La guardavo parlare.
La sua voce era ferma.
Le sue mani immobili.
Quante volte avevo desiderato che mi volesse bene?
Anche poco.
Anche per finta.
Ora non desideravo più niente da lei.
«Marta era inadatta,» continuò. «Non cattiva, per carità. Solo inadatta.»
Inadatta.
Come una tovaglia fuori stagione.
Poi toccò a Riccardo.
Fu perfetto.
Quasi commovente.
Raccontò di una moglie apatica.
Spendacciona.
Incapace di sostenere la sua carriera.
Disse che mi aveva incoraggiata a migliorare, ma io non volevo.
Disse che il matrimonio si era spento per colpa della mia mancanza di ambizione.
Mentre parlava, Vanessa gli sorrideva dalla seconda fila.
Adelina annuiva piano.
Il giudice prendeva appunti.
Io guardavo le sue labbra e pensavo a quante bugie possono stare dentro una bocca sola.
Quando toccò a me, parlai poco.
Dissi che avevo lasciato il lavoro perché lui me lo aveva chiesto.
Dissi che avevo gestito la casa.
Dissi che non avevo accesso ai conti.
Dissi che avevo vissuto con un budget controllato.
L’avvocato di Riccardo mi fece sembrare una bambina capricciosa.
«Lei ha mai prodotto reddito negli ultimi otto anni?»
«No.»
«Ha investimenti personali?»
«No.»
«Ha un conto corrente con somme significative?»
«No.»
«Quindi conferma di essere stata interamente mantenuta dal mio assistito.»
Respirai.
«Confermo di essere stata resa dipendente da lui.»
Lui sorrise come se avessi fatto una battuta triste.
Alla fine della mattinata, l’aria nell’aula sapeva di sconfitta.
Riccardo era rilassato.
Vanessa già si sistemava i capelli.
Adelina aveva quell’espressione soddisfatta delle donne che pensano di aver rimesso ogni cosa al proprio posto.
Poi Riccardo si chinò verso di me e disse quella frase.
«Da oggi non toccherai mai più i miei soldi.»
Fu allora che l’avvocato Rinaldi si alzò.
Aveva ancora le mani un po’ tremanti, ma la voce gli uscì più chiara di quanto mi aspettassi.
«Signor Giudice, la mia assistita chiede di depositare un ultimo documento. Una lettera indirizzata alla Corte.»
Gli avvocati di Riccardo si guardarono.
Uno sfogliò freneticamente le carte.
L’altro sussurrò qualcosa.
Riccardo aggrottò la fronte.
Vanessa smise di sorridere.
Adelina strinse la borsa.
La busta bianca passò dalle mani di Rinaldi a quelle del cancelliere.
Poi arrivò al giudice Bellini.
Lei la aprì senza fretta.
Cominciò a leggere.
Nell’aula cadde un silenzio strano.
Non il silenzio della legge.
Il silenzio prima del temporale.
All’inizio il volto del giudice non cambiò.
Poi sollevò un sopracciglio.
Poi l’altro.
Poi si fermò, tornò indietro di qualche riga, e lesse di nuovo.
Riccardo mi fissava.
Cercava nei miei occhi la paura che conosceva bene.
Ma quella paura non abitava più lì.
La giudice continuò.
Una pagina.
Due.
Tre.
Poi posò la lettera sul banco.
Si tolse gli occhiali.
E rise.
Non una risatina maleducata.
Una risata vera, incredula, quasi liberatoria.
Rise come ride una donna che ha appena visto cadere una maschera troppo ben incollata.
Gli avvocati di Riccardo si irrigidirono.
Vanessa spalancò gli occhi.
Adelina diventò pallida sotto il fondotinta.
Riccardo sussurrò: «Che cosa c’è scritto?»
La giudice Bellini si asciugò appena l’angolo dell’occhio.
«Signor Berti,» disse, «devo ammettere che sua moglie ha una capacità di sintesi notevole.»
Riccardo si alzò.
«Io non capisco.»
