Elena sentì quelle parole colpirla con una precisione spietata.
Avrebbe voluto negare.
Dire che aveva resistito soltanto per i figli.
Ma non era tutta la verità.
Aveva avuto paura del giudizio.
Della povertà.
Della vergogna.
Aveva scelto la bella figura e l’aveva chiamata sacrificio.
Guardò Arturo.
Nei suoi occhi non c’era condanna.
Solo tristezza.
Riccardo si voltò verso di lui con il volto deformato dalla rabbia.
«È colpa tua.»
Gli andò incontro e alzò un pugno.
Arturo non arretrò.
Non sollevò neppure le mani.
Riccardo si fermò a pochi centimetri dal suo viso.
In quegli occhi riconobbe i propri.
Il braccio gli cadde lungo il fianco.
«No,» mormorò. «Io non sono come te.»
«Non sai niente di me,» rispose Arturo. «Ma puoi ancora scegliere che uomo diventare.»
Stefano si lasciò cadere su una sedia.
«Allora non siamo Bellandi.»
Lo disse come se avesse perso un titolo nobiliare.
«Non siamo nessuno.»
Elena lo guardò con una tristezza più grande della rabbia.
«Siete figli miei e di Arturo. Se credete che senza il cognome Bellandi non valiate niente, allora vi hanno cresciuti davvero male.»
Riccardo aveva gli occhi lucidi.
«Ci hai rovinati.»
«Ho distrutto una menzogna. Il resto lo avete fatto voi.»
In quel momento entrò l’avvocato di Vittorio, l’uomo incaricato di portare i documenti del divorzio.
Aveva una cartella sotto il braccio e l’aria di chi avrebbe preferito trovarsi ovunque tranne che lì.
Vittorio riprese subito il controllo.
«Perfetto. Facciamola finita. Falle firmare la rinuncia e domani sarà fuori di casa.»
Elena si voltò lentamente.
«Non sarò io ad andarmene.»
Vittorio rise.
«Questa villa è mia.»
«No.»
Una sola parola.
L’avvocato abbassò gli occhi.
Elena indicò le pareti, il soffitto affrescato, le porte che davano sul mare.
«La villa fu costruita da mio padre. Me la donò prima delle nozze e volle che rimanesse intestata soltanto a me. Fu tuo padre, Vittorio, a pretendere la separazione assoluta dei beni, perché temeva che io potessi mettere le mani sul patrimonio dei Bellandi.»
Il sorriso di Vittorio scomparve.
Elena continuò.
«Negli anni Novanta, quando la tua impresa rischiava il fallimento, trasferisti a mio nome anche i terreni, le dépendance e parte della collezione d’arte, per proteggerli dai creditori.»
L’avvocato deglutì.
«La signora Elena ha ragione.»
Vittorio si voltò verso di lui.
«Stai zitto.»
«La villa e la tenuta sono proprietà esclusiva della signora. Lei può revocare il suo diritto di abitazione.»
Stefano si alzò di scatto.
«Vuoi cacciarci?»
«Voi avete case vostre. Automobili vostre. Stipendi che non vi siete guadagnati da soli. Ma questa casa è mia.»
Elena guardò i tre uomini.
«E non voglio più persone che mi disprezzano sotto il mio tetto.»
Claudia, rimasta in disparte, prese la borsa.
Aveva capito prima di tutti.
La villa non apparteneva a Vittorio.
L’uomo potente che avrebbe dovuto offrirle una vita da signora non possedeva neppure il letto in cui dormiva.
«Dove vai?» le domandò Vittorio.
«Non amo le situazioni complicate.»
«Claudia, aspetta.»
Lei uscì senza voltarsi.
Vittorio sembrò invecchiare in pochi secondi.
Si avvicinò a Elena e abbassò la voce.
«Parliamo in privato.»
Nella biblioteca, per la prima volta, fu lui a chiudere la porta con paura.
Quella stanza era sempre stata il suo regno.
Elena vi entrava soltanto per portare il caffè.
Ora si fermò davanti alla scrivania come la proprietaria che era sempre stata.
«È stata una sciocchezza,» disse Vittorio. «Un discorso fatto per impressionare. Claudia non significa nulla. Possiamo dimenticare tutto.»
Elena lo osservò.
«Tu credi che sia per Claudia?»
«Allora per cosa?»
«Per cinquant’anni.»
Vittorio sbuffò.
Elena si avvicinò alla finestra.
«Ricordi quando mi ferii al braccio e dicemmo a tutti che ero caduta dalle scale? Ricordi le notti in cui tornavi ubriaco e io raccontavo ai ragazzi che eri stanco? Ricordi quando mi costringesti a rinunciare a una terza gravidanza perché dicevi che un altro figlio avrebbe intralciato i tuoi progetti?»
«Non scavare nel passato.»
«Non sto scavando. Sto facendo il conto.»
Vittorio abbassò lo sguardo.
«Ho coperto ogni tua colpa. Ho protetto la tua reputazione. Ho insegnato ai figli ad ammirarti quando avrebbero dovuto imparare a riconoscere la crudeltà.»
Elena si voltò.
«L’ho fatto perché avevo paura di ammettere che la mia vita era stata un errore.»
«Siamo anziani. Dove vuoi andare adesso?»
«Non lo so.»
Per la prima volta la risposta non la spaventò.
«Ma qualunque posto sarà migliore di una casa in cui devo chiedere il permesso per esistere.»
La porta si aprì.
Riccardo e Stefano entrarono senza bussare.
«Basta con questi discorsi,» disse Riccardo. «Parliamo del denaro.»
Elena quasi sorrise.
Non per allegria.
Per incredulità.
Stefano si avvicinò alla scrivania.
«Le quote dell’impresa restano a noi. E questa storia della villa deve finire qui. Domani il paese saprà tutto.»
«È questo che vi preoccupa?»
«Hai distrutto il nome della famiglia.»
«Quel nome era già vuoto.»
Riccardo batté una mano sulla scrivania.
«Ci devi un risarcimento. Hai mentito sulla nostra nascita.»
Elena lo guardò a lungo.
«Vi ho dato un’istruzione, una casa, un futuro e ogni energia che avevo. Vi ho difesi anche quando non lo meritavate. Ma una cosa non sono riuscita a darvi.»
«Che cosa?»
«Un’anima adulta.»
Riccardo impallidì.
«Morirai sola.»
In passato Elena avrebbe pianto.
Avrebbe cercato una parola per addolcirlo.
Quella sera indicò la porta.
«Fuori.»
Vittorio la fissò.
«Dove dovrei andare a quest’ora?»
«In albergo. Hai sempre detto di aver guadagnato abbastanza per tutti. Usane una parte.»
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