Io avevo conservato tutto.
Bonifici dei primi mesi.
Messaggi in cui Ada pretendeva contanti.
Annotazioni sul quaderno.
Perfino i biglietti con cui accompagnavo le buste.
L’avvocato fece una verifica ufficiale sui documenti della morte.
Emerse subito qualcosa di strano.
Il certificato che avevo ricevuto era una copia incompleta.
Mancavano riferimenti verificabili.
Il presunto responsabile del cantiere che ci aveva consegnato l’urna non risultava più rintracciabile all’indirizzo indicato.
La cremazione sarebbe avvenuta con una rapidità insolita, senza che nessun familiare identificasse il corpo.
«Dov’è l’urna?» mi chiese l’avvocato.
«Nel cimitero del paese di origine di Davide, in Basilicata.»
«Chi ha deciso di portarla lì?»
«I suoi genitori.»
L’avvocato si appoggiò allo schienale.
«Non fare nulla da sola. Presenteremo una segnalazione e chiederemo verifiche.»
Ma io non riuscivo a pensare ad altro.
Dentro quell’urna avevo versato lacrime.
Andrea le aveva mandato baci.
Ogni estate andavamo al paese per portare fiori a suo padre.
La domenica successiva dissi ad Ada che volevo accompagnare Andrea al cimitero.
Lei reagì male.
«Che bisogno c’è? Fa caldo. Il ragazzo si stanca.»
«Ha sognato suo padre.»
«I sogni sono sciocchezze.»
Era la stessa donna che per cinque anni mi aveva ripetuto che le promesse ai morti erano sacre.
«Andremo lo stesso.»
Partii all’alba con Andrea.
La strada attraversava campi secchi, colline e piccoli paesi in cui gli anziani sedevano davanti ai bar già dalle otto del mattino.
Mio figlio parlava senza sosta.
«Mamma, secondo te papà mi vede quando gioco?»
«Non lo so, amore.»
«La nonna dice che lui è orgoglioso di me.»
Guardai la strada per non farmi vedere piangere.
Al paese ci accolsero come sempre.
I parenti di Davide mi abbracciarono.
«La nostra Teresa, una santa.»
«Non si è mai tolta la fede.»
«Ha cresciuto quel bambino da sola.»
Quelle parole mi facevano male.
Non ero una santa.
Ero una donna ingannata da persone che avevano sfruttato proprio il mio bisogno di essere considerata perbene.
Dopo pranzo andammo al cimitero con l’incaricato comunale e, in seguito alla richiesta presentata dal mio avvocato, fu eseