Pensavo che quella sedia traballante fosse solo un lavoretto da dieci minuti. Invece mi aprì una porta che credevo chiusa per sempre.
Il biglietto sotto la porta lo lessi tre volte.
“Buongiorno, signor Rinaldi. La nostra sedia della cucina traballa. Se passa, c’è pasta e fagioli.”
Non era una frase importante, detta così.
Eppure io rimasi lì, in piedi nel corridoio, con il foglio in mano, come se qualcuno mi avesse appena chiamato per nome dopo anni di silenzio.
Da quando Maria non c’era più, le giornate avevano tutte lo stesso rumore.
Il cucchiaino nella tazzina.
La televisione bassa.
Il frigorifero che partiva di colpo.
Il vicino che chiudeva la porta.
E poi niente.
Quel biglietto, invece, faceva rumore.
Un rumore piccolo, ma vivo.
Mi lavai le mani anche se erano già pulite.
Mi pettinai davanti allo specchio del bagno.
Mi cambiai il cardigan con quello meno consumato sui gomiti.
Poi presi la cassetta degli attrezzi.
Era più pesante del solito.
O forse ero io che non ero più abituato a portarla con uno scopo.
La famiglia della sedia abitava al secondo piano.
Marito e moglie sui sessant’anni, persone tranquille. Lui si chiamava Franco, lei Luciana.
Li vedevo spesso nell’androne, ma ci eravamo sempre detti solo buongiorno e buonasera.
Luciana mi aprì con il grembiule addosso e il viso acceso dal vapore della cucina.
“Signor Giovanni, entri. Non guardi il disordine.”
Era una cucina normalissima.
Un tavolo con la tovaglia cerata.
Una radio bassa.
Una pentola sul fuoco.
E quella sedia, appoggiata in un angolo, con una gamba che ballava più di un giovane al sabato sera.
Mi inginocchiai piano.
Le ginocchia fecero quel rumore secco che ormai conoscevo bene.
Franco si mosse subito.
“Vuole una mano?”
“Mi dia solo la sedia ferma,” dissi.
Mi uscì una voce più sicura di quanto mi sentissi.
Ci misi venti minuti.
Non dieci.
Le viti erano vecchie, il legno un po’ crepato, e una mano mi tremava più dell’altra.
Ma alla fine la sedia non si mosse più.
Franco ci si sedette sopra con prudenza.
Poi fece un sorriso da bambino.
“Sta meglio di prima.”
Non sapevo cosa rispondere.
Perché certe frasi, a una certa età, ti arrivano addosso in modi strani.
Sta meglio di prima.
Anche io avrei voluto sentirmi così.
Luciana mise tre piatti in tavola.
“I patti erano chiari,” disse. “Pasta e fagioli.”
“Non volevo disturbare.”
Lei mi guardò come mi guardava Maria quando dicevo una stupidaggine.
“Signor Giovanni, una sedia aggiustata vale almeno un piatto pieno.”
Mangiai con loro.
All’inizio piano.
Poi un po’ meno piano.
La pasta era morbida, calda, con l’olio buono sopra.
Non era solo fame.
Era il fatto di mangiare con qualcuno davanti.
Sentire due persone che parlavano del tempo, della farmacia, del nipote che studiava lontano, della vicina del quarto che faceva sempre cadere le mollette.
Cose piccole.
Cose vive.
Quando tornai al terzo piano, avevo nella tasca del cardigan un mandarino e un barattolo di sugo.
Luciana me li aveva infilati dentro quasi di nascosto.
“Così non pesa nella borsa,” aveva detto.
Io feci finta di non capire.
Lei fece finta di non avermi aiutato.
E in quel silenzio ci fu rispetto.
Il giorno dopo, sul foglio nell’androne, c’erano due numeri di telefono scritti a penna.
Uno diceva:
“Lampada del comodino. Non si accende più.”
L’altro:
“Cassetto bloccato. Grazie.”
Mi venne da ridere.
Poi mi venne paura.
Perché quando la vita ti toglie tanto, anche una cosa bella può spaventarti.
Pensai: e se non ci riesco?
E se mi tremano le mani?
E se faccio una brutta figura?
Rimasi mezz’ora davanti al foglio.
Poi arrivò Elena con una busta del pane sottobraccio.
“Ha visto?” disse.
