Lasciò cinque cuccioli sull’unico cemento asciutto, poi tornò nell’acqua: ciò che cercava lasciò tutti senza parole

La cagnolina lasciò cinque cuccioli sull’unico pezzo di cemento asciutto, poi tornò nel fango: nessuno capì subito chi stesse ancora cercando

Quando si voltò e si gettò di nuovo nell’acqua, Luigi smise perfino di respirare per un istante.

«No, mamma. Basta. Rimani con loro.»

Lei non lo ascoltò.

Sul piccolo rialzo di cemento, accanto all’insegna mezza sommersa di una vecchia sala parrocchiale, cinque cuccioli tremavano stretti uno contro l’altro.

Tre erano marroni come lei.

Due erano neri, con le zampette bianche sporche di fango.

Erano così piccoli che avrebbero dovuto preoccuparsi soltanto del latte e del calore della madre.

Invece avevano già imparato il rumore dell’acqua che sale.

La cagna li annusò uno per uno.

Il primo.

Il secondo.

Il terzo.

Il quarto.

Il quinto.

Poi sollevò la testa e guardò verso le case allagate.

E tornò indietro.

Mi chiamo Claudia Donati e quella mattina avevo cinquantadue anni.

Da quasi quindici lavoravo come volontaria nelle emergenze con gli animali. Avevo tirato fuori cani da garage pieni d’acqua, gatti nascosti sui tetti e galline da pollai che sembravano diventati stagni.

Credevo di aver visto abbastanza per non sorprendermi più.

Mi sbagliavo.

L’alluvione aveva colpito una zona della Romagna durante la notte.

Non c’era bisogno di guardare un telegiornale per capire quanto fosse grave.

Bastava guardare le strade.

Dove il giorno prima passavano pensionati in bicicletta, furgoncini del pane e nonne con la sporta della spesa, adesso scorreva un fiume marrone.

Galleggiavano sedie di plastica.

Vasi di gerani.

Cassette della frutta.

Pezzi di recinzione.

Una persiana verde.

Persino un vecchio tavolo da giardino, rovesciato come una barca senza nessuno sopra.

Eravamo arrivati in un piccolo quartiere alla periferia di un paese tra Faenza e Forlì perché alcune persone avevano segnalato animali rimasti dietro una sala parrocchiale.

La nostra barca avanzava piano.

Luigi Ferretti, cinquantotto anni, ex vigile del fuoco e uomo che parlava poco persino quando era necessario parlare, teneva una mano sul motore.

Marta, una giovane assistente veterinaria, controllava le finestre e i cortili.

Io cercavo qualsiasi cosa si muovesse.

Fu Marta a indicarla.

«Lì.»

All’inizio vidi soltanto una testa marrone sopra l’acqua.

Poi capii.

La cagna stava nuotando contro corrente con qualcosa in bocca.

Un cucciolo.

Lo teneva per la pelle del collo con una delicatezza che sembrava impossibile in mezzo a quella furia.

Il suo corpo spariva quasi completamente sotto l’acqua.

Restavano fuori il muso, gli occhi e il piccolo fagotto scuro che trasportava.

Pensammo di assistere a un’unica fuga disperata.

Invece la vedemmo raggiungere il pezzo di cemento.

Lasciò il cucciolo.

Lo spinse verso gli altri.

Si voltò.

E ripartì.

«Quanti ne ha già portati?» chiese Marta.

Non lo sapevamo.

Lo scoprimmo dopo parlando con i vicini.

Quello che avevamo appena visto non era il primo viaggio.

Era il terzo.

La cagna aveva trovato da sola l’unico punto ancora asciutto e aveva cominciato a trasferire lì la cucciolata.

Uno alla volta.

Non sapeva che stavamo arrivando.

Non sapeva che qualcuno l’avrebbe aiutata.

Non c’era nessuno a dirle: “Brava, continua”.

Nessuna telecamera che per lei significasse qualcosa.

Nessun applauso.

C’era soltanto l’acqua che saliva e i suoi figli dall’altra parte.

Il quarto viaggio fu peggiore.

Una tavola di legno galleggiante la colpì sul fianco.

La vidi girare quasi di traverso.

Luigi fece per accelerare.

Gli appoggiai una mano sul braccio.

«Aspetta.»

Mi guardò malissimo.

Lo capivo.

Nel nostro lavoro aspettare davanti a un animale in difficoltà sembra una crudeltà.

Ma se l’avessimo afferrata senza sapere quanti cuccioli fossero ancora nascosti, quella madre avrebbe potuto tentare di tornare indietro comunque.

Magari lanciandosi dalla barca.

Dovevamo capire il percorso che aveva costruito nella sua testa.

Così restammo abbastanza vicini da intervenire, ma non abbastanza da spaventarla.

La cagna riemerse.

Aveva ancora il cucciolo in bocca.

Raggiunse il cemento.

Lo depose.

Annusò gli altri.

E tornò indietro.

Il quinto viaggio sembrava dover essere l’ultimo.

