo giorno, un ragazzo le disse:
«Dovrebbe dargli un nome provvisorio.»
Teresa ci pensò.
«No.»
«Perché?»
«Se gli do un nome poi finisce male.»
Il ragazzo sorrise.
«Per chi?»
Teresa lo guardò male.
«Non fare il furbo.»
Ma quella sera, tornando a casa, continuò a pensare a un nome.
Anche Marta se ne accorse.
«Non ti starai affezionando.»
«No.»
«Mamma.»
«Ho detto no.»
«Allora perché mi hai appena mandato quattro foto?»
Teresa guardò il telefono.
«Per farti vedere.»
«Me ne bastava una.»
«Nelle altre si vede meglio.»
Marta rise.
«Sei già fregata.»
Il problema era che Teresa viveva sola.
O almeno così lo vedevano i suoi figli.
Luca telefonò appena seppe la storia.
«Mamma, pensaci bene.»
«Sto pensando.»
«Un cane è un impegno.»
«Ho cresciuto voi due.»
«Non è la stessa cosa.»
«Infatti. Lui almeno non mi chiederà soldi a trent’anni.»
Luca scoppiò a ridere.
Poi diventò serio.
«Io dico solo che hai sessantuno anni.»
Teresa rimase in silenzio.
Quella frase le diede fastidio più di quanto volesse ammettere.
Sessantuno anni.
Come se fosse una scadenza.
Come se dopo i sessanta ogni decisione dovesse essere prudente.
Piccola.
Ragionevole.
Come se la vita dovesse lentamente restringersi.
Niente viaggi troppo lunghi.
Niente lavori troppo pesanti.
Niente innamoramenti.
Niente animali.
Niente progetti.
Solo visite mediche, bollette e fotografie dei nipoti sul telefono.
«E allora?»
«Non volevo dire…»
«Lo so cosa volevi dire.»
Quella domenica Marta insistette perché Teresa andasse a pranzo da lei.
C’erano i nipoti.
C’era Luca, arrivato apposta.
C’era una teglia di lasagne che Marta aveva preparato seguendo la ricetta della nonna.
Era da tempo che non si trovavano tutti insieme.
Teresa se ne accorse appena entrò.
Sul tavolo c’erano i piatti spaiati di ogni giorno.
I bambini correvano.
Il sugo profumava la cucina.
Per un istante Teresa sentì qualcosa di antico.
Casa.
Marta aspettò il secondo piatto prima di affrontare l’argomento.
«Allora, mamma.»
Teresa sollevò gli occhi.
«Allora cosa?»
«Il cane.»
Luca posò la forchetta.
«Abbiamo pensato…»
«Quando voi due cominciate una frase con “abbiamo pensato”, io mi preoccupo.»
«Non vogliamo impedirti niente.»
«Meno male.»
«Però devi essere realista.»
Teresa si irrigidì.
«Sono stata realista tutta la vita.»
Marta sospirò.
«Non è un cagnolino piccolo. È giovane, forte. Tu lavori di notte.»
«Posso portarlo fuori prima e dopo.»
«E quando stai male?»
«Vi chiamo.»
Luca alzò un sopracciglio.
«Ah, quindi diventiamo parte del piano.»
«Siete miei figli. Siete parte di tutti i miei piani anche quando non ve lo chiedo.»
Il nipote più grande rise.
Marta cercò di non farlo.
«Mamma, nessuno ti sta attaccando.»
«Lo so.»
Teresa appoggiò la forchetta.
«Ma da quando è morto vostro padre avete tutti questa paura che io faccia qualcosa di sbagliato.»
«Non è vero.»
«È verissimo.»
Silenzio.
Teresa guardò i suoi figli.
«Mi chiedete sempre se ho preso le medicine. Se ho chiuso il gas. Se il quartiere è sicuro. Se lavoro troppo. Se guido di notte.»
Marta abbassò gli occhi.
«Lo facciamo perché ti vogliamo bene.»
