Per sei giorni Rocco vegliò sugli scarponi rotti di un senzatetto sotto la pioggia: poi sentì quattro parole, ne prese uno e mi seguì
«L’ho trovato, Rocco. Vittorio è vivo.»
Il cane sollevò lentamente la testa.
Erano sei giorni che non lasciava quel pezzo di marciapiede sotto un cavalcavia alla periferia di Genova.
Sei giorni di pioggia.
Sei notti con il pelo bagnato.
Sei giorni accanto a due vecchi scarponi marroni che chiunque altro avrebbe buttato in un cassonetto.
Non si era mosso per una ciotola di pasta avanzata.
Non si era mosso quando il proprietario della piccola tavola calda dall’altra parte della strada aveva aperto il retrobottega e gli aveva detto:
«Dai, bestione. Qui almeno sei all’asciutto.»
Non si era mosso neppure quando una signora gli aveva portato una coperta di lana.
Rocco restava lì.
Con una zampa sopra gli scarponi.
Uno aveva la suola quasi staccata.
L’altro pendeva di lato perché il tacco era sfondato.
Al posto di un laccio c’era un pezzo di filo elettrico arancione.
Per la gente erano scarpe vecchie.
Per Rocco erano l’ultima cosa che profumava dell’uomo che gli aveva insegnato che perfino chi non possiede nulla può ancora avere qualcuno da aspettare.
Io mi chiamo Elena Moretti.
All’epoca avevo quarantadue anni e lavoravo con una piccola associazione comunale che portava pasti, vestiti e assistenza alle persone che vivevano per strada.
Vittorio Bianchi aveva sessantadue anni.
Rocco sette.
Un cane robusto, tigrato, con il petto bianco e una cicatrice sottile vicino all’occhio sinistro.
Vittorio lo chiamava scherzando «il mio socio».
Una volta gli avevo fatto notare che parlava del cane come di un essere umano.
Lui mi aveva guardata serio.
«Gli animali appartengono alle persone, dicono. Io e lui no. Noi apparteniamo uno all’altro.»
Ogni martedì gli portavo calze pulite, qualche scatoletta, una pagnotta e un piccolo sacco di crocchette.
Vittorio metteva sempre il cibo di Rocco in una vecchia teglia ammaccata prima di aprire il proprio panino.
«Prima lui.»
Era la loro regola.
La gente del quartiere li conosceva.
Il fruttivendolo lasciava da parte le mele un po’ rovinate.
La signora Mirella, che gestiva una merceria da quarant’anni, conservava vecchie coperte.
Il barista, senza dirlo a nessuno, riempiva ogni mattina una bottiglia d’acqua.
Non erano amici nel senso moderno della parola.
Non si mandavano messaggi.
Non facevano fotografie insieme.
Erano semplicemente persone che si accorgevano quando qualcuno mancava.
Ed è così che cominciò tutto.
Sei giorni prima, poco prima dell’alba, Vittorio era crollato accanto al suo sacco a pelo.
Aveva i piedi enormemente gonfi.
Respirava male.
Aveva febbre alta e una ferita a un piede che ignorava da settimane.
Fu il garzone di un forno a chiamare l’ambulanza.
I soccorritori dovettero sfilargli gli scarponi perché Vittorio urlava appena gli toccavano il piede sinistro.
Quando lo misero sulla barella, Rocco impazzì.
Correva attorno all’ambulanza.
Abbaiava.
Tentava di salire.
Ogni volta che qualcuno provava ad afferrargli il collare, si infilava sotto una macchina parcheggiata.
L’ambulanza non poteva restare.
Vittorio, mezzo delirante, indicò le scarpe rimaste sul marciapiede.
«Rocco… resta lì.»
Credeva che sarebbe tornato quel pomeriggio.
Rocco prese l’ordine alla lettera.
E aspettò.
Vittorio arrivò in ospedale senza documenti.
Lo registrarono con informazioni incomplete.
Per una serie di errori e incomprensioni, per giorni nessuno di noi riuscì a capire dove fosse stato ricoverato.
Per il sistema era quasi un uomo senza nome.
Per Rocco era soltanto scomparso.
Il secondo giorno alcuni abitanti cominciarono a preoccuparsi.
Il terzo, una ragazza pubblicò una fotografia del cane.
Rocco sedeva dritto sotto la pioggia, con gli scarponi tra le zampe e decine di persone che passavano dietro di lui con gli ombrelli aperti.
La foto girò nei gruppi del quartiere.
Arrivarono sacchetti di cibo.
Ciotole.
Asciugamani.
Qualcuno propose di adottarlo.
Era un’offerta generosa.
Ed era completamente sbagliata.
Rocco non cercava un nuovo padrone.
Stava aspettando quello vecchio.
Il quarto giorno arrivò un uomo con una telecamera e provò a prendere gli scarponi per riprendere «il salvataggio».
Rocco non lo morse.
Non si avventò.
Si mise semplicemente sopra le scarpe e abbaiò finché quello non se ne andò.
