Mettemmo perfino una sedia girata di lato davanti al box.
Non servì.
Nerina riconosceva i passi sconosciuti.
Sentiva l’odore delle persone.
E si voltava.
Dopo un altro mese decidemmo di raccontare la sua storia sui social del rifugio.
Ero contraria.
Avevo visto troppe storie di animali impauriti trasformarsi in spettacolo.
Migliaia di persone scrivono “lo prenderei subito”.
Poi nessuno compila un modulo.
Non volevo che Nerina diventasse il simbolo del giorno.
Ma viveva nel box 18 da sette mesi.
Il rumore continuo cominciava a rovinarle il sonno.
Dovevamo tentare.
Scrissi poche righe.
Non scrissi che era distrutta.
Non scrissi che aveva smesso di credere nell’amore.
Scrissi soltanto la verità.
“Nerina gioca quando pensa che nessuno la stia guardando. Di giorno si volta verso il muro perché tre case le hanno insegnato che essere scelta può significare essere riportata indietro. Non sta rifiutando l’affetto. Sta cercando di sopravvivere alla possibilità di perderlo.”
Pubblicammo due fotografie.
Una davanti al muro.
Una presa dalla telecamera notturna con la corda in bocca e la coda mossa così velocemente da apparire sfocata.
Il post cominciò a circolare.
Prima nei paesi vicini.
Poi nelle province limitrofe.
Arrivarono decine di messaggi.
Molti erano ben intenzionati.
Pochi avevano davvero capito.
Una donna venne con una borsa piena di biscotti costosi.
Passò venti minuti a chiamare Nerina.
Nerina rimase al muro.
La donna scoppiò a piangere.
«Non sopporto che mi rifiuti così.»
Un uomo domandò se esistesse qualche medicina per renderla più affettuosa.
Un altro disse che voleva un cane capace di dormire sul letto fin dalla prima notte.
Fu allora che mi resi conto di una cosa.
Quasi tutti arrivavano chiedendosi:
“Mi amerà?”
Nessuno sembrava chiedersi:
“Quanto tempo posso lasciarle per decidere se fidarsi di me?”
Poi ricevemmo la richiesta di Chiara Bellini.
Cinquantotto anni.
Viveva sola in una piccola casa a schiera, in un quartiere dove la gente lasciava ancora le sedie fuori dalla porta in estate e dove il panettiere conosceva i clienti per nome.
Lavorava part-time in una biblioteca civica.
Nessun altro animale.
Giardino recintato.
Referenze ottime.
Nel campo “Perché desidera adottare Nerina?” aveva scritto soltanto:
“So cosa significa rendersi difficili da scegliere. Non le chiederò di fidarsi di me. Vorrei soltanto il permesso di sedermi vicino a lei.”
Lessi quella frase due volte.
La terza volta chiamai Teresa.
«Credo che dobbiamo incontrare questa donna.»
Quando Chiara arrivò, indossava jeans scuri, scarpe basse e una vecchia giacca color sabbia con un bottone diverso dagli altri.
Aveva i capelli corti, quasi completamente grigi.
Non portava giochi.
Non aveva biscotti.
Non pronunciò nemmeno il nome di Nerina entrando nel corridoio.
Nerina sentì i passi.
Andò al muro.
Chiara si fermò.
«È lei?»
«Sì.»
Guardò la schiena larga del cane.
La striscia bianca sul collo.
Un orecchio leggermente piegato.
Poi entrò nella stanza degli incontri.
Si sedette sul pavimento.
E voltò le spalle a Nerina.
Rimasi fuori dal vetro con il guinzaglio ancora appeso al braccio.
Passarono cinque minuti.
Poi dieci.
Chiara teneva le mani sulle ginocchia.
Non si girava.
Dopo un quarto d’ora disse piano:
«Anch’io facevo così.»
Un orecchio di Nerina si mosse.
Chiara continuò a parlare guardando il muro.
«Quando arrivava una nuova famiglia, a volte diventavo muta. Pensavo che se mi fossi fatta antipatica avrebbero deciso subito di non tenermi.»
Non capii immediatamente.
Poi Chiara mi raccontò.
Era nata alla fine degli anni Sessanta.
La madre aveva attraversato anni difficili e, quando Chiara aveva sette anni, i servizi sociali l’avevano affidata prima a una struttura e poi a diverse famiglie.
Negli anni Settanta e Ottanta certe cose non si spiegavano molto ai bambini.
Gli adulti decidevano.
I bambini preparavano una valigia.
Chiara aveva cambiato nove case prima di diventare maggiorenne.
Due famiglie avevano parlato seriamente di tenerla con loro per sempre.
Entrambe avevano cambiato idea.
Una disse che la ragazza era diventata troppo chiusa.
Un’altra che non sapeva accettare l’affetto.
A quindici anni Chiara aveva smesso di svuotare completamente le valigie.
Teneva alcuni vestiti piegati dentro un vecchio borsone blu.
«Se non sistemi tutte le tue cose», disse verso il muro, «quando arriva il momento di andartene fai prima.»
Nerina rimase immobile.
Chiara non si avvicinò.
«Non devi guardarmi.»
Silenzio.
«Non devi dimostrarmi niente.»
Nerina respirava piano.
«Non devi essere riconoscente perché sono venuta fin qui.»
Passarono quaranta minuti.
Poi un’ora.
Le gambe di Chiara cominciarono a farle male.
Cambiò posizione lentamente senza mai voltarsi.
Nerina si sdraiò.
C’erano quasi due metri e mezzo tra loro.
A un’ora e mezza le portai dell’acqua.
Chiara bevve senza alzarsi.
A un’ora e quarantacinque minuti Nerina si alzò.
Fece un passo.
Poi un altro.
Chiara irrigidì le spalle, ma mantenne la promessa.
Non guardò.
Nerina attraversò la stanza lentamente.
Ogni scricchiolio del pavimento la faceva fermare.
Arrivò dietro Chiara.
Annusò il bordo della giacca.
Chiara chiuse gli occhi.
E allora Nerina appoggiò il naso al centro della sua schiena.
Proprio fra le scapole.
Una volta sola.
Un tocco piccolo.
Freddo.
Quasi impercettibile.
Il labbro inferiore di Chiara tremò.
Ma lei non si girò.
«Eccomi», sussurrò.
Nerina annusò ancora.
Poi si sedette dietro di lei.
Rimasero schiena contro schiena per altri venti minuti.
Era la prima volta, da mesi, che Nerina aveva scelto spontaneamente di avvicinarsi a una persona venuta per conoscerla.
Chiara non la portò a casa quel giorno.
Quando la storia circolò tra i volontari, qualcuno pensò che sarebbe successo immediatamente.
Una fotografia.
Una firma.
Applausi.
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