«Lo so.»
Teresa ammorbidì la voce.
«Ma volermi bene non significa tenermi sotto vetro.»
La tavola diventò quieta.
Anche i bambini avevano smesso di parlare.
Teresa continuò:
«Quando vostro padre è morto, tutti mi dicevano la stessa cosa. “Devi andare avanti.”»
Fece un piccolo sorriso amaro.
«Poi appena provi davvero ad andare avanti, tutti ti dicono di stare attenta.»
Luca la guardò.
Questa volta senza ribattere.
«Io non so ancora se prenderò quel cane.»
Teresa respirò.
«Però voglio poterlo decidere io.»
Marta annuì lentamente.
«Hai ragione.»
Quel pomeriggio Teresa tornò al centro.
Il cane era sdraiato.
Appena la vide si alzò.
Coda.
Occhi.
Quella faccia buffa e seria insieme.
Teresa si sedette davanti alla rete.
«Oggi hanno parlato tutti di te.»
Il cane infilò il muso tra le sbarre.
«Pare che sei diventato un problema di famiglia.»
Gli accarezzò il naso.
«Bravo. Non sei ancora entrato in casa e già fai il tuo dovere.»
Il settimo giorno un operatore le spiegò che, se nessuno si fosse presentato e se gli accertamenti fossero andati bene, Teresa avrebbe potuto chiedere l’adozione.
Lei fece finta di essere sorpresa.
«Ah.»
L’uomo sorrise.
«Ha già compilato metà dei moduli.»
«Solo per informarmi.»
«Certo.»
Teresa aveva persino misurato il balcone.
Aveva chiesto al veterinario del quartiere quali controlli servissero.
Aveva parlato con la vicina del piano di sotto, la signora Ada, settantacinque anni, vedova anche lei.
«Se ti serve, quando lavori, la sera scendo io.»
«Ada, ma se hai paura pure dei piccioni.»
«Dei piccioni sì. I cani mi piacciono.»
«Questo è grosso.»
«Meglio. Se entra qualcuno, gli faccio vedere te e scappa.»
«Grazie.»
«Non c’è di che.»
Il barista sotto casa promise una ciotola d’acqua fuori dal locale.
Il macellaio disse che avrebbe tenuto da parte qualche ritaglio adatto, se il veterinario lo consentiva.
Il ragazzo dell’officina offrì una vecchia brandina da campeggio.
Sembrava che il quartiere avesse già adottato quel cane prima ancora di Teresa.
Il decimo giorno, mentre lei beveva il caffè al banco, Ada le disse:
«Sai qual è il problema di oggi?»
«Sentiamo.»
«Che siamo diventati tutti troppo orgogliosi per chiedere aiuto.»
Teresa la guardò.
Ada girò il cucchiaino.
«Una volta uno aveva bisogno e lo sapeva tutto il palazzo. Adesso uno può stare male dietro una porta per tre giorni e nessuno se ne accorge.»
Indicò Teresa con il cucchiaino.
«Tu quella notte hai fatto una cosa semplice.»
«Ho preso freddo.»
«Sei rimasta.»
Teresa non rispose.
Ada bevve il caffè.
«Oggi restare è una cosa rara.»
Il quattordicesimo mattino Teresa uscì dal deposito senza il carrello.
Aveva terminato il turno.
Ma invece di andare verso la macchina rimase qualche secondo davanti al cancello.
Enzo arrivò con il suo autobus.
La vide.
«Oggi è il giorno?»
Teresa fece vedere la borsa.
Dentro c’erano i documenti.
E un guinzaglio blu nuovo.
Enzo sorrise.
«Finalmente.»
«Non dire niente.»
«Non ho detto niente.»
«Hai quella faccia.»
«Che faccia?»
«Quella di uno che ha ragione.»
Enzo rise.
«Vai.»
Teresa raggiunse il centro poco dopo l’apertura.
Firmò.
Ascoltò tutte le spiegazioni.
Controlli.
Cibo.
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