Il quinto giorno smise quasi di dormire.
Ogni rumore di motore lo faceva alzare.
Ogni uomo con un cappotto scuro veniva seguito con gli occhi.
La mattina del sesto giorno mi inginocchiai a tre metri da lui.
Avevo del pollo caldo in un contenitore.
«Rocco.»
Le orecchie si mossero.
«Vittorio non è qui.»
Guardò verso la strada.
Poi gli scarponi.
Avvicinai una mano al sinistro.
La sua zampa bianca lo coprì.
Fu allora che vidi qualcosa spuntare dalla fodera strappata.
Un cartoncino piegato.
Lo tirai fuori lentamente.
Era una vecchia tessera sanitaria sostitutiva con il nome completo di Vittorio e alcuni riferimenti medici.
Sul retro, scritto con una penna blu e in stampatello, Vittorio aveva aggiunto:
SE STO MALE, ROCCO RESTA CON ME.
Mi si chiuse lo stomaco.
Telefonai di nuovo.
Questa volta avevo dati sufficienti.
Vittorio era vivo.
Aveva una polmonite grave, un’infezione nel sangue e una lesione al piede che aveva fatto temere ai medici di dover intervenire pesantemente.
Quando riprendeva conoscenza chiedeva sempre la stessa cosa.
«Il cane?»
Gli avevano detto che probabilmente qualcuno se ne era occupato.
Lui aveva capito un’altra cosa.
Che Rocco fosse stato portato via.
Quando entrai nella sua stanza, quasi non lo riconobbi.
Senza il vecchio giaccone, senza il berretto di lana grigio e senza la barba sporca di pioggia, Vittorio sembrava dieci anni più vecchio.
«Rocco?»
Fu la prima parola.
«Ti aspetta dove gli hai detto di aspettare.»
Chiuse gli occhi.
«No.»
«Sì.»
«Gli avevo detto fino a quando tornavo.»
«Lui questo non poteva saperlo.»
Gli mostrai la fotografia.
Vittorio allungò due dita verso lo schermo.
Guardò il cane.
Poi gli scarponi.
«Povero stupido.»
La voce gli si spezzò.
«Crede che quelle scarpe siano il posto dove sono sparito dal mondo.»
Quella frase mi rimase addosso.
Perché Vittorio, in un certo senso, dal mondo era già sparito anni prima.
Prima di vivere sotto quel cavalcavia, aveva avuto una casa.
Un lavoro.
Una moglie.
Un tavolo da cucina.
Una domenica.
Soprattutto una domenica.
Per ventotto anni aveva fatto il falegname.
Non uno di quelli che montano mobili prefabbricati in mezz’ora.
Vittorio lavorava il legno come avevano insegnato a suo padre.
Sapeva raddrizzare una porta antica senza rovinarla.
Sapeva riconoscere il castagno passando una mano sulla superficie.
Costruiva cucine, librerie, scale.
«Una volta le cose si riparavano», mi diceva spesso. «Adesso quando qualcosa scricchiola, la buttano.»
Aveva sposato Anna a ventisei anni.
Avevano vissuto in un appartamento modesto, con un balcone pieno di basilico e gerani.
Niente figli.
Avevano provato per anni.
Poi avevano smesso di raccontare i fatti propri ai parenti che, ogni pranzo della domenica, domandavano:
«E allora? Quando ci date una bella notizia?»
A Vittorio quella domanda era rimasta dentro come una scheggia.
Anna era morta quando lui aveva cinquantatré anni.
Una malattia lunga.
Vittorio aveva smesso di lavorare quasi del tutto per assisterla.
Aveva prosciugato i risparmi.
Alla morte di Anna, i parenti comparvero in massa.
Fiori.
Abbracci.
Frasi sul fatto che «la famiglia c’è sempre».
Poi ognuno tornò a casa propria.
Vittorio rimase con bollette, debiti e un silenzio enorme.
La sua caduta non fu spettacolare.
Fu lenta.
Ed è così che spesso si precipita davvero.
Prima saltò una rata.
Poi due.
Vendette gli attrezzi migliori.
Lasciò l’appartamento.
Dormì per qualche mese in una pensione economica.
Poi in macchina.
Quando la macchina smise di funzionare, finì in dormitorio.
Infine si ritrovò per strada.
Aveva due sorelle e un fratello.
Non erano persone cattive.
Questo Vittorio lo ripeteva sempre.
Erano persone con mutui, figli adulti, nipoti, problemi loro.
All’inizio lo avevano invitato a casa.
Ma Vittorio beveva.
Era arrabbiato.
Si vergognava.
Litigava.
Un Natale uscì sbattendo la porta dopo che il fratello gli disse di «darsi una sistemata».
Da allora smise di andare ai pranzi di famiglia.
«La bella figura è una brutta bestia», mi disse un giorno.
«Quando stai bene, tutti apparecchiano il tavolo grande. Quando cominci a puzzare di fallimento, improvvisamente il tavolo diventa piccolo.»
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