Avevo già firmato per adottare Tito, poi quella zampa attraverso la rete mi fece cambiare tutto

Bruno guardò il pavimento.

La signora Rinaldi strinse le labbra.

«Carlo, capisco l’aspetto emotivo.»

Quella frase mi irritò più di un insulto.

L’aspetto emotivo.

Come se l’affetto fosse un dettaglio.

Come se la sofferenza fosse una nota a piè pagina.

«Non è un aspetto emotivo,» risposi. «Sono rimasti insieme quando il loro padrone è morto. Uno senza l’altra smette di mangiare.»

«E io devo pensare a ventiquattro famiglie, non a due cani.»

Aveva ragione.

Era questo il problema.

Non era cattiva.

Aveva ragione.

E anch’io.

A volte i conflitti peggiori nascono proprio così.

«Dammi un mese.»

Lei mi guardò.

«Per fare cosa?»

«Per dimostrare che non creano problemi.»

«E se arrivano lamentele?»

«Me ne assumo la responsabilità.»

Bruno intervenne.

«Stasera c’è la riunione condominiale.»

Lo guardai.

«Lo so.»

«Portali.»

La signora Rinaldi si voltò di scatto.

«Bruno.»

Lui alzò le spalle.

«Se dobbiamo parlare di loro, almeno che la gente veda di cosa parla.»

Per la prima volta pensai che forse dietro quel mazzo di chiavi c’era ancora un essere umano.

Nel pomeriggio Luna tossì.

Una volta.

Poi di nuovo.

Mi si chiuse il petto.

Chiamai un ambulatorio veterinario del quartiere e ci andai subito.

Il veterinario ascoltò a lungo il cuore di Luna.

Tito rimase seduto vicino al tavolo.

Non distolse gli occhi da lei nemmeno un secondo.

«Ha un soffio cardiaco,» disse il veterinario.

Sentii subito una cifra immaginaria moltiplicarsi nella mia testa.

Visite.

Esami.

Medicine.

«È grave?»

«Va controllato. Non significa necessariamente un’emergenza. Alla sua età è abbastanza frequente.»

Annuii.

Lui continuò a visitarla.

Poi tese una mano verso Luna.

Lei non scodinzolò.

Non gli leccò le dita.

Restò immobile per qualche secondo.

Poi sollevò lentamente la zampa.

La appoggiò sulla sua mano.

Il veterinario sorrise.

«Questa signora non è fredda.»

«Al canile l’avevano già restituita due volte,» dissi. «Dicevano che era troppo distante.»

Lui guardò Luna.

«Non è distante.»

Fece una pausa.

«È prudente.»

Quella parola mi accompagnò per tutto il tragitto verso casa.

Prudente.

Quante persone, dopo una certa età, diventano così?

Non fredde.

Prudenti.

Dopo aver perso un coniuge.

Dopo un figlio che telefona sempre meno.

Dopo un’amicizia finita.

Dopo una promessa tradita.

Si smette di correre incontro alle persone.

Si aspetta.

Si osserva.

Si decide lentamente se vale la pena fidarsi.

Forse era per quello che capivo Luna più di quanto volessi ammettere.

Alle sette scendemmo nella sala condominiale.

Sedie di plastica.

Tavolo pieghevole.

Una caraffa d’acqua.

Biscotti secchi che nessuno mangiava mai.

Quando entrai con due guinzagli, le conversazioni si fermarono.

Vidi subito le espressioni.

La signora Adele del terzo piano sorrise.

Il signor Marini aggrottò la fronte.

Una coppia vicino alla porta si scambiò uno sguardo.

«Sono due?»

«Sì, sono due.»

«Ma il regolamento…»

Eccolo.

Il regolamento.

La Bibbia dei condomini.

Mi sedetti in fondo.

Tito si sdraiò sotto la sedia.

Luna accanto a lui.

La signora Rinaldi iniziò la riunione parlando dell’ascensore, della pulizia delle scale e di una perdita nel garage.

Poi arrivò il mio turno.

«Dobbiamo discutere di una situazione nuova.»

Ventitré paia di occhi vennero verso di me.

«Il signor Carlo ha adottato due cani, mentre il regolamento interno ne consente uno.»

Silenzio.

Poi il signor Marini:

«Se facciamo un’eccezione, domani ne arrivano quattro.»

Una donna dall’altra parte:

«Sono animali anziani, non mi sembrano pericolosi.»

«Non è questione di pericolosità.»

«Io sono allergica.»

«E chi le ha chiesto di portarli a letto?»

Qualcuno rise.

La signora Rinaldi sollevò una mano.

«Per favore.»

Io mi alzai.

Avevo preparato un discorso.

Naturalmente lo dimenticai tutto.

«Non voglio convincere nessuno con una storia strappalacrime.»

Bella frase.

Peccato fosse esattamente quello che stavo per fare.

«Sono andato al canile per prendere un cane. Tito.»

Lo indicai.

Lui alzò appena la testa.

«Avevo firmato. Era finita.»

Raccontai della rete.

Della zampa di Luna.

Delle tre settimane trascorse accanto al loro padrone morto.

Del fatto che Luna smetteva di mangiare se veniva separata da Tito.

Non alzai mai la voce.

A sessantasette anni impari che spesso, quando hai qualcosa di importante da dire, parlare piano costringe gli altri ad ascoltare meglio.

«Io non sono ricco,» dissi. «Vivo con la pensione. Non ho una villa. Ho due stanze e un balcone dove se metto tre vasi devo uscire di lato.»

Qualche sorriso.

«Prenderne due mi fa paura.»

Guardai Luna.

«Ma riportarne indietro uno mi farebbe vergognare.»

Il signor Marini si sporse.

«Con tutto il rispetto, Carlo, bisogna ragionare. Se uno non può permettersi due animali, non dovrebbe prenderli.»

Mi colpì.

Perché era vero.

E falso.

Tutto insieme.

«Hai ragione,» risposi.

Lui sembrò sorpreso.

«Devo ragionare. Ogni mese.»

Indicai i cani.

«Ma nella vita non tutto entra in una colonna di numeri.»

Il silenzio diventò più pesante.

«Quando è morta mia moglie, quattro anni fa, c’erano persone che mi dicevano di uscire, distrarmi, reagire.»

Guardai Adele.

Lei abbassò gli occhi.

«Solo una vicina, la signora Teresa che abitava allora al secondo piano, faceva una cosa diversa.»

Sorrisi.

«Mi lasciava una pentola di minestra davanti alla porta.»

Qualcuno rise piano.

«Non mi chiedeva niente. Non mi diceva di reagire. Mi lasciava mangiare.»

Mi passai una mano sul viso.

«Ecco. Forse questi due stanno facendo la stessa cosa tra loro.»

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