Alle tre di notte dovevano abbattere Nerone, ma ciò che fece un uomo nel recinto lasciò tutti senza parole

«Non dovevo venire.»

«Chi sei?»

Fece un passo indietro.

Poi infilò una mano nel giubbotto.

La veterinaria, che era ancora lì per una visita, si irrigidì.

Ma il ragazzo tirò fuori soltanto una busta.

La poggiò sopra un palo.

C’era scritto:

PER LUI.

«È per lei, signor Carlo.»

«Chi sei?»

Non rispose.

Si voltò.

«Fermo.»

Il ragazzo continuò a camminare.

«Come ti chiami?»

Si girò appena.

«Elia.»

Poi sparì lungo la strada.

Nerone rimase agitato finché non lo vide più.

Portai la busta in cucina.

Rimasi mezz’ora a fissarla.

Poi la aprii.

La prima riga diceva:

Lei non conosce il mio nome, ma conosce quello che ho fatto.

Elia aveva lavorato per Sara nei mesi precedenti all’incendio.

Dormiva spesso in macchina.

Sua madre era morta.

Il padre se n’era andato anni prima.

Sara lo aveva trovato mentre cercava lavori saltuari e gli aveva offerto qualche giornata nel podere.

Gli faceva pulire i box.

Sistemare il fieno.

Riparare recinzioni.

E soprattutto gli dava da mangiare.

Elia scrisse che Sara aveva due regole.

Mai entrare da Nerone da solo.

Mai utilizzare la vecchia lampada riscaldante rossa del ricovero dei puledri.

L’impianto elettrico era malridotto.

Il cavo aveva già fatto scintille.

La sera dell’incendio era arrivata una gelata improvvisa.

Una cavalla aveva partorito da poco.

Il puledro tremava.

Sara era uscita per comprare alcune cose.

Aveva detto a Elia di aggiungere paglia, mettere una coperta e non toccare la lampada.

Lui vide il puledro tremare.

Si spaventò.

Prese la lampada.

Trovò una prolunga.

La collegò.

Per qualche minuto funzionò.

Poi sentì odore di plastica bruciata.

Quando tornò, alcune balle di fieno avevano preso fuoco.

Provò a spegnerle da solo.

Perché aveva paura.

Paura di essere licenziato.

Paura di aver deluso l’unica persona che gli aveva dato fiducia.

Mentre cercava di nascondere l’errore, il fuoco cresceva.

Quando chiamò Sara era troppo tardi.

Lei corse dentro.

Liberò gli animali.

Arrivò fino a Nerone.

Poi cadde la trave.

Nella lettera Elia aveva scritto:

Quando dissero che probabilmente era stato un corto circuito, io non dissi niente.

Lasciai che tutti credessero a quella storia.

Lasciai che Sara fosse ricordata come un’eroina e io rimasi nascosto.

Quelle parole mi fecero tremare.

Avrei voluto prenderlo a pugni.

Avrei voluto portare la lettera dai carabinieri.

Avrei voluto trovare qualcuno da odiare senza complicazioni.

Ma l’ultima pagina era peggiore.

Ho visto sul giornale una fotografia di Nerone con le persone che vengono al centro.

Ho letto quello che avete detto sul continuare a vivere.

Non chiedo perdono.

Non penso di meritarlo.

Ma nascondersi non è la stessa cosa che essere pentiti.

Se volete consegnare questa lettera, fatelo.

Non voglio più lasciare che sia una donna morta a portare la mia vigliaccheria.

In fondo c’era un indirizzo.

Quella notte non dormii.

Nemmeno Nerone.

A mezzanotte lo trovai vicino alla recinzione, rivolto verso la strada.

«L’hai riconosciuto, vero?»

Nerone mosse un orecchio.

Forse non ricordava il volto.

Forse ricordava un odore.

La paura.

Il fumo.

La colpa.

La mattina dopo portai la lettera al maresciallo.

Lesse tutto.

«Lo conosci?»

«Elia Conti.»

Sospirò.

«Ha avuto una vita difficile. Ma questo non cancella nulla.»

«Ha ammazzato Sara.»

«Ha fatto una scelta irresponsabile che ha provocato un incendio.»

«Per me cambia poco.»

«Per la verità cambia molto.»

Lo guardai male.

Lui non abbassò gli occhi.

«Vuoi il mio parere professionale? Consegna la lettera ufficialmente. Si riaprono gli accertamenti e decide chi deve decidere.»

«E il tuo parere da uomo?»

Ci pensò.

«Un ragazzo che scappa per otto mesi è un vigliacco.»

Mi restituì le pagine.

«Uno che torna sapendo che quel cavallo potrebbe ammazzarlo sta almeno tentando di smettere di esserlo.»

Tornando a casa mi fermai al cimitero.

La tomba di Sara era sotto un cipresso.

I fiori ormai secchi.

Mi tolsi il cappello.

«Mi hai lasciato proprio un bel casino.»

Il vento mosse i rami.

Nient’altro.

Quando tornai al podere, Elia era seduto davanti al cancello.

«Hai voglia di morire?»

«No.»

«Perché sei tornato?»

«Perché andare via dopo aver lasciato la lettera era come scappare un’altra volta.»

Quella risposta mi fece arrabbiare ancora di più.

«Non trasformare la tua confessione in un gesto eroico.»

«Non lo sto facendo.»

«Tu sai cosa è costato a te. Non sai cosa è costato agli altri.»

Abbassò gli occhi.

«Lo so.»

«No.»

Indicai Nerone.

«Guardalo.»

Elia lo fece.

Il cavallo era fermo a quaranta metri, teso come una corda.

«Perché adesso?»

«Ho visto cosa fa con quelle persone.»

Elia indicò il maneggio.

«Ho pensato che se lui continuava a vivere dentro quello che era successo, io non potevo continuare a nascondermi.»

Rimasi in silenzio.

Poi gli chiesi:

«Sai spalare letame?»

Mi guardò confuso.

«Sì.»

«Riparare staccionate?»

«Un po’.»

«Sai lavorare senza aspettarti un premio?»

Deglutì.

«Sì.»

Indicai il capanno.

«La pala è lì.»

I suoi occhi si illuminarono.

«Non sorridere.»

Il sorriso sparì.

«Questa non è misericordia.»

«Lo so.»

«Non è perdono.»

«Lo so.»

«E se scappi un’altra volta, la lettera va immediatamente alle autorità.»

Elia annuì.

«Va bene.»

«Box sud. Comincia.»

La prima settimana fu terribile.

Elia lavorò dall’alba al buio.

Pulì box.

Sistemò balle.

Riparò tre paletti.

Grattò con le mani la fuliggine rimasta sui vecchi abbeveratoi.

Nerone lo odiava.

Ogni volta che sentiva i suoi passi alzava la testa.

Se Elia si avvicinava troppo, il cavallo caricava la recinzione.

Poi arrivò Teresa.

La madre di Sara.

Capelli grigi raccolti dietro la nuca.

Piccola.

Dritta.

Quando vide Elia con una pala in mano, si fermò.

«Chi è quello?»

Non mentii.

«Il ragazzo della lettera.»

Teresa camminò fino a lui.

Elia lasciò la pala.

Si tolse il berretto.

«Dillo.»

La voce di Teresa era bassissima.

«Signora…»

«Dillo.»

Elia tremava.

«Ho usato la lampada. Sara mi aveva detto di non farlo.»

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