Avevo spento il termosifone, poi una vicina mi restituì la dignità

E quel nome buffo, detto da una bambina, mi rimise addosso una parte di me.

Poi arrivò la domenica.

La domenica era sempre stata la giornata più difficile.

Quando Maria c’era, facevamo il ragù anche se eravamo solo in due.

Lei diceva che la domenica doveva sentire profumo.

Dopo la sua morte, la domenica era diventata lunga.

Troppo lunga.

Quella mattina stavo per prepararmi la solita pasta in bianco quando bussarono.

Era Elena.

Aveva il cappotto addosso e una ciocca di capelli sfuggita dall’elastico.

“Signor Giovanni, oggi abbiamo pranzato in troppi e ho fatto porzioni da esercito.”

La guardai.

“Abbiamo?”

Lei si strinse nelle spalle.

“Io, mia sorella e due nipoti rumorosi.”

Poi abbassò la voce.

“Mi serve un favore.”

Ecco.

Quella parola mi fece stare dritto.

Un favore era diverso da un invito.

Un favore non pesava.

“Che favore?”

“Ho una mensola da montare. Ma prima bisogna mangiare, sennò poi lei mi sviene col trapano in mano.”

Non aveva trapano.

Lo sapevo io e lo sapeva lei.

Ma la seguii.

A tavola c’erano davvero sua sorella e due bambini.

Rumorosi, sì.

Ma belli da sentire.

Uno rovesciò l’acqua.

L’altro chiese se ero il nonno del palazzo.

Elena tossì per trattenere una risata.

Io dissi:

“Più o meno. Ma solo se le sedie stanno ferme.”

Risero tutti.

Io pure.

E mentre mangiavo le lasagne, sentii una cosa strana.

Non era felicità piena.

Quella forse, a settantasette anni, arriva a pezzi.

Era più una tregua.

Come quando smette di piovere e non c’è ancora il sole, ma almeno non ti bagni più.

Dopo pranzo montai davvero una mensola.

Storta.

Di poco, ma storta.

Me ne accorsi subito.

Mi vergognai.

“Va rifatta,” dissi.

Elena la guardò, poi guardò me.

“Signor Giovanni, anche le cose storte possono reggere.”

“No. Le cose storte, se si possono sistemare, si sistemano.”

La smontai.

La rimontai.

Questa volta venne dritta.

Elena non disse bravo.

Fece meglio.

Ci mise sopra una piccola pianta.

“Ecco,” disse. “Ora tiene qualcosa di vivo.”

Quella frase mi rimase addosso tutto il giorno.

Il lunedì arrivò la pensione.

Andai a ritirarla come sempre, con la stessa prudenza di sempre.

Pagai quello che dovevo pagare.

Misi da parte il necessario.

Contai.

Ricontai.

Il risultato non era miracolosamente cambiato.

I soldi erano quelli.

Le spese pure.

La vita non era diventata facile perché una vicina mi aveva dato una minestra e qualcuno mi aveva chiesto di aggiustare una sedia.

Non voglio raccontare bugie.

A settantasette anni, con una pensione piccola, non basta un bel gesto per cancellare la paura.

Però quella paura adesso non occupava tutta la stanza.

Aveva perso spazio.

C’era anche altro.

C’erano nomi.

Volti.

Busse alla porta.

Caffè condivisi.

Sedie ferme.

Lampade accese.

Bambine che chiamavano le cose da salvare.

Qualche settimana dopo, Elena attaccò un secondo foglio nell’androne.

Non me lo disse prima.

Lo vidi scendendo per comprare il pane.

C’era scritto:

“Bacheca del buon vicinato. Chi ha bisogno di una piccola mano può scrivere qui. Chi può offrire una piccola mano può rispondere.”

Sotto, qualcuno aveva già scritto:

“Cerco compagnia per andare al mercato il venerdì.”

Un altro:

“Posso portare su la spesa a chi fa fatica.”

Un altro ancora:

“Ho libri gialli da prestare.”

Io rimasi davanti a quel foglio con la borsa vuota in mano.

Elena uscì proprio in quel momento.

“Non l’ho fatto solo per lei,” disse subito.

