Vittorio scosse la testa.
«Non ancora.»
Per settimane gli scarponi rimasero visibili.
Rocco li controllava ogni volta che rientrava.
A Vittorio regalarono un paio nuovo.
Lui rifiutò.
«Quelli sono finiti», gli dissero.
Vittorio li guardò.
«Anch’io ero finito.»
Nessuno insistette.
Lasciarono gli scarponi nuovi accanto ai vecchi.
Tre settimane dopo Vittorio indossò finalmente il nuovo paio per andare a una visita.
Quando tornò, Rocco gli annusò i piedi.
Poi corse a verificare che i vecchi scarponi fossero ancora lì.
Vittorio scoppiò a ridere.
«Sono tornato con i piedi sbagliati, eh?»
Fu la prima risata vera che gli sentii fare.
La guarigione non arrivò come nei racconti.
Non ci fu una mattina in cui Vittorio si svegliò e tutto era sistemato.
Arrivò a pezzi.
Una compressa presa all’ora giusta.
Una doccia.
Un documento rifatto.
Una visita rispettata.
Una giornata senza bere.
Poi due.
Poi dieci.
Rocco riprese peso.
Vittorio ricominciò a usare le mani.
Nel cortile della struttura c’erano alcune fioriere rotte.
Chiese degli attrezzi.
«Posso sistemarle.»
La prima venne storta.
La seconda meglio.
La quinta sembrava uscita da una falegnameria.
Quando lavorava, Vittorio cambiava faccia.
Le spalle si raddrizzavano.
Le dita sapevano ancora cosa fare.
Un centro anziani del quartiere gli chiese di riparare alcune sedie.
Poi una piccola trattoria gli ordinò quattro fioriere.
Con i primi soldi guadagnati, Vittorio comprò un enorme sacco di crocchette.
Scrisse sopra:
ROCCO. NON TOCCARE.
Quattro mesi dopo arrivò una proposta di alloggio permanente.
Un monolocale.
Pulito.
Affitto sostenibile.
Animali ammessi.
Sembrava perfetto.
Vittorio lo rifiutò.
Tutti pensarono avesse paura di vivere da solo.
In parte era vero.
Ma il problema era un altro.
L’appartamento era al terzo piano.
L’ascensore faceva un rumore metallico fortissimo.
Rocco si bloccava davanti alle porte e tremava.
Le scale, invece, erano troppo ripide per le sue anche ormai doloranti.
«Vittorio», gli disse l’assistente, «è un’occasione importante.»
«Lo so.»
«Potrebbero non offrirtene un’altra presto.»
Vittorio guardò Rocco.
«Lui è rimasto sei giorni dove gli avevo detto di restare.»
Poi guardò l’assistente.
«Io non accetto una casa dove ogni volta che deve uscire devo trascinarlo dentro una scatola che gli fa paura.»
Qualcuno definì quella scelta irresponsabile.
Lui la chiamò mantenere la propria parte del patto.
L’offerta scadde.
Passarono settimane.
L’attenzione sui social era già finita.
Succede sempre.
Per qualche giorno tutti parlano di una storia.
Poi ne arriva un’altra.
Ma la vita di Vittorio non diventò improvvisamente più facile solo perché la gente aveva smesso di condividerne la fotografia.
Fu il quartiere a intervenire di nuovo.
La notizia arrivò fino a Teresa Ferri, settantaquattro anni, vedova, ex maestra elementare.
Possedeva un piccolo stabile di famiglia con otto appartamenti.
Uno al piano terra si era appena liberato.
Teresa aveva visto Rocco sotto il cavalcavia.
Non su internet.
Dal vivo.
Una mattina gli aveva portato una ciotola di brodo.
«Quello non è un cane che fa pena», disse quando la incontrai.
«È un cane che mantiene la parola meglio di molte persone.»
Teresa non amava complicazioni burocratiche.
Non aveva mai partecipato ai programmi di assistenza abitativa.
Quella volta accettò di provare.
Vittorio andò a vedere l’appartamento con Rocco.
Il cane entrò.
Annusò la cucina.
Il corridoio.
La finestra.
Poi si sdraiò davanti alla porta d’ingresso.
Vittorio aprì l’armadio.
Guardò il piccolo cortile.
Si girò verso Teresa.
«Dov’è il problema?»
«La ventola del bagno sembra un trattore.»
«Altro?»
«Il vicino del primo piano ascolta la televisione troppo alta.»
Vittorio diffidava.
Chi ha vissuto abbastanza a lungo per strada impara che le offerte facili spesso nascondono qualcosa.
Teresa gli mise il contratto sul tavolo.
«Tu paghi la tua parte. Rispetti gli orari. Il cane non mi distrugge i gerani.»
«Non mangia gerani.»
«Allora partiamo bene.»
Vittorio firmò.
Per traslocare servirono un furgone e tre viaggi.
Tutto ciò che possedeva occupava meno spazio del guardaroba di molte famiglie.
Coperte.
Vestiti.
La vecchia teglia di Rocco.
Gli attrezzi.
Una fotografia di Anna conservata per anni dentro una busta di plastica.
E gli scarponi.
Li portai dentro per ultimi.
Rocco mi seguì.
Teresa aveva trovato un divano usato.
Il letto era stato donato.
Nel frigorifero c’erano latte, formaggio, verdura e una pentola di minestrone.
Vittorio rimase in mezzo al soggiorno con il giaccone addosso.
Come se qualcuno potesse ancora dirgli:
«C’è stato un errore.»
Rocco perlustrò ogni stanza.
Poi tornò agli scarponi.
Li sistemammo accanto alla porta.
«Qui non piove», dissi.
Vittorio guardò il soffitto.
«E non passa nessun camion sopra la testa.»
Quella sera mangiammo pizza su piatti di carta.
Teresa arrivò con una crostata.
Mirella della merceria portò due strofinacci.
Giulio, quello che non amava i cani grossi, si presentò con una cuccia di legno costruita male.
«Me l’ha fatta mio genero.»
Vittorio osservò una gamba più corta.
«Si vede.»
«Se vuoi sistemarla, arrangiati.»
Sembrava uno di quei vecchi pranzi della domenica in cui tutti litigano su come si taglia il pane, ma nessuno se ne va davvero.
Solo che non erano parenti.
Erano qualcosa che a volte vale quasi quanto il sangue.
Vicini.
Persone rimaste.
Quando andarono tutti via, Vittorio mi chiese di lasciare accesa la luce del corridoio.
«Solo stanotte.»
La mattina dopo mi telefonò alle sei e venti.
Pensai a un’emergenza.
«Ha dormito sul letto.»
«Chi?»
«Rocco. Chi vuoi che sia, Teresa?»
Risi.
Rocco aveva trascorso metà della notte vicino agli scarponi.
Poi, verso le tre, era salito sul materasso e si era sdraiato contro le gambe di Vittorio.
Per la prima volta da anni non aveva dormito mettendo il proprio corpo tra Vittorio e uno spazio pubblico.
«Forse ha capito che la porta si chiude», dissi.
Vittorio rimase in silenzio.
«Forse ha capito che stavolta non sparisco.»
La nuova vita non fu perfetta.
Vittorio continuava ad avere problemi ai polmoni.
La schiena gli faceva male.
Quando pioveva forte si svegliava convinto che l’acqua stesse entrando sotto le coperte.
Rocco abbaiava agli operai.
Teresa minacciava una volta alla settimana di buttare via «quelle maledette scarpe puzzolenti».
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