Luna si alzò.
Lentamente.
Tito sollevò subito la testa.
Lei fece tre passi lontano da lui.
Per una cagnolina che gli viveva incollata, erano quasi un viaggio.
Si fermò in mezzo alla sala.
Guardò le persone.
Non scodinzolava.
Non cercava carezze.
Restò lì.
Piccola.
Vecchia.
Il muso bianco.
Gli occhi stanchi.
Poi tossì.
Una sola volta.
Adele si portò una mano alla bocca.
«Povera creatura.»
Il signor Marini non disse nulla.
Bruno si alzò dal muro.
«Io vivo qui da trent’anni.»
Partimmo tutti dal presupposto che avrebbe citato il regolamento.
Invece disse:
«Ho visto figli litigare perché la madre anziana teneva la televisione troppo alta. Ho visto vicini chiamarsi per lamentarsi di una sedia trascinata alle nove di sera.»
Qualcuno abbassò la testa.
«Ho visto gente abitare porta a porta per quindici anni senza sapere il nome dell’altro.»
Si grattò la guancia.
«Questi due sono arrivati ieri e, a quanto pare, hanno già capito meglio di noi come si fa a non lasciare solo qualcuno.»
Nessuno rise.
Bruno guardò la signora Rinaldi.
«Le regole servono.»
Lei annuì.
«Certo che servono.»
«Però forse devono servire alle persone.»
Indicò Tito e Luna.
«Non il contrario.»
Fu Adele a parlare dopo.
Aveva settantacinque anni e viveva sola da quando era morto suo marito.
«Io non ho problemi con loro.»
Poi aggiunse:
«Anzi, Carlo, se qualche pomeriggio devi uscire, posso tenerli d’occhio.»
Una donna disse:
«Io resto preoccupata per gli odori.»
«Giusto,» risposi subito. «Se ci sono problemi, me ne occupo.»
Un altro vicino:
«E per il rumore?»
«Non abbaiano quasi mai.»
Il signor Marini borbottò:
«Per ora.»
«Per ora,» ammisi.
Non volevo vincere.
Volevo essere onesto.
La discussione durò quasi un’ora.
Alcuni restarono contrari.
Altri cambiarono idea.
Altri probabilmente volevano solo tornare a casa a vedere la televisione.
Alla fine la signora Rinaldi posò la penna sul tavolo.
«Facciamo trenta giorni di prova.»
Mi mancò quasi il fiato.
«Nessun disturbo documentato. Pulizia delle parti comuni a tuo carico se necessario. Eventuali danni, ovviamente, saranno responsabilità tua.»
Annuii.
«Va bene.»
«Fra trenta giorni rivalutiamo.»
«Grazie.»
La signora Rinaldi guardò Luna.
«Non ringraziarmi ancora.»
Ma mentre lo diceva, Luna le si avvicinò.
Fece due passi.
Poi tre.
Le annusò una scarpa.
La signora Rinaldi rimase immobile.
«E adesso cosa fa?»
«Decide se sei affidabile.»
Bruno scoppiò a ridere.
Fu la prima volta che vidi l’amministratrice sorridere.
Nei giorni successivi successe una cosa che non avevo previsto.
Il condominio cominciò a cambiare.
Non molto.
Le persone non diventano sante da un giorno all’altro.
Il signor Marini continuava a controllare dove lasciavo i sacchetti.
La signora del quarto continuava a lamentarsi dell’ascensore.
Bruno continuava a sapere tutto di tutti.
Però comparvero piccoli gesti.
Adele lasciò davanti alla mia porta un vecchio cuscino.
«Era di mio marito. È ancora buono.»
La coppia del secondo piano mi regalò due ciotole che non usava più.
Un ragazzo che abitava con sua madre iniziò a fermarsi qualche minuto sulle scale per accarezzare Tito.
Perfino il signor Marini, una mattina, mi disse:
«Il negozio qui dietro ha quelle crocchette in offerta.»
Lo disse senza guardarmi.
Come se la gentilezza fosse una cosa di cui vergognarsi.
Una sera suonarono.
Era Bruno.
In mano aveva una coperta.
«Mia sorella voleva buttarla.»
«E tu hai pensato ai cani.»
«Ho pensato che sei tirchio e non ne avresti comprata un’altra.»
«Sei sempre molto affettuoso.»
«Non abituarti.»
Dopo due settimane, Luna cominciò a cambiare.
Non diventò improvvisamente gioiosa.
Non correva.
Non saltava.
Ma quando entravo in casa, alzava la testa.
Poi iniziò a muovere la coda.
Una volta.
Due volte.
Un pomeriggio, mentre leggevo sul divano, sentii qualcosa sul piede.
Guardai giù.
Luna aveva appoggiato il muso sulla mia pantofola.
Tito dormiva a un metro di distanza.
Non era accanto a lui.
Era accanto a me.
Rimasi immobile.
Pensai a quello che Anna mi aveva detto anni prima.
Basta che rimani.
Così rimasi.
Dopo qualche minuto Luna chiuse gli occhi.
E io piansi.
Poco.
A sessantasette anni un uomo ha diritto di mentire sulla quantità.
Il trentesimo giorno la signora Rinaldi convocò una breve riunione.
Arrivai con Tito e Luna.
Questa volta nessuno smise di parlare quando entrammo.
Adele aveva portato biscotti.
Bruno distribuiva fogli.
Il signor Marini indicò Tito.
«Quello russa.»
«Anche tu.»
La moglie di Marini rise più forte di tutti.
La signora Rinaldi aprì il registro.
«In trenta giorni non risultano segnalazioni ufficiali.»
Bruno tossicchiò.
«Una c’è.»
Mi si fermò il cuore.
«Quale?»
Lui sollevò un foglio.
«Tito russa.»
La sala scoppiò a ridere.
Persino io.
La signora Rinaldi scosse la testa.
«Direi che possiamo considerare concluso il periodo di prova.»
La guardai.
«Possono restare?»
Lei richiuse il registro.
«Possono restare.»
Adele applaudì.
Qualcuno la seguì.
Luna si spaventò per il rumore e si avvicinò subito a Tito.
Lui le toccò il muso.
Poi, con mia sorpresa, Luna fece un passo verso il gruppo.
Bruno tese una mano.
Lei gli appoggiò la zampa sul palmo.
Lui diventò rosso.
«Be’, non facciamone un caso.»
Naturalmente ne facemmo un caso.
Quella notte, tornando in appartamento, tolsi i collari per pulirli.
Quello di Tito aveva una medaglietta vecchia.
Quello di Luna era ancora più consumato.
Sul retro c’erano due parole quasi cancellate.
Le lessi sotto la luce della cucina.
“Insieme, sempre.”
Rimasi lì a fissarle.
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