Aveva capito il mio orgoglio prima ancora che parlasse.

“Lo so.”

“Davvero?”

“No. Però faccio finta.”

Lei rise.

Io anche.

Poi presi la penna legata con lo spago alla bacheca e aggiunsi:

“Giovanni Rinaldi, terzo piano. Piccole riparazioni. E ascolto volentieri storie vecchie, se il caffè è caldo.”

Da quel giorno, il palazzo cambiò piano.

Non diventò perfetto.

Nessun palazzo lo è.

C’era ancora chi sbatteva le porte.

Chi si lamentava del rumore.

Chi salutava appena.

Ma qualcosa si era mosso.

La signora Ada cominciò a scendere il martedì pomeriggio con una scatola di biscotti.

Franco portò una sedia pieghevole nell’androne, “per chi aspetta e ha le gambe stanche”.

Luciana preparava sempre un piatto in più e diceva che era colpa delle dosi.

La madre di Chiara lasciò una cassetta con guanti, sciarpe e berretti puliti.

Sopra scrisse:

“Prendere senza chiedere. Lasciare se si può.”

Io la guardai e pensai ai guanti grigi.

A quella prima borsa appesa alla maniglia.

A quanto può essere grande una cosa piccola, se arriva nel modo giusto.

Una sera, mentre rientravo da una riparazione al quarto piano, trovai Elena seduta sulle scale.

Sembrava stanca più del solito.

Mi sedetti due gradini sotto, senza fare domande.

A volte il rispetto è non chiedere subito.

Dopo un po’ disse:

“Mio padre sapeva aggiustare tutto. Quando è morto, ho buttato via un sacco di cose solo perché non sapevo da dove cominciare.”

Io guardai le mie mani.

“Anche io ho buttato via tante cose.”

“Oggetti?”

“No. Giornate.”

Lei non parlò.

Io continuai.

“Pensavo che non servissero più.”

Elena abbassò gli occhi.

“E adesso?”

Adesso.

Bella parola.

Difficile, ma bella.

“Adesso qualcuna la riparo.”

Non so perché le dissi quella frase.

Forse perché era vero.

Forse perché Maria, da qualche parte, avrebbe sorriso.

Quella notte tornai nel mio monolocale.

Faceva freddo fuori.

Dentro c’erano 18 gradi.

Sempre diciotto.

Ma non erano più gli stessi.

Sul tavolo c’era il quaderno di Maria.

Accanto, una mela della signora Ada, un pezzo di pane di Elena, un cacciavite pulito e un biglietto di Chiara.

Aveva disegnato una casetta con una porticina rossa.

Sotto aveva scritto, con le lettere storte:

“Grazie perché aggiusti.”

Lo misi dentro il quaderno.

Tra le pagine dove Maria segnava il pane, la luce, il gas, le medicine.

Per la prima volta, non mi fece solo male vedere la sua scrittura.

Mi fece compagnia.

Aprii una pagina nuova e scrissi:

“Non tutto si ripara.”

Poi mi fermai.

Pensai alle mani gonfie.

Alla paura della posta.

Ai 3 euro e 40.

Alla minestra.

Alla sedia.

Alla lampada.

Alla bacheca.

Ai volti che erano entrati piano nella mia vita senza sfondare la porta.

Ripresi la penna.

Sotto aggiunsi:

“Ma qualcosa sì.”

Spensi la luce della cucina.

Prima di andare a letto, passai davanti al termostato.

Segnava 18 gradi.

Non lo toccai.

Mi infilai sotto le coperte con i guanti sul comodino e il cuore meno pesante.

Fuori, qualcuno chiuse una porta.

Da un appartamento arrivò una risata.

Da un altro, il profumo di minestra.

E io capii che una casa non è fatta solo di muri caldi.

È fatta di persone che, quando ti vedono tremare, non ti fanno sentire piccolo.

Ti passano una coperta.

Ti chiedono di aggiustare una sedia.

Ti lasciano un piatto sul tavolo.

E ti ricordano, senza dirlo troppo forte, che anche a settantasette anni si può ancora servire a qualcosa.

Anzi.

Si può ancora appartenere a qualcuno.

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