Alle tre di notte il mio gatto distrusse la doccia, ma quella follia finì per cambiarmi la vita

Io aprivo.

Lui partiva.

Una volta entrò nell’appartamento del quarto piano.

Un uomo di nome Riccardo me lo riportò tenendolo sotto le zampe anteriori con l’espressione di chi trasporta una pentola rotta.

Riccardo avrà avuto poco più di cinquant’anni.

Sempre scarpe pulite.

Camicia anche il sabato.

Profumo costoso.

Poche parole.

«Dovrebbe controllarlo.»

«Ha ragione. Mi dispiace.»

«Non tutti gradiscono animali in casa.»

«Capisco.»

«Ci vogliono dei confini.»

Confini.

Quella parola mi rimase addosso.

Non perché Riccardo avesse torto.

Aveva ragione.

Casa sua.

Regole sue.

Magari aveva allergie.

Magari aveva semplicemente pagato un mutuo per trent’anni e non voleva peli di gatto sul divano.

Legittimo.

Eppure il modo in cui aveva detto «confini» mi fece pensare.

Negli ultimi due anni avevo costruito confini dappertutto.

Con gli amici.

Con i parenti.

Con i vicini.

Con i ricordi.

Con il mondo.

Li avevo chiamati tranquillità.

Forse alcuni erano semplicemente muri.

Una domenica Teresa non aprì.

Eravamo rimasti d’accordo che avremmo preso il caffè alle quattro.

Alle quattro e dieci bussai.

Niente.

Alle quattro e un quarto chiamai.

Niente.

Mi dissi che stava dormendo.

Che magari era uscita.

Che magari si era dimenticata.

Poi Cesare cominciò a miagolare.

Non il suo solito teatro per la pappa.

Un suono strano.

Alto.

Ripetuto.

Corse verso la porta di Teresa.

Tornò da me.

Poi di nuovo verso la porta.

Mi gelò lo stomaco.

«Teresa!»

Bussai forte.

Niente.

«Signora Teresa!»

Cesare graffiava la porta.

Io cominciai a battere con il pugno.

Riccardo uscì dal suo appartamento.

Aveva già quell’espressione infastidita che conoscevo.

Poi vide la mia faccia.

Cambiò.

«Che succede?»

«Non risponde.»

Riccardo non disse più niente.

Prese il telefono e provò a chiamarla.

Dal piano di sotto salì il signor Bruno, pensionato, settantanove anni.

Poi arrivò Lucia, una donna che abitava al secondo piano e che conoscevo soltanto perché aveva sempre una borsa della spesa enorme.

Nel giro di cinque minuti il pianerottolo era pieno di persone che vivevano a pochi metri l’una dall’altra da anni e quasi non si erano mai parlate.

L’amministratore aveva lasciato un recapito per le emergenze.

Fu contattato chi aveva accesso alla chiave di servizio.

Quando finalmente entrammo, Teresa era per terra in cucina.

Era cosciente.

Pallidissima.

Aveva rovesciato una caraffa d’acqua, era scivolata e non riusciva più ad alzarsi.

Appena ci vide disse:

«Scusate.»

Di nuovo.

Scusate.

Come se avesse organizzato tutto per disturbarci.

Chiamammo i soccorsi.

Arrivarono poco dopo.

Domande.

Farmaci.

Documenti.

Una coperta.

Il corridoio pieno di scarpe.

La voce di qualcuno che chiedeva se ci fossero parenti.

Cesare riuscì a infilarsi sotto il tavolo e se ne stette lì, occhi spalancati, orecchie basse.

Teresa mi strinse la mano quando la portarono via.

«Paolo.»

Era la prima volta che pronunciava il mio nome in quel modo.

Non come saluto.

Come richiesta.

«Vengo con lei.»

«Non serve.»

«Vengo.»

La accompagnai all’ospedale cittadino.

Il parente più vicino viveva lontano.

Un nipote.

Non rispondeva.

Rimasi per ore seduto su una sedia di plastica sotto una luce bianca che faceva sembrare stanchi anche i muri.

Riccardo, nel frattempo, mi mandò un messaggio.

Non sapevo nemmeno che avesse il mio numero.

«Il gatto sta urlando davanti alla tua porta.»