“Sì.”
“È diventato famoso.”
“Famoso per una sedia.”
“È già qualcosa.”
Mi sorrise.
Aveva la faccia stanca, ma quel sorriso era vero.
“Signor Giovanni, non deve fare tutto. Solo quello che si sente.”
Annuii.
Ma dentro sentii una cosa che non provavo da tempo.
Responsabilità.
Non quella pesante delle bollette.
Non quella cattiva dei mesi che non bastano.
Una responsabilità buona.
Qualcuno aspettava il mio passaggio.
Qualcuno pensava che io potessi ancora servire.
La lampada era della signora Ada, al primo piano.
Ottantadue anni, capelli bianchi sempre raccolti, passo lento ma occhi svegli.
Mi fece entrare in una casa piena di fotografie.
Fotografie sui mobili, alle pareti, persino sopra il frigorifero.
“Questa lampada era di mio marito,” disse.
La prese con entrambe le mani, come si prende una cosa fragile.
“Non è bella, lo so.”
Era brutta, in effetti.
Marrone, con un paralume storto.
Ma io non dissi niente.
Perché certe cose non sono belle per chi le guarda.
Sono belle per chi ricorda.
La aprii piano.
Era solo un filo allentato.
Un lavoro da niente.
Quando la luce si accese, Ada portò una mano alla bocca.
Non pianse.
Ma gli occhi le diventarono lucidi.
“Lui leggeva lì,” disse.
Indicò la poltrona vicino alla finestra.
“Ogni sera. Anche quando diceva che non aveva sonno.”
Io abbassai lo sguardo.
Pensai a Maria e al suo quaderno.
Alla sua grafia piccola.
Alla sua voce che ancora mi teneva compagnia.
Ada mi mise sul tavolo un caffè e quattro biscotti.
“Compenso libero,” disse, copiando le mie parole. “Vale anche un ricordo?”
Mi fermai.
Poi sorrisi.
“Quello vale di più.”
Quella sera, tornato a casa, accesi il termosifone per due ore.
Non per sfidare la bolletta.
Non perché potessi permettermi tutto.
Ma perché avevo freddo nelle ossa e, per la prima volta dopo tanto, non mi sembrò una colpa ammetterlo.
Misi i guanti grigi che Elena mi aveva lasciato.
Erano un po’ larghi.
Profumavano di sapone.
Mi sedetti al tavolo e aprii il quaderno di Maria.
Sulla pagina vuota scrissi:
“Sedia Luciana e Franco.”
“Lampada signora Ada.”
“Cassetto famiglia Berti.”
Sotto, quasi senza pensarci, aggiunsi:
“Entrate: pasta e fagioli, sugo, caffè, biscotti, due parole buone.”
Mi fermai sulla frase.
Due parole buone.
Non si segnano nei conti.
Eppure cambiano il totale.
Nei giorni dopo, il foglio nell’androne si riempì.
Non tanto.
Non troppo.
Ma abbastanza da farmi alzare la mattina con un motivo.
Una maniglia allentata.
Una macchinetta del caffè che perdeva.
Una mensola storta.
Un giocattolo di legno di una bambina del quarto piano.
Quello fu il lavoro che mi mise più in difficoltà.
La bambina si chiamava Chiara.
Avrà avuto sei anni.
Mi aprì la porta con un orsacchiotto sotto il braccio e mi mostrò una piccola casetta di legno.
La porticina si era staccata.
“Si può salvare?” chiese.
Salvare.
Non aggiustare.
Salvare.
Sua madre si scusò subito.
“Non si preoccupi, signor Rinaldi, è una sciocchezza.”
Ma Chiara mi guardava come se quella porticina fosse una cosa seria.
E per lei lo era.
Così mi sedetti al tavolo basso del soggiorno e lavorai con calma.
Una goccia di colla.
Due chiodini piccoli.
Un po’ di pazienza.
Chiara non parlava.
Respirava appena.
Quando la porticina tornò ad aprirsi e chiudersi, lei batté le mani piano, come in chiesa.
“Grazie, signor aggiustatore.”
Mi chiamò così.
Signor aggiustatore.
Sua madre rise.
Io invece dovetti guardare fuori dalla finestra.
Perché mi mancò il fiato.
Nessuno mi chiamava più per quello che sapevo fare.
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