Dopo aver donato un rene alla suocera, riceve il divorzio e scopre una verità sconvolgente

Io avrei dovuto spaventarmi.

Invece pensai che fosse la mia occasione.

La mattina dopo accettai.

Il giorno prima dell’operazione mi fecero firmare molti documenti.

Consensi, dichiarazioni, protocolli.

Ero stanca e non dormivo da giorni.

Giuliano indicava le righe con il dito.

«Qui. Anche qui. È tutto normale.»

In una delle pagine si spiegava che, se la destinataria principale fosse risultata improvvisamente non idonea, l’organo avrebbe potuto essere assegnato tramite la rete dei trapianti a un altro paziente compatibile.

Mi fermai.

«Che significa?»

«Una formalità», rispose lui. «Mia madre è già pronta.»

Firmai.

Quella notte Beatrice non venne a salutarmi.

Mandò un messaggio attraverso Giuliano.

“Dille di non mangiare dopo mezzanotte.”

Mentre mi portavano in sala operatoria, Giuliano camminava accanto alla barella stringendomi la mano.

«Quando aprirai gli occhi sarò lì.»

Mi baciò sulla fronte.

«La prima cosa che vedrai sarà il mio viso.»

Mi svegliai in una stanza con altri tre letti.

Il soffitto aveva una chiazza d’umidità e il televisore trasmetteva un vecchio programma a volume troppo alto.

Non c’era Giuliano.

Non c’era Beatrice.

Non c’era nessuno.

Il dolore arrivava a ondate, profondo e pesante.

Ogni respiro tirava i punti.

Chiesi di mio marito.

Un’infermiera disse che avrebbe provato a contattarlo.

Il primo giorno non venne.

Il secondo mandò un messaggio: “Sono impegnato con mamma.”

Il terzo non rispose.

Il quarto giorno la porta si aprì.

Giuliano entrò con il vestito blu che indossava alle riunioni importanti.

Dietro di lui c’era Beatrice sulla sedia a rotelle.

Accanto a lui, la donna in rosso.

Giuliano gettò la busta sul mio petto.

Lessi il mio nome sui documenti e sentii il sangue scendere dal viso.

«Perché?»

Beatrice fece cenno all’inserviente di avvicinare la sedia.

«Pensavi davvero che mio figlio ti avesse sposata per amore?»

Il monitor accanto al letto cominciò a suonare più velocemente.

«Una ragazza senza famiglia, senza protezioni, senza nessuno che facesse domande. E soprattutto compatibile.»

Mi voltai verso Giuliano.

Lui non abbassò gli occhi.

La donna in rosso fece un passo avanti.

«Mi chiamo Serena. Io e Giuliano ci conosciamo dall’università.»

Portava un grande anello all’anulare.

«Sono stata all’estero per lavoro. Nel frattempo serviva qualcuno con le caratteristiche giuste.»

Posò una mano sul ventre.

«Adesso aspettiamo un figlio.»

Quelle parole mi colpirono più dell’operazione.

Due anni.

Ogni cena, ogni carezza, ogni promessa.

Tutto preparato.

Tutto falso.

«Avete controllato i miei esami prima ancora di avvicinarmi?»

Giuliano sospirò, infastidito.

«Non rendere la cosa più drammatica del necessario.»

Tirò fuori una mazzetta di banconote e la lasciò sul comodino.

«Diecimila euro. Ti aiuteranno a ripartire. Firma senza creare problemi e ognuno farà la propria vita.»

Guardai quei soldi.

Il prezzo che aveva dato a un organo, a due anni della mia vita e alla mia fiducia.

«Andrò dai carabinieri.»

«A dire cosa?» domandò. «Hai firmato volontariamente.»

La porta si aprì prima che potessi rispondere.

Entrò il professor Riccardo Ferri, il medico responsabile dell’équipe, seguito da due infermiere.

Guardò il monitor, poi il mio volto bagnato di lacrime.

«Chi ha autorizzato questa visita? La paziente è stata operata quattro giorni fa.»

Giuliano si irrigidì.

«È una questione di famiglia.»

Il professore lo fissò.

«Allora sarà bene che la famiglia ascolti.»

Si voltò verso Beatrice.

«Il suo trapianto è stato annullato.»

Il sorriso di mia suocera scomparve.

«Che cosa sta dicendo? Io sto meglio.»

«Sta ricevendo terapie di supporto. Gli ultimi esami, eseguiti quando l’organo era già stato prelevato, hanno evidenziato un’infezione e una complicazione cardiaca. Procedere avrebbe messo seriamente a rischio la sua vita.»

Giuliano diventò bianco.

«E il rene?»

Il professore incrociò le braccia.

«Un organo non è una proprietà privata. Non può essere messo da parte per quando farà comodo a voi.»

«Abbiamo pagato l’intervento.»

«Avete pagato prestazioni sanitarie. Non avete comprato una parte del corpo di sua moglie.»

Sentii il cuore battere forte.

«Dov’è finito il mio rene?»

Il medico si avvicinò al letto.

«È stato assegnato a un altro paziente compatibile in condizioni critiche. La clausola firmata consentiva la riassegnazione attraverso la rete trapianti.»

Giuliano aprì la bocca, ma non uscì alcun suono.

La formalità che mi aveva fatto firmare gli si era rivoltata contro.

Il destinatario era Ettore Sartori, settantadue anni, fondatore di un grande gruppo immobiliare e di una fondazione che finanziava cure per persone in difficoltà.

Il medico non avrebbe potuto dirmi altro senza autorizzazione.

Ma il signor Sartori aveva chiesto, tramite i canali previsti, di poter ringraziare la donatrice.

Giuliano cambiò espressione in un istante.

Si avvicinò al letto.

«Amore, c’è stato un equivoco. Quei documenti… eravamo sconvolti.»

Cercò di prendermi la mano.

La ritirai.

Il dolore mi attraversò il fianco, ma non gridai.

Guardai il professor Ferri.

«Per favore, faccia chiamare la sicurezza. Ci sono degli estranei nella mia stanza.»

Portarono via Giuliano mentre protestava.

Beatrice insultava infermieri e medici, dicendo che avrebbero sentito parlare dei suoi avvocati.

Serena uscì per ultima.

Il suo vestito rosso non sembrava più elegante.

Sembrava solo fuori posto.

Poche ore dopo fui trasferita in una stanza privata pagata dalla fondazione di Ettore Sartori.

Aveva una finestra grande, un bagno tutto per me e una poltrona accanto al letto.

Quella poltrona rimase vuota per due giorni.

La guardavo e pensavo a quanto avevo desiderato una famiglia.

Poi arrivò un uomo di nome Lorenzo, responsabile legale della fondazione.

Posò una cartella sul tavolo.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto