Restava.
Quando Viola morì, sei mesi dopo, Sergio rimase nella sua stanza quasi tutta la notte.
Il giorno seguente Anna tornò.
Aveva il viso gonfio.
In mano portava una piccola toppa.
Una farfalla viola.
Si sedette sul pavimento della sala d’attesa.
Tirò fuori ago e filo.
E con le proprie mani cucì quella farfalla sul gilet rosso.
Poi baciò Sergio sulla testa.
“Portamela a fare un giro ogni tanto,” sussurrò.
Fu allora che pensai di aver capito fino in fondo cosa significasse quel cane.
Mi sbagliavo di nuovo.
La mattina seguente un uomo in giacca grigia entrò nel mio ufficio.
Posò davanti a me una proposta.
Lessi la cifra due volte.
Due milioni e quattrocentomila euro.
Per un centro piccolo come il nostro era una somma capace di cambiare tutto.
Il tetto dell’ala ovest perdeva.
Tre camere erano chiuse perché mancava personale.
Alcune attrezzature andavano sostituite.
Le famiglie dormivano su poltrone che avevano visto giorni migliori.
Avevamo bisogno di quei soldi.
Disperatamente.
L’uomo rappresentava una grande fondazione privata.
Parlava con calma.
Sorriso educato.
Parole perfette.
“Il vostro lavoro ci ha colpiti.”
Poi aprì una seconda cartellina.
“Esiste però una criticità.”
Sentii lo stomaco stringersi.
“Il programma con gli animali.”
Non disse Sergio.
Disse “programma”.
Disse “percezione del rischio”.
Disse “immagine del centro”.
Infine arrivò al punto.
Se volevamo il finanziamento, Sergio doveva sparire dal contatto con i bambini.
Definitivamente.
“È un cane di grande taglia, con evidenti cicatrici,” spiegò. “Può generare una sensazione di insicurezza.”
Sicurezza.
Quella parola.
La stessa usata mesi prima dai genitori.
Solo che stavolta costava due milioni e quattrocentomila euro.
Provai a discutere.
Visite solo su richiesta.
Ingresso separato.
Presenza di Marco.
Nuovi protocolli.
Niente.
La fondazione voleva un programma con animali dall’aspetto più rassicurante.
In altre parole, voleva una storia più bella da fotografare.
Mi diedero una settimana.
Uscii dall’ufficio e andai a cercare Marco.
Lo trovai seduto per terra con una bambina che stava pettinando Sergio usando una spazzolina di plastica rosa.
Mi sedetti accanto a lui.
Marco mi guardò.
“Soldi?”
Annuii.
Gli spiegai tutto.
Le nuove stanze.
Il personale.
Le riparazioni.
Le famiglie che avremmo potuto aiutare.
Quando finii, Marco guardò Sergio.
“Accetta.”
Lo fissai.
“Cosa?”
“Accetta i soldi.”
“Marco…”
“Se la scelta è tra un cane e più posti per i bambini, scegli i bambini.”
Mi fece male sentirglielo dire.
“Ma Sergio è parte di questo posto.”
Marco sospirò.
“Non confondere ciò che conta con ciò che qualcuno è disposto a finanziare.”
Poi aggiunse:
“Lui non capirà perché deve andarsene.”
Quella frase mi colpì più di tutto il resto.
Convocai il consiglio direttivo.
Mostrai i conti.
Mostrai l’offerta.
Mostrai la condizione.
Non ci fu molto romanticismo.
Quando un’organizzazione rischia di non pagare stipendi e riparazioni, la poesia muore in fretta.
La presidente, Paola, disse:
“Dobbiamo scegliere ciò che permette al centro di sopravvivere.”
“E cosa sopravvive esattamente?” chiesi.
Lei mi guardò senza capire.
“Il centro.”
“No. Intendo: cosa resta di questo centro se per salvarlo dobbiamo togliere ciò che dà conforto ai bambini?”
Paola strinse le labbra.
“Non possiamo amministrare soltanto sulla base delle emozioni.”
Quella sera non tornai a casa.
Camminai nei corridoi dopo mezzanotte.
Davanti a una stanza trovai Teresa Alvarez, madre di Diego, otto anni.
Diego avrebbe meritato una stanza privata.
Invece era in un locale adattato perché non avevamo spazio.
Teresa sapeva del finanziamento.
“È vero che potremmo aprire altre camere?”
“Sì.”
“E bisogna rinunciare a Sergio?”
“Sì.”
Guardò il figlio.
Poi disse:
“Io avevo firmato quella prima protesta.”
Lo sapevo.
“Mi faceva paura.”
Abbassò gli occhi.
“Adesso gli voglio bene. Ma se togliere un cane significa dare una stanza vera a mio figlio…”
Non concluse.
Non ce n’era bisogno.
Poi mi fece una domanda.
“Se Diego fosse suo figlio, cosa sceglierebbe?”
Non risposi.
Perché era quello il problema.
Non c’erano cattivi.
C’erano genitori stanchi.
C’erano bambini.
C’erano infermieri che facevano turni impossibili.
C’erano soldi che potevano cambiare cose reali.
E c’era un cane.
Organizzai un incontro con le famiglie.
Il salone era pieno.
Teresa disse che suo figlio aveva bisogno di una camera.
Un padre disse che sua figlia aspettava da giorni un colloquio perché mancavano operatori.
Una madre sbottò:
“Davvero dobbiamo scegliere un cane invece dei servizi per i nostri figli?”
Poi si alzò Anna.
La madre di Viola.
Erano passati nove giorni dal funerale.
La stanza tacque.
“Mia figlia è morta con le dita nel pelo di quel cane,” disse.
Nessuno respirava.
“Non ditemi che è un’attività secondaria.”
Un padre provò a rispondere.
Anna alzò la mano.
“Capisco le stanze. Capisco il personale. Se Viola fosse ancora viva e qualcuno mi dicesse che mandare via Sergio può darle cure migliori, non so cosa sceglierei.”
La voce le tremò.
“Ed è proprio questo il punto.”
Si guardò attorno.
“Non è una scelta tra persone buone e persone cattive. È una scelta tra due cose che amiamo, perché non abbiamo abbastanza soldi per proteggerle entrambe.”
Nessuno seppe cosa dire.
Alla fine decisi di accettare.
O meglio, iniziai a convincermi che l’avrei fatto.
Venerdì sarebbe stato l’ultimo giorno di Sergio.
La notizia girò subito.
Quel corridoio sembrava una chiesa dopo un funerale.
I bambini arrivarono uno per volta.
Un ragazzino gli baciò la fronte.
“Non dimenticare il mio odore.”
Una ragazza adolescente, Nora, che rispondeva sempre male a tutti, rimase con la fronte appoggiata alla spalla del cane per quasi dieci minuti.
Poi arrivammo da Beniamino.
Sei anni.
Faccia tonda.
Amava i camion giocattolo e distribuiva adesivi agli infermieri come se fosse il direttore.
Guardò Marco.
“Dove va Sergio?”
Marco rispose:
“Ha un altro lavoro.”
Beniamino guardò me.
“Perché la gente ha paura della sua faccia?”
Avrei preferito ricevere uno schiaffo.
Il bambino abbassò gli occhi verso la cicatrice che gli attraversava il petto.
Poi toccò il piccolo rilievo sotto la pelle dove passavano le sue terapie.
“Quando qualcosa ti cambia la faccia o il corpo, poi ti fanno andare via?”
La stanza diventò muta.
Marco si avvicinò al letto.
“No.”
“Ma Sergio va via.”
Marco chiuse gli occhi.
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