Lasciò cinque cuccioli sull’unico cemento asciutto, poi tornò nell’acqua: ciò che cercava lasciò tutti senza parole

Nina diventò quasi un simbolo involontario di quella solidarietà.

A lei naturalmente non interessava.

Le interessavano sei nasi.

Sei pance.

Sei piccoli corpi.

Il terzo giorno cominciò a mangiare con appetito.

Il quarto giorno scodinzolò.

Una volta sola.

Luigi era accovacciato davanti al recinto.

Nina sollevò la coda e fece un movimento lento.

Lui si girò verso di me.

«Hai visto?»

«No.»

«Bugiarda.»

Era felice come un bambino.

Il sesto giorno i cuccioli iniziarono a camminare male invece di strisciare bene.

Il settimo cominciarono le marachelle.

Il più grosso tentava di arrampicarsi ovunque.

La femmina con la macchia bianca sul muso urlava se un fratello le si sedeva sopra.

Il più piccolo dormiva con una capacità che noi adulti avremmo pagato oro per avere.

Dovemmo dare loro nomi provvisori per le schede.

Tito.

Luna.

Briciola.

Poldo.

Mina.

Nero.

Nina non sembrava approvare né disapprovare.

Per lei erano semplicemente i suoi sei.

Le richieste di adozione arrivarono numerose.

Questo, per esperienza, mi preoccupava più di quanto mi rassicurasse.

Quando una storia commuove tanta gente, tutti desiderano un pezzo di quel sentimento.

Ma un cane non è un souvenir.

Un cucciolo diventato famoso resta un cucciolo che sporca il pavimento, morde le ciabatte, cresce, costa, si ammala e pretende tempo.

Rifiutammo parecchie richieste.

Una persona voleva “il cucciolo più riconoscibile”.

Un’altra chiedeva se Nina potesse essere adottata separatamente subito perché «i piccoli tanto ormai erano salvi».

Quella frase mi fece arrabbiare.

Era esattamente il contrario di ciò che volevamo.

Nina non sarebbe stata trattata come l’involucro vuoto della cucciolata.

Aveva fatto abbastanza.

Meritava anche lei una casa.

Ma prima doveva imparare una cosa molto più difficile che attraversare un’alluvione.

Doveva imparare che qualcuno poteva restare.

Per le prime settimane aveva paura dei movimenti veloci.

Il rumore dell’acqua la irrigidiva.

Quando fuori pioveva forte, smetteva di mangiare.

Una volta un volontario rovesciò accidentalmente un secchio e Nina corse dai cuccioli prima ancora che l’acqua arrivasse vicino al recinto.

Il coraggio non aveva cancellato la paura.

La paura era rimasta.

Il coraggio l’aveva semplicemente accompagnata.

Dopo tre settimane trasferimmo Nina e i piccoli a casa di Teresa Morelli.

Teresa aveva sessantanove anni ed era stata maestra elementare per quasi quarant’anni.

Viveva in una casa di campagna con un orto, galline, due vecchi cani e fotografie di tre generazioni appese nel corridoio.

Era vedova da sette anni.

Aveva nipoti che venivano la domenica.

E aveva quella calma particolare delle donne che hanno passato metà della vita a dire: «Adesso basta, tutti seduti.»

La prima sera Nina radunò i cuccioli in un angolo.

Non volle dormire.

Teresa si sedette per terra.

Non tentò di accarezzarla.

Prese una rivista di giardinaggio.

Cominciò a leggere ad alta voce.

Dopo venti minuti Nina si sdraiò.

Teresa continuò.

«Perché le leggi dei pomodori?» le chiesi.

Lei scrollò le spalle.

«Una madre stanca non ha bisogno di discorsi importanti. Ha bisogno di qualcuno tranquillo nella stanza.»

Capivo perché aveva insegnato bene.

Con Teresa arrivarono i primi cambiamenti veri.

Nina imparò che un cucciolo poteva uscire dalla stanza e tornare.

Imparò che una ciotola vuota sarebbe stata riempita di nuovo.

Imparò che una porta chiusa non significava abbandono.

Poi scoprì i giochi.

Il primo fu una vecchia corda intrecciata.

La annusò.

La toccò con una zampa.

La prese.

La lasciò.

Mi guardò.

«È tua.»

La riprese.

E naturalmente la portò ai cuccioli.

Persino il divertimento doveva essere condiviso.

A dieci settimane i piccoli furono pronti per le nuove famiglie.

Le adozioni vennero fatte con calma.

Briciola andò da una coppia di pensionati che aveva appena perso un vecchio cane.

Tito andò a una famiglia con un grande giardino.

Luna finì con una signora di sessantacinque anni e la figlia adulta che abitava nella casa accanto.

Gli altri tre trovarono famiglie altrettanto affidabili.

Il giorno in cui portammo via il primo cucciolo pensavo che Nina sarebbe impazzita.

Invece lo annusò a lungo.

Lo vide uscire.

Restò davanti alla porta.

Quando tornammo nella stanza, controllò gli altri cinque.

Quella sera era inquieta.

Il giorno dopo un po’ meno.

Ogni separazione era una lezione dolorosa.

Qualcuno può andare via senza essere perduto.

Qualcuno può andare via perché è al sicuro.

Alla fine rimase soltanto Nina.

Teresa mi telefonò.

«Adesso devi smettere di fare la furba.»

«In che senso?»

«In quello che sai benissimo.»

Io sapevo.

Da settimane cercavo per Nina la casa perfetta.

Ogni candidatura aveva qualche difetto.

Una strada troppo trafficata.

Troppi viaggi.

Un cane troppo vivace.

Un giardino troppo piccolo.

Una famiglia troppo rumorosa.

Teresa aveva capito prima di me che non stavo cercando una casa.

Stavo cercando una scusa.

«Claudia,» disse, «vuoi adottarla tu?»

Guardai Nina.

Era sdraiata ai miei piedi.

Aveva la vecchia corda tra le zampe.

«Non posso tenere tutti i cani che mi entrano nel cuore.»

«Meno male. Questo è uno.»

Nina si alzò.

Prese la corda.

Me la posò sulla scarpa.

Teresa scoppiò a ridere.

«Mi pare che la signora abbia già votato.»

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