Dopo 538 giorni senza speranza, un pensionato vide quel vecchio collare dietro un’officina e si fermò

Dopo 538 giorni avevo smesso di aspettarlo, poi un pensionato del quartiere vide quel vecchio collare dietro un’officina e si fermò

«Sunny! Fermati!»

Lo gridai così forte che la signora del piano di sopra si affacciò dal balcone con il grembiule ancora addosso.

Ma il mio gatto non si voltò.

Aveva visto una farfalla bianca passare davanti al portone e, per lui, in quel momento non esisteva più nient’altro.

Né io.

Né la casa.

Né la ciotola piena in cucina.

Solo quella farfalla.

Scivolò tra le mie caviglie mentre stavo ritirando un pacco lasciato sul pianerottolo, attraversò il piccolo cortile condominiale e sparì oltre il cancello.

Aveva appena dieci mesi.

Un gatto rosso, con il pelo color miele e strisce arancioni più scure, due orecchie enormi e quelle zampe ancora un po’ sproporzionate dei cuccioli.

Lo avevo chiamato Sunny perché mia nipote, vedendolo la prima volta sul davanzale illuminato dal sole, aveva detto:

«Zia Anna, sembra un pezzo d’estate.»

Avevo cinquantasette anni allora.

Vivevo da sola in un quartiere alla periferia di Bologna, in uno di quei condomini anni Settanta dove tutti sanno quando torni a casa, cosa cucini la domenica e se tuo figlio viene a trovarti abbastanza spesso.

Mio marito era morto quattro anni prima.

Mia figlia Claudia si era trasferita a Parma con il compagno e i bambini.

Diceva spesso:

«Mamma, dovresti uscire di più.»

Come se la solitudine fosse una stanza da cui bastasse aprire una porta.

Sunny era arrivato proprio quando avevo smesso di fingere di stare bene.

Un’amica me lo aveva portato in una scatola di cartone.

«Solo per qualche giorno», aveva detto.

Dopo tre ore dormiva sul mio petto.

Dopo due giorni avevo comprato una cuccia.

Dopo una settimana avevo capito che quella casa non era più soltanto mia.

Sunny mi aspettava dietro la porta quando tornavo dal supermercato.

Saltava giù dal divano appena sentiva le chiavi.

Dormiva contro le mie costole.

Se piangevo, cosa che allora mi capitava ancora spesso di notte, si infilava sotto il mio mento e faceva le fusa come un piccolo motore scassato.

Per questo, quando attraversò quel cancello, corsi.

All’inizio non ero neanche davvero spaventata.

Pensavo che avrebbe fatto due salti sull’erba, perso interesse per la farfalla e sarebbe tornato.

Lo chiamai ridendo.

Poi smisi di ridere.

Controllai sotto le macchine.

Dietro i cassonetti.

Nel cortile della palazzina accanto.

Sotto la siepe della signora Rosaria.

Dietro il garage del signor Franco.

Niente.

Alle sette di sera la sua ciotola era ancora piena.

Alle nove camminavo per le vie del quartiere con una torcia.

Alle undici avevo la voce roca.

Quella prima notte lasciai accesa la luce dell’ingresso.

La seconda notte anche.

La terza pure.

Misi fuori la sua copertina.

Lasciai un po’ del suo cibo vicino al cancello.

Scossi per ore la scatola dei croccantini.

Ogni rumore mi faceva correre alla finestra.

Un’ombra sotto un’auto.

Un miagolio lontano.

Un sacchetto trascinato dal vento.

Ogni volta il cuore mi saltava in gola.

Ogni volta non era lui.

Il mattino dopo stampai cinquanta volantini nella piccola copisteria del quartiere.

FOTO DI SUNNY.

GATTO ROSSO.

SMARRITO.

Chiamare Anna.

Li appesi vicino al forno, al supermercato di zona, all’edicola, nella bacheca davanti all’ufficio postale e perfino al cancello della parrocchia.

Per una settimana mi chiamarono in tanti.

«Signora, ho visto un gatto rosso vicino alla rotonda.»

«Forse è passato dietro il mercato.»

«Ce n’è uno che dorme sotto un furgone.»

Correvo ogni volta.

Mai Sunny.

Dopo un mese, le telefonate diminuirono.

Dopo due mesi, cominciarono le frasi che la gente pronuncia quando vuole consolarti ma non sa come farlo.

«I gatti sanno cavarsela.»

«Magari qualcuno l’ha preso in casa.»

«Vedrai che vive benissimo da qualche parte.»

Annuii.

Ringraziavo.

Poi tornavo a casa e aprivo una porta dietro la quale non c’era più nessuno ad aspettarmi.

La cosa peggiore non era l’assenza.

Era il dubbio.

Se avessi saputo che Sunny era morto, almeno avrei avuto qualcosa contro cui piangere.

Invece ogni notte la testa costruiva una storia diversa.

Sunny chiuso in un garage.

Sunny ferito.

Sunny affamato.

Sunny che cercava la strada di casa.

Sunny che mi chiamava e io non lo sentivo.

Quell’ultimo pensiero mi distruggeva.

Non avevo paura che mi avesse dimenticata.

Avevo paura che avesse avuto bisogno di me.

