Così Nina venne a vivere con me.
La mia casa non era grande.
Avevo un cortile.
Un fico.
Due sedie di ferro ereditate dai miei genitori.
Una cucina in cui la domenica, quando arrivavano mia sorella e i miei nipoti, si mangiava ancora troppo.
Nina scelse subito il tappeto vicino al tavolo.
Probabilmente aveva capito che da lì cadevano le cose migliori.
Durante il primo temporale camminò per tutta la casa.
Controllò il corridoio.
La camera.
La cucina.
Il bagno.
Il soggiorno.
Come se da qualche parte potessero comparire sei cuccioli da salvare.
Mi sedetti sul pavimento.
Lei si appoggiò contro le mie gambe.
Non dissi niente.
Il temporale successivo camminò venti minuti.
Quello dopo ancora rimase vicino alla finestra.
Passarono mesi.
Una domenica di novembre pioveva piano.
A tavola c’erano mia sorella, mio cognato, due nipoti ormai grandi e Teresa, che avevo invitato a pranzo.
Lasagne.
Arrosto.
Patate.
La quantità di cibo necessaria secondo qualsiasi famiglia italiana per sopravvivere a un assedio di almeno due settimane.
A metà pranzo mi accorsi che Nina non era più sotto il tavolo.
Mi alzai.
Era sul tappeto del soggiorno.
Dormiva.
Fuori pioveva.
Dormiva davvero.
Non vigilava.
Non controllava porte.
Non tremava.
Non aspettava che qualcosa andasse storto.
Teresa mi raggiunse.
La guardammo senza parlare.
Poi disse piano:
«Finalmente ha capito che non deve salvare qualcuno ogni volta che piove.»
Quella frase mi rimase dentro.
Un anno dopo organizzammo un piccolo incontro con le famiglie dei cuccioli.
Non per spettacolo.
Per raccogliere fondi destinati agli animali colpiti dalle emergenze e per permettere ai volontari del quartiere di rivederli.
Arrivarono tutti e sei.
Non erano più palline infangate.
Erano cani giovani, rumorosi e bellissimi nella loro normalità.
Nina inizialmente li guardò come guarda qualsiasi cane sconosciuto.
Poi si avvicinò al primo.
Naso sul muso.
Un lungo respiro.
Passò al secondo.
Poi al terzo.
Quarto.
Quinto.
Sesto.
Il vecchio conteggio.
La signora Mirella, appoggiata a un bastone, si mise una mano sulla bocca.
«Li ha riconosciuti.»
Forse sì.
Forse riconobbe odori familiari.
Forse riconobbe qualcosa che noi non sappiamo misurare.
Non importava.
Quando ebbe finito, Nina si rilassò.
I sei ragazzi le saltarono intorno senza alcun rispetto per il fatto che quella signora aveva rischiato la vita per loro.
Lei li sopportò per qualche minuto.
Poi rubò la vecchia corda che avevo portato e scappò.
Sei cani la inseguirono.
Luigi rise così forte che dovette sedersi.
Teresa pianse apertamente e negò di averlo fatto.
La signora Mirella distribuì pezzi di focaccia agli umani e tentò di darne altrettanti ai cani finché non la fermammo.
Quel giorno raccolsero abbastanza soldi per comprare nuove gabbie, coperte e materiale da usare nelle emergenze successive.
Mi piacque l’idea.
Nina aveva ricevuto aiuto da un quartiere.
Adesso, indirettamente, restituiva qualcosa ad altri animali che non avrebbe mai conosciuto.
Sono passati due anni.
Oggi Nina dorme sotto la mia scrivania mentre compilo schede e telefonate.
Ha qualche pelo bianco sul muso.
Porta ancora in giro i giochi come se fossero documenti importanti.
Se un cane ospite sparisce dietro una porta troppo a lungo, va a controllare.
Le pozzanghere profonde non le piacciono.
Le gira intorno.
Ma non trema più.
A volte qualcuno la riconosce.
«È la cagna dell’alluvione?»
Io rispondo di sì.
Poi quasi sempre aggiungo la parte che per me conta davvero.
Tutti ricordano Nina mentre attraversa l’acqua.
Io ricordo soprattutto Nina che impara a dormire mentre piove.
Perché sacrificarsi è impressionante.
Resistere è impressionante.
Salvare sei figli quando il corpo non ne può più è qualcosa che non dimenticherò finché vivo.
Ma esiste un altro tipo di coraggio di cui parliamo molto meno.
Accettare che il pericolo è passato.
Accettare una ciotola piena senza chiedersi se sarà l’ultima.
Accettare una mano senza aspettarsi che colpisca o abbandoni.
Accettare che i figli possano crescere e andare via senza essere perduti.
Accettare di riposare.
La mattina dell’alluvione vidi una madre spendere quasi tutto ciò che aveva.
La vidi tornare nell’acqua una volta in più di quanto il suo corpo potesse sopportare.
La vidi salire su una piccola barca, tossire acqua e cercare immediatamente sei facce.
Una.
Due.
Tre.
Quattro.
Cinque.
Sei.
Soltanto allora le cedettero le zampe.
Per molto tempo ho pensato che quello fosse il momento più importante della sua storia.
Oggi non ne sono più sicura.
Forse il momento più importante arrivò mesi dopo, durante un normale pranzo della domenica, con il rumore dei piatti dalla cucina, l’odore dell’arrosto e una pioggia leggera contro le finestre.
Nina era sul tappeto.
Nessun cucciolo da salvare.
Nessuna corrente da attraversare.
Nessun quartiere da impressionare.
Nessuno che la stesse filmando.
Solo una casa.
Persone che sarebbero rimaste.
E una madre che, finalmente, aveva smesso di contare abbastanza a lungo da chiudere gli occhi.