Un altro messaggio dopo cinque minuti.

«Adesso è seduto lì. Sembra una vedova dell’Ottocento.»

Risi.

Nel corridoio di un ospedale.

Con Teresa in una stanza dall’altra parte.

Risi così forte che una signora mi guardò male.

Teresa aveva una frattura all’anca.

Doveva essere operata.

Prima che la portassero via, mi sedetti accanto al letto.

Lei teneva gli occhi bassi.

«Mi dispiace.»

«Teresa, basta chiedere scusa.»

«Vi ho creato un problema.»

La guardai.

E mi uscì una frase che non avevo preparato.

«Lei non ha creato un problema. Lei ha avuto un problema.»

Teresa rimase immobile.

Poi cominciò a piangere.

E io con lei.

A cinquantotto anni avevo pensato di aver ormai imparato a controllare certe cose.

Sciocchezze.

Tornai a casa quasi a mezzanotte.

Cesare mi accolse urlando come un creditore.

Mi girò intorno.

Mi afferrò il pantalone.

Mi seguì fino in cucina.

Poi improvvisamente si alzò sulle zampe posteriori e appoggiò quelle davanti contro il mio petto.

Rimase fermo.

Io scivolai lungo il muro.

Mi sedetti sul pavimento.

E piansi con la faccia appoggiata alla sua schiena.

Lui faceva le fusa.

Forte.

Come sempre.

Nelle settimane successive Teresa passò dall’ospedale a una struttura per la riabilitazione.

Io andavo a trovarla.

Le portavo la posta.

Annaffiavo le piante.

Cesare ogni sera si fermava davanti alla sua porta vuota.

All’inizio pensai fosse una coincidenza.

Poi capii che la aspettava.

Fu allora che cominciarono i problemi nel condominio.

Prima un foglio sulla mia porta.

«Si invita il proprietario dell’animale a evitare rumori e disturbo.»

Poi un avviso vicino all’ascensore.

Poi messaggi nel gruppo dei residenti.

Il condominio aveva un gruppo di messaggistica.

Chiunque abbia vissuto in un palazzo sa che è uno degli esperimenti più pericolosi mai fatti sull’essere umano.

Qualcuno scrisse:

«Dispiace per quello che è successo alla signora del terzo piano, ma le parti comuni non sono un centro per animali. Alcuni residenti preferiscono non avere gatti davanti alle proprie porte.»

Qualcun altro rispose:

«Quel gatto ha dato l’allarme.»

Un terzo:

«Non è questo il punto.»

Poi Bruno scrisse:

«Se ci controllassimo un po’ di più tra noi, forse non servirebbe un gatto.»

Silenzio.

Trenta secondi.

Poi scoppiò la guerra.

Lessi messaggi per venti minuti.

Privacy.

Regole.

Rispetto.

Libertà.

Disturbo.

Responsabilità.

Ognuno aveva una parola importante da difendere.

Io non volevo intervenire.

Non ero mai stato uno da discussioni pubbliche.

Una volta, urtando una sedia al bar, avevo detto «scusi» alla sedia.

Poi pensai a Teresa sul pavimento.

Alla sua prima parola.

Scusate.

Scrissi.

Cancellai.

Riscrissi.

Alla fine mandai questo:

«Capisco chi non vuole un gatto davanti alla porta. È giusto e starò più attento. Ma Teresa era per terra da sola. L’abbiamo trovata presto perché Cesare ha fatto rumore e perché, per una volta, abbiamo aperto le porte. Forse vale la pena pensare anche a questo.»

Posai il telefono.

Mi sentivo come se avessi tenuto un discorso davanti a tutta la città.

Le risposte arrivarono subito.

Alcuni mi diedero ragione.

Altri dissero che stavo usando l’incidente di una donna anziana per fare la morale.

Uno scrisse che la solidarietà non poteva essere obbligatoria.

Su quello aveva ragione.

Poi intervenne Riccardo.

L’uomo dei confini.

Scrisse:

«Non mi piacciono i gatti e continuo a non volerli in casa. Però questo ha chiaramente segnalato che c’era qualcosa che non andava. E forse a volte usiamo la parola “confini” perché suona meglio di “indifferenza”.»

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto