La sera dopo, alle diciotto in punto, la voce del signor Bianchi è tornata a filtrare dal soffitto come la pioggia sottile sui vetri: uguale a sempre, eppure diversa, perché adesso sapevo perché esisteva. E perché, in fondo, mi faceva così male: non era rumore, era un promemoria.
In cucina c’era ancora odore di pizza riscaldata e di detersivo, quella miscela da fine giornata che sa di cose fatte in fretta. Giulia era rimasta seduta al tavolo, con gli occhiali ancora addosso, ma lo schermo davanti a lei era nero. Non dormiva. Aspettava, anche se non voleva ammetterlo.
Mi sono seduto di fronte a lei, e per un attimo ho sentito il ridicolo della scena: io che, dopo anni di frasi pronte per clienti e presentazioni, non sapevo come iniziare con la persona più vicina. La voce di sopra, intanto, scorreva come un fiume basso.
«Allora?» ha detto Giulia, senza cattiveria. Era più una resa che una domanda. «Che cosa hai visto su?»
Ho inspirato piano. «Non parlava al telefono.» Poi le ho raccontato Teresa, la sedia a rotelle, la coperta a quadri, quel modo in cui il signor Bianchi le prendeva la mano come se fosse una cosa sacra. Ho parlato senza costruire frasi perfette, lasciando che uscissero storte, umane, con le pause.
Giulia ha abbassato lo sguardo sulla superficie del tavolo. Le sue dita hanno sfiorato un graffio nel legno, seguendone la linea come se potesse leggere qualcosa lì dentro. «Oddio…» ha sussurrato. «E tu gli hai bussato perché ti dava fastidio.»
«Sì.» La vergogna mi è risalita in gola, densa. «E lui mi ha invitato dentro. Mi ha parlato come se… come se fosse normale. Come se fossi io quello che aveva bisogno di essere ascoltato.»
Giulia ha fatto una risatina breve, senza gioia. «Forse lo eri.» Poi mi ha guardato davvero, per la prima volta da giorni. «E noi?»
La domanda è rimasta in mezzo a noi come una tazza vuota. Fuori, la pioggia continuava a picchiettare i vetri, Milano tutta appannata e stanca. Io ho appoggiato i palmi sul tavolo, come per ancorarmi.
«Noi siamo diventati bravi a non darci fastidio,» ho detto piano. «Bravi a non chiedere niente. A non fare rumore.»
Giulia ha deglutito, e per un secondo ho visto qualcosa muoversi dietro i suoi occhi: non un’accusa, ma una stanchezza antica. «Sai qual è la cosa peggiore?» ha detto. «Che quando mi chiedi “come stai”, io non so più rispondere. Mi viene da dire “bene” per chiudere. Come se stessi facendo un servizio clienti anche con te.»
Mi è scappato un sorriso triste. «Siamo due professionisti dell’evitare.»
Lei ha annuito, poi ha poggiato gli occhiali sul tavolo come se le pesassero. «Oggi in metro ho guardato una coppia di sessantenni. Lui le stava spiegando una cosa inutile, tipo la differenza tra due detersivi. Lei lo ascoltava e ogni tanto lo correggeva. E io… io li ho invidiati.» Ha alzato le spalle, imbarazzata. «Che stupidità, vero?»
«No.» Ho scosso la testa. «È esattamente la cosa.»
Per qualche minuto non abbiamo parlato, ma non era il silenzio di prima. Era un silenzio che respirava, che lasciava spazio. Sopra di noi, il signor Bianchi continuava il suo monologo, e io ho pensato che forse quella voce, senza saperlo, ci stava facendo da metronomo.
«Ti ricordi quando ci siamo conosciuti?» ho detto. «Parlavamo fino alle due di notte. Di tutto. Anche di niente.»
Giulia ha sorriso, finalmente. Un sorriso piccolo, ma vero. «Tu mi raccontavi storie assurde su gente che non esisteva. Io fingevo di credere a tutto.»
«E tu mi correggevi l’italiano,» ho ribattuto. «Con quella faccia da professoressa severa.»
«Perché lo sei tu quello che vende parole,» ha detto lei, e stavolta nella voce c’era calore. «Io vendevo solo pazienza.»
Quella sera non abbiamo risolto niente, eppure abbiamo fatto qualcosa che non facevamo da tempo: siamo rimasti lì. Abbiamo lasciato che la conversazione si allungasse, inciampando, tornando indietro, riprovando. Quando siamo andati a dormire, la voce del signor Bianchi era ancora in sottofondo, come una radio lontana.
Il giorno dopo, alle diciotto in punto, ho messo il telefono a faccia in giù senza pensarci troppo. Giulia mi ha guardato, poi ha fatto lo stesso. È stato un gesto minuscolo, quasi ridicolo, eppure mi ha dato l’idea di un inizio.
«Dieci minuti?» ho proposto.
«Venti,» ha risposto lei. «Non fare il tirchio.»
Abbiamo iniziato con domande facili: com’era andata la giornata, chi l’aveva fatta innervosire, cosa avevamo mangiato a pranzo. Ma poi, come succede quando lasci una finestra socchiusa, è entrata aria più vera.
«Mi sento in colpa,» ha detto Giulia a un certo punto. «Non so neanche verso chi. Verso me, forse. Perché mi sto facendo scivolare addosso tutto, e poi mi lamento che non sento niente.»
Ho cercato le parole, ma stavolta non quelle da mestiere. «Anch’io mi sento così,» ho ammesso. «Come se fossimo diventati… inquilini della nostra vita.»
Lei ha allungato la mano e mi ha toccato le dita. Non era un gesto teatrale. Era come controllare se dall’altra parte c’era ancora qualcuno.
La terza sera abbiamo fallito. Io ho avuto una chiamata lunga, lei era nervosa, ci siamo infilati nel solito automatismo: schermi, scroll, silenzio. E poi, puntuale, la voce del signor Bianchi è partita sopra di noi, e io ho sentito un fastidio nuovo: non verso lui, ma verso la nostra resa.
«Mi dà fastidio quando smettiamo,» ho detto, quasi senza accorgermene.
Giulia ha posato il telefono. «Anche a me.» Ha sospirato. «È come andare in palestra dopo anni. Fa male, ma se non lo fai peggiora.»
Quella frase mi ha fatto ridere, e la risata ha rotto qualcosa. Ci siamo ritrovati a parlare della prima casa che avevamo condiviso, dei mobili montati male, delle litigate stupide per un tappeto. Piccole cose. Ma erano nostre.
Il venerdì, tornando dal lavoro, ho comprato due paste in una pasticceria sotto casa. Non perché fossimo tornati romantici all’improvviso, ma perché mi è venuto in mente il signor Bianchi che raccontava a Teresa “quanto costa il burro”. Ho pensato che anche i dettagli più banali, messi in una voce, diventano una forma di cura.
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