«Si sieda.»
Lui rimase in piedi per mezzo secondo di troppo.
La giudice lo guardò.
Lui si sedette.
«Da questa lettera,» proseguì lei, «risulta che la signora Marta Colli, da due mesi, collabora con gli inquirenti in un’indagine economico-finanziaria riguardante le sue attività imprenditoriali.»
Il colore sparì dal volto di Riccardo.
«È una follia.»
«Risulta inoltre,» continuò la giudice, «che siano stati consegnati documenti, registrazioni, fotografie e ricostruzioni contabili relative a movimenti di denaro non giustificati, società fittizie, compravendite immobiliari sospette e possibili operazioni di riciclaggio.»
Vanessa portò una mano alla bocca.
Adelina sibilò: «Mio figlio è un imprenditore rispettato.»
La giudice si voltò verso di lei.
«Signora, in quest’aula il rispetto non si misura con le perle.»
Nessuno respirò.
Riccardo si girò verso di me.
La sua faccia non era più quella del marito elegante.
Era nuda.
Rabbiosa.
Spaventata.
«Marta,» disse piano, «tu non sai con chi hai a che fare.»
Per anni, quella frase mi avrebbe fatto tremare.
Quel giorno no.
Mi alzai lentamente.
«Lo so benissimo, Riccardo. Ho avuto otto anni per impararlo.»
Il giudice riprese la lettera.
«La signora ha documentato anche spese personali sostenute a favore della signorina Vanessa Rinaldi: gioielli, viaggi, cene, abiti, soggiorni. Parte di queste somme, secondo le prime verifiche, non risulta compatibile con i redditi dichiarati.»
Vanessa scattò in piedi.
«Io non sapevo nulla! Riccardo mi aveva detto che erano soldi suoi!»
La giudice la guardò senza durezza, ma senza pietà.
«Allora le consiglio di parlare con un legale, signorina.»
Vanessa si voltò verso Riccardo.
Non c’era più amore nei suoi occhi.
Solo panico.
È curioso vedere quanto in fretta certe passioni evaporano quando il profumo dei soldi diventa odore di guai.
Adelina, invece, fissava me.
Non Riccardo.
Me.
Perché nella sua testa il problema non era il figlio che forse aveva commesso reati.
Il problema ero io che avevo rovinato la facciata.
La casa.
Il nome.
Il paese.
La bella figura.
«Tu hai distrutto una famiglia,» disse con voce spezzata.
La guardai.
Per la prima volta senza abbassare gli occhi.
«No, Adelina. Io ho solo aperto le finestre.»
In quel momento le porte dell’aula si aprirono.
Entrarono il maresciallo De Santis e due uomini in abiti scuri.
Non ci fu scena da film.
Niente urla.
Niente pistole.
Solo passi misurati e una carta mostrata agli avvocati.
Riccardo capì prima che parlassero.
Si alzò di scatto.
«Non potete farlo qui.»
De Santis rimase calmo.
«Riccardo Berti, lei è sottoposto a provvedimento dell’autorità giudiziaria per ipotesi di riciclaggio, frode fiscale e altri reati economici. Avrà modo di difendersi nelle sedi opportune.»
La parola “difendersi” gli cadde addosso più pesante di qualsiasi condanna.
Perché per la prima volta non era lui a dirigere il racconto.
Non era lui a spiegare agli altri cosa dovevano credere.
Non era lui a decidere chi valeva e chi no.
Mentre gli si avvicinavano, Riccardo mi puntò addosso gli occhi.
«Tu finirai male.»
Io sentii un brivido.
Non lo nego.
Ci sono paure che non scompaiono solo perché hai vinto una battaglia.
Ma restai dritta.
«Peggio di com’ero con te è difficile.»
L’avvocato di Riccardo cercò di intervenire.
Il giudice sospese la procedura civile in attesa degli sviluppi penali.
Parlò di tutela della parte collaborante.
Di beni da verificare.
Di quote legittime.
Di somme provenienti da attività lecite da separare da quelle sospette.
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