E che io non fossi arrivata.

Passò l’estate.

Poi l’autunno.

Arrivarono le prime giornate fredde.

Quando pioveva forte, guardavo fuori dalla finestra e pensavo:

No.

Non il mio piccolo.

Ti prego.

Non sotto questa pioggia.

A Natale mia figlia provò a convincermi a togliere la sua ciotola.

«Mamma, ti fai male da sola.»

La guardai come se mi avesse chiesto di buttare via una fotografia di suo padre.

«Lasciala dov’è.»

Non insistette.

Nel quartiere tutti sapevano.

La signora Rosaria, quella del secondo piano, ogni tanto mi portava un piatto di lasagne e diceva di aver cucinato troppo.

Mentiva malissimo.

Il signor Franco controllava i garage ogni volta che ne vedeva uno aperto.

Il ragazzo dell’edicola teneva ancora il volantino di Sunny dietro il vetro quando gli altri erano ormai scoloriti.

Nessuno me lo diceva apertamente, ma avevo capito che non ero più l’unica a guardare i gatti rossi.

Fu allora che compresi quanto può essere strano un quartiere.

Ci si saluta per vent’anni senza sapere quasi nulla gli uni degli altri.

Poi perdi qualcosa.

E scopri che qualcuno aveva cominciato a cercarlo insieme a te.

Passarono dodici mesi.

Poi quattordici.

Poi sedici.

La vita riprese le sue abitudini.

Andavo al lavoro.

Facevo la spesa.

La domenica pranzavo ogni tanto da Claudia.

Sorridevo.

Lavavo i piatti.

Pagavo le bollette.

Ma il collare di Sunny rimaneva fotografato sul frigorifero.

E la sua ciotola era ancora nella credenza.

Non più sul pavimento.

Ma nemmeno buttata.

La speranza, col tempo, non scompare davvero.

Impara soltanto a stare zitta.

Il cinquecentotrentottesimo giorno stavo piegando degli asciugamani sul letto quando squillò il telefono.

Numero sconosciuto.

Quasi non risposi.

«Pronto?»

«Parlo con la signora Anna Bellini?»

La voce era quella di un uomo anziano.

Calma.

Un po’ roca.

«Sono io.»

«Mi chiamo Carlo. Mi scusi se la disturbo. Ho trovato il suo numero collegato ai dati di un gatto.»

Mi sedetti.

Non ricordo di aver deciso di farlo.

Le gambe semplicemente smisero di reggermi.

«Che gatto?»

Dall’altra parte ci fu un secondo di silenzio.

«Rosso. Maschio. Ha un’orecchia un po’ rovinata. Zoppica leggermente.»

Non respiravo più.

«Dove?»

Carlo mi raccontò che quella mattina era andato a trovare un vecchio collega in una piccola officina dall’altra parte della città.

Dietro il capannone c’erano alcuni furgoni parcheggiati.

Aveva visto un gatto magro infilarsi sotto uno di essi.

La prima volta aveva continuato a camminare.

Poi aveva notato una cosa.

Un collare.

Vecchio.

Sbiadito.

Quasi spaccato.

«Non so perché», disse Carlo. «Ho pensato che se aveva ancora quel collare, forse qualcuno lo stava ancora aspettando.»

Tornò indietro.

Ci mise quasi quaranta minuti per convincere il gatto a uscire.

Gli diede un pezzo di pollo che aveva nel panino.

Il gatto era diffidente, ma affamato.

Carlo lo portò in una struttura veterinaria del quartiere.

Controllarono il microchip.

Il mio nome era ancora lì.

Il mio numero pure.

«Signora Anna?»

«Sì.»

«È ancora al telefono?»

Aprii la bocca.

Non uscì niente.

Poi riuscii a dire:

«Sto arrivando.»

Non ricordo quasi nulla del tragitto.

Ricordo i semafori.

Ricordo le mie mani strette sul volante.

Ricordo una voce nella testa che continuava a ripetere:

Non sperare troppo.

Non sperare troppo.

Potrebbe non essere lui.

Non rompere il cuore due volte.

Quando entrai nella stanza, vidi un gatto dentro un trasportino.

Per un attimo non lo riconobbi.

Era più grande.

Troppo magro.

Il pelo arancione era spento e irregolare.

Un’orecchia aveva un piccolo taglio.

Vicino alla spalla c’era una zona quasi senza pelo.

E zoppicava.

Mi dissero che potevo avvicinarmi.

Feci un passo.

Poi un altro.

Il gatto mi guardò.

Io dissi soltanto:

«Sunny.»

Lui si immobilizzò.

Non lentamente.

Di colpo.

Alzò la testa.

Le pupille si allargarono.

«Sunny», ripetei.

Successe tutto in un secondo.

Saltò fuori dal trasportino.

Attraversò la stanza zoppicando e mi si arrampicò addosso come faceva da cucciolo.

Sentii le unghie attraverso il maglione.

Sentii il suo peso sul petto.

Sentii quel suono rauco, spezzato, che non sembrava neanche un miagolio.

Caddi in ginocchio.

Lo strinsi.

Piangevo così forte che una giovane assistente uscì dalla stanza lasciandoci soli.

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