Quando riapparve, respirava male.

Le zampe anteriori non si muovevano più con lo stesso ritmo.

Ogni volta che una corrente laterale la prendeva, perdeva metri.

Il suo pelo marrone era incollato alle costole.

Era magra.

Troppo magra per una madre che allattava.

Ma non mollava.

Salì sul cemento trascinandosi quasi con il petto.

Spinse il quinto piccolo nel mucchio.

Poi rimase ferma.

Per la prima volta pensai: adesso si sdraia.

Adesso basta.

Invece cominciò a controllarli.

Uno.

Due.

Tre.

Quattro.

Cinque.

Sollevò la testa.

Fissò il cortile sommerso dietro la vecchia sala parrocchiale.

Mi si strinse lo stomaco.

«Ce n’è un altro.»

Luigi non disse nulla.

Avviò appena il motore.

La madre entrò nell’acqua per la sesta volta.

I cinque cuccioli rimasti sul cemento cominciarono a piangere.

Erano versetti sottili, quasi ridicoli rispetto al rumore dell’acqua.

Eppure lei li sentì.

Da qualche parte, dietro una recinzione crollata, rispose con un gemito.

Passarono trenta secondi.

Poi un minuto.

Niente.

Luigi sussurrò una bestemmia tra i denti.

Marta si sporse.

«La vedi?»

Scossi la testa.

Poi apparve.

Non dimenticherò mai quell’immagine.

Aveva in bocca un cucciolo nero con una piccola macchia bianca sotto il mento.

Ma questa volta la madre era molto più bassa nell’acqua.

Le zampe posteriori sembravano non aiutarla più.

La corrente la spingeva di lato.

Lei avanzava soltanto con quelle davanti.

Il cucciolo, però, restava sollevato.

A metà percorso la testa della cagna scomparve.

Il piccolo rimase sopra la superficie per un secondo terribile, tenuto da una bocca che era finita sott’acqua.

Poi lei riemerse tossendo.

«Adesso,» disse Luigi.

Non fu una domanda.

Spinse il motore.

Ci avvicinammo senza creare troppa onda.

Io mi inginocchiai sul bordo con un asciugamano robusto passato ad anello.

Marta era dietro di me.

«Claudia, prendila al petto.»

«Lo so.»

La madre vide la barca.

Per un momento temetti che cercasse di scappare.

Invece guardò il rialzo dove aspettavano gli altri cinque.

Provò ancora a nuotare.

Non avanzò.

Affondò di nuovo.

«Ora!»

Passai l’asciugamano sotto il torace.

Marta la afferrò dietro le spalle.

Luigi mollò il comando per un istante e ci aiutò.

La tirammo su insieme al cucciolo.

Cadde sul fondo della barca con un tonfo molle.

Tossì.

Provò subito ad alzarsi.

Non guardò le ferite.

Non annusò noi.

Non cercò una via d’uscita.

Cercò i figli.

Avevamo già recuperato gli altri cinque.

Li avevamo sistemati in una cassetta larga, con dentro coperte asciutte donate da una signora del quartiere che poche ore prima le usava sul divano di casa.

La madre barcollò verso la cassetta.

Lasciò il sesto cucciolo tra gli altri.

E ricominciò.

Un musetto.

Due.

Tre.

Quattro.

Cinque.

Sei.

Li controllò tutti.

Poi li ricontrollò.

Soltanto dopo si accasciò.

Luigi si tolse i guanti.

Si girò verso il fiume.

Si passò una mano sugli occhi.

Non pioveva più.

Nessuno disse niente.

Eravamo tre adulti che nella vita avevano visto abbastanza lutti, incidenti, case distrutte e animali spaventati da sapere che non bisognava romanticizzare il dolore.

Eppure quel silenzio ci prese tutti.

Marta fu la prima a parlare.

«Voleva essere sicura.»

Sì.

Voleva essere sicura che non mancasse nessuno.

La chiamammo Nina.

Non per qualche motivo importante.

Una vecchia signora del quartiere che ci aveva portato una coperta disse: «Ha la faccia da Nina. Mia sorella si chiamava così. Testarda uguale.»

E Nina rimase.

Ma la parte che nessuno vide quella mattina arrivò qualche ora dopo.

Nel centro d’emergenza, un veterinario le pulì il fango dal corpo.

Sotto lo sporco trovò piccole cicatrici vecchie, zampe consumate, segni di una gravidanza affrontata con poco cibo e nessuna cura.

Nina non aveva soltanto salvato i propri cuccioli dall’alluvione.

Qualcuno l’aveva lasciata sola molto prima che arrivasse l’acqua.

La vecchia sala parrocchiale aveva un magazzino sul retro.

Secondo alcuni abitanti, Nina viveva lì da settimane.

La vedevano comparire all’alba.

Rovistava vicino ai bidoni.

Accettava qualche avanzo lasciato a distanza.

Ma se qualcuno provava ad avvicinarsi, spariva sotto una pedana di legno.

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