Una signora di settantadue anni, la signora Mirella, ricordava bene il giorno in cui era comparsa.
«Era già grossa di pancia,» raccontò. «Io lo dissi a mio marito: quella lì aspetta i piccoli.»
Mirella aveva iniziato a lasciarle una ciotola d’acqua.
Poi un po’ di riso.
Poi carne avanzata dal pranzo della domenica.
Non era l’unica.
Il macellaio della strada accanto metteva da parte ritagli che non poteva vendere.
Il proprietario della piccola ferramenta lasciava una ciotola davanti al cancello.
Una vedova che abitava sopra la farmacia aveva sistemato sotto una tettoia una vecchia coperta.
Nessuno riusciva a toccarla.
Ma mezzo quartiere, senza mettersi d’accordo, aveva cominciato a nutrirla.
È così nei posti dove la gente sostiene di farsi gli affari propri.
Poi compare un animale affamato e improvvisamente tutti sanno a che ora passa.
Nina aveva partorito sotto la pedana.
Sei cuccioli.
La signora Mirella li aveva sentiti piangere ma non aveva voluto disturbare la madre.
«Aspettiamo che crescano un po’,» aveva detto. «Poi troviamo qualcuno che ci aiuta.»
L’alluvione arrivò prima.
Durante la notte il cortile si riempì.
La pedana cominciò a galleggiare.
Una parte del piccolo deposito crollò.
Nina non aspettò nessuno.
Scelse una via.
Individuò il punto più alto.
Prese il primo cucciolo.
E cominciò.
Quando capii tutto questo, la scena della barca mi fece ancora più male.
Perché significava che quella madre non aveva improvvisato soltanto un gesto eroico.
Aveva organizzato un salvataggio.
Aveva guardato l’acqua.
Aveva trovato una destinazione.
Aveva memorizzato un percorso.
E lo aveva ripetuto finché il corpo glielo aveva permesso.
Gli uomini lo chiamano ragionamento quando lo fanno gli uomini.
Quando lo fanno gli animali preferiamo chiamarlo istinto.
A volte mi chiedo se non sia semplicemente un modo elegante per sentirci superiori.
Nel centro d’emergenza Nina venne visitata dal dottor Simone Rinaldi, sessant’anni, veterinario di quelli che parlano con gli animali prima ancora che con i proprietari.
Le trovò tagli superficiali alle zampe.
Una forte disidratazione.
Un fianco contuso.
Stanchezza estrema.
Aveva ingerito acqua sporca.
I cuccioli erano infreddoliti, ma vivi.
«Li ha nutriti bene,» disse Simone. «Con quello che aveva.»
Nina era stesa sul fianco.
Sei piccoli cercavano il latte contro la sua pancia.
Lei aveva un occhio aperto.
Sembrava controllare anche dormendo.
Non c’era microchip.
Nessun collare.
Nessuna persona arrivò a reclamarla.
Alcuni vicini ricordarono di aver visto, settimane prima, un’auto fermarsi vicino alla parrocchia.
Una cagna marrone era comparsa poco dopo.
Non c’erano certezze sufficienti per accusare nessuno.
C’era soltanto il fatto evidente che Nina era arrivata lì gravida, impaurita e sola.
Il resto potevamo immaginarlo.
Ma non ne avevamo bisogno.
La sua condizione parlava già abbastanza.
Quel pomeriggio accadde una cosa che mi fece pensare a mia madre.
Mia madre aveva cresciuto tre figli in anni in cui mio padre faceva turni interminabili.
Diceva sempre una frase che da ragazza trovavo fastidiosa.
«Una madre si siede quando si sono seduti tutti gli altri.»
Nina sembrava aver trasformato quella frase in carne, fango e ossa.
Mangiava soltanto dopo aver annusato i cuccioli.
Dormiva pochi minuti.
Se qualcuno prendeva uno dei piccoli per pesarlo, apriva immediatamente gli occhi.
Finché non tornava.
Poi ricontava.
Uno.
Due.
Tre.
Quattro.
Cinque.
Sei.
Sempre.
La storia cominciò a circolare.
Prima nel paese.
Poi nei comuni vicini.
Qualcuno aveva ripreso una parte del salvataggio.
Le immagini mostrarono Nina quasi sommersa e noi che la tiravamo sulla barca.
La cosa sorprendente, però, non fu il numero di persone che guardò il filmato.
Fu quello che accadde nel quartiere.
In quelle ore quasi tutti avevano perso qualcosa.
Una cantina.
Un’auto.
Un elettrodomestico.
I mobili della cucina.
Le fotografie di famiglia conservate nei cassetti bassi.
C’era chi spalava fango dalla casa dei genitori e chi non sapeva ancora dove avrebbe dormito la notte.
Eppure la gente continuava a entrare nel centro d’emergenza con qualcosa per Nina e per gli altri animali.
Coperte.
Crocchette.
Ciotole.
Asciugamani.
Un pensionato arrivò con una scatola di vecchie lenzuola.
«Mia moglie le teneva per gli ospiti,» disse. «Gli ospiti possono aspettare.»
Una donna portò tre pentole.
«Non servono per i cani,» precisò, «ma magari servono a voi volontari.»
Un fornaio lasciò sacchetti di focaccia.
Una famiglia che aveva ancora il pianterreno pieno di fango consegnò due confezioni di latte per cuccioli.
Io li guardavo e pensavo a quanto facilmente diciamo che i tempi sono cambiati.
Che non esiste più il vicinato.
Che una volta si lasciavano le porte aperte.
Che oggi ognuno guarda il telefono e non sa nemmeno chi abita sul pianerottolo.
Forse è vero.
Finché non succede qualcosa.
Poi, a volte, il quartiere ricompare.
Non come nei ricordi perfetti.
Non con le sedie fuori dalla porta e i bambini che giocano fino a sera.
Ric compare con gli stivali sporchi di fango.
Con una pala.
Con una pentola.
Con una coperta che non si voleva buttare.
Con la frase: «Non è molto, ma magari serve.»
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