Per cinque anni pagò il debito del marito morto, finché una telecamera mostrò chi entrava dai suoceri

Per cinque anni versò duecento euro al mese ai suoceri per il debito del marito morto. Poi una vicina le disse: «Guarda la telecamera delle scale».

«Dacci la busta e vai. Tuo suocero oggi non può vedere nessuno.»

La porta dell’appartamento si aprì appena, trattenuta dalla catena. Dall’altra parte comparve il volto magro di mia suocera, con i capelli grigi raccolti male e gli occhi stretti come due fessure.

Non mi chiese come stavo.

Non mi offrì un bicchiere d’acqua.

Allungò soltanto la mano.

Io tirai fuori dalla borsa la busta bianca con dentro duecento euro.

«Sono tutti, mamma Ada. Come ogni mese.»

Lei la afferrò e la infilò nella tasca del grembiule senza nemmeno contarli.

«Bene.»

Dietro di lei, nell’appartamento, regnava un silenzio innaturale.

Non il silenzio tranquillo di due anziani che riposano.

Era un silenzio trattenuto, attento, come quando in casa c’è qualcuno che non deve farsi sentire.

Mi chiamo Teresa Lorusso, avevo quarantatré anni e da cinque ero la vedova che tutto il quartiere indicava come esempio.

“Una donna con la testa sulle spalle.”

“Una madre che si è sacrificata.”

“Una nuora d’altri tempi.”

Nel nostro quartiere, alla periferia di Bari, la gente sapeva tutto di tutti. Sapeva quando compravi un frigorifero nuovo, quando litigavi con tuo marito e perfino quante fette di prosciutto mettevi nel panino di tuo figlio.

Eppure nessuno conosceva la verità sulla mia famiglia.

Nemmeno io.

Mio marito Davide era morto cinque anni prima in un incidente sul lavoro, durante un cantiere nel Nord Italia.

Così mi avevano detto.

Era partito da Bari promettendomi che sarebbe tornato dopo sei mesi con abbastanza denaro per sistemare la cucina, pagare qualche debito e regalare a nostro figlio una cameretta vera.

Andrea allora aveva sette anni.

Dormiva ancora in una stanza stretta, con l’armadio che non si chiudeva e il letto ereditato da un cugino.

Per partire, Davide aveva chiesto dodicimila euro ai suoi genitori.

Secondo mia suocera, quei soldi erano tutti i risparmi messi da parte in quarant’anni.

«Abbiamo rinunciato alla vecchiaia per vostro marito», mi aveva detto Ada il giorno dopo il funerale.

Non avevo ancora smesso di piangere.

Sul tavolo c’erano i bicchieri di plastica usati per il caffè, i fazzoletti accartocciati e una fotografia di Davide circondata da fiori bianchi.

Mio suocero, Vittorio, sedeva in un angolo con la testa bassa.

Ada invece mi guardava dritta negli occhi.

«Nostro figlio è morto per mantenere te e il bambino. Il debito ora resta a te.»

Quelle parole mi entrarono nella carne.

Avrei potuto rifiutare.

Avrei potuto chiedere documenti, ricevute, prove.

Ma ero distrutta, confusa e terrorizzata dall’idea che Andrea perdesse anche i nonni.

Così accettai.

Duecento euro ogni mese per cinque anni.

Sessanta rate.

All’inizio guadagnavo poco più di mille euro lavorando in un piccolo ufficio amministrativo. Tra affitto, bollette, spesa e scuola, quei duecento euro erano un buco enorme.

Erano le scarpe nuove che non compravo.

Erano le gite scolastiche a cui Andrea rinunciava.

Erano le visite dal dentista rimandate.

Erano le domeniche passate a casa invece che al mare, con un piatto di pasta al pomodoro e la televisione accesa per far sembrare il soggiorno meno vuoto.

Eppure pagavo.

Puntuale.

Il giorno cinque di ogni mese salivo cinque piani senza ascensore nel vecchio palazzo dei miei suoceri.

La facciata aveva l’intonaco gonfio, i balconi arrugginiti e un portone che si chiudeva soltanto con un calcio.

Al primo piano viveva una famiglia con quattro bambini.

Al secondo una sarta in pensione.

Al terzo una coppia che litigava ogni sera.

Al quarto abitava la signora Filomena, una vedova di settantasei anni che sembrava conoscere perfino i segreti dei muri.

Al quinto c’erano Ada e Vittorio.

Sempre chiusi dentro.

Sempre con le tapparelle abbassate.

Sempre pronti a prendere la busta e mandarmi via.

Quel pomeriggio provai ancora una volta a parlare di Andrea.

«Sabato potrei portarvelo. Gli mancate.»

Ada irrigidì la bocca.

«Tuo suocero ha l’artrosi. Io ho la pressione. Un ragazzino in casa fa confusione.»

«Andrea ha dodici anni, mamma Ada. Non è più un bambino piccolo.»

«Ho detto di no.»

Mi morsi la lingua.

«Mancano solo due rate. Dopo, magari, potremmo ricominciare a vederci come una famiglia.»

Per la prima volta, vidi qualcosa passare negli occhi di mia suocera.

Non sollievo.

Non gratitudine.

Paura.

Durò un attimo, poi richiuse la porta.

Sentii girare la chiave due volte.

Rimasi sul pianerottolo con la borsa vuota e il cuore pesante.

Appoggiai l’orecchio contro il ferro.

Nessuna voce.

Nessuna televisione.

Nessun rumore di passi.

Poi, proprio mentre stavo per andarmene, udii un colpo di tosse.

Profondo.

Maschile.

Non era la tosse debole di mio suocero.

Era un suono secco che conoscevo.

Per anni avevo dormito accanto a quell’uomo.

Conoscevo il modo in cui respirava, il rumore che faceva quando beveva troppo in fretta e perfino quel piccolo colpo di tosse che gli veniva dopo il caffè.

Mi allontanai dalla porta.

«Teresa, stai diventando matta», sussurrai.

Scesi le scale lentamente.

Nel cortile, la signora Filomena era seduta vicino al portone con una busta di fave tra le ginocchia. Le puliva una alla volta, gettando le bucce in una bacinella.

Quando mi vide, smise di lavorare.

«Sei salita di nuovo a portare i soldi?»

Mi fermai.

«Come fa a saperlo?»

Filomena fece una smorfia.

«In questo palazzo si sente pure quando uno cambia idea.»

Provai a sorridere.

Lei mi fece cenno di sedermi.

«Teresa, ascolta una vecchia che magari parla troppo, ma non ha ancora perso la testa.»

«Che succede?»

Si guardò intorno.

«Il mese prossimo non portare niente.»

Risi per il nervosismo.

«Sono quasi alla fine. Non posso fermarmi ora.»

«Puoi e devi.»

«Perché?»

Filomena strinse una fava tra le dita.

«Perché i morti non aprono le porte con le chiavi.»

Sentii un gelo salirmi lungo la schiena.

«Che significa?»

«Significa che da qualche mese hanno messo una telecamera tra il quarto e il quinto piano. Dopo i furti nelle cantine.»

«E allora?»

«Allora guarda le registrazioni della notte dopo che consegni la busta.»

Scossi la testa.

«Mio marito è morto.»

«Io non ho detto che tuo marito è vivo.»

«Ma lo sta facendo capire.»

Filomena abbassò la voce.

«Ogni volta che vieni, quella stessa notte sale un uomo. Berretto, mascherina, giacca larga. Non suona. Usa una chiave.»

Il cortile sembrò inclinarsi.

«Potrebbe essere un parente.»

«Potrebbe.»

«Un infermiere.»

«Potrebbe.»

«Qualcuno che aiuta mio suocero.»

«Potrebbe anche essere il papa», disse Filomena. «Ma quell’uomo trascina il piede sinistro esattamente come Davide dopo l’incidente con la moto.»

Mi mancò il fiato.

Davide si era rotto la caviglia sinistra a ventisei anni.

Da allora camminava appoggiando male il tallone, soprattutto quando era stanco.

«Lei si sbaglia.»

«Forse.»

«Davide è stato cremato.»

«Forse.»

«Abbiamo l’urna al paese.»

Filomena mi guardò con una tristezza che mi fece più paura delle sue parole.

«Allora guarda la telecamera e dimostrami che sono una vecchia rimbambita.»

Quella sera preparai la cena senza sentire il sapore di nulla.

Andrea raccontava della scuola, di un compagno che aveva copiato il compito e dell’allenatore che voleva farlo giocare titolare.

Io annuivo.

Dentro di me, però, continuavo a vedere una figura che saliva le scale trascinando la gamba sinistra.

Dopo aver messo Andrea a letto, aprii il quaderno delle spese.

Avevo conservato ogni cifra.

Cinquantotto rate da duecento euro.

Undicimilaseicento euro.

Aggiungendo i regali di Natale, le medicine, la spesa portata durante l’inverno e alcune bollette pagate al posto loro, superavo i tredicimila.

Chiusi gli occhi.

Con quei soldi avrei potuto dare ad Andrea una vita diversa.

Ma il pensiero che mi feriva di più non era il denaro.

Era la possibilità che Davide mi avesse guardata soffrire senza fare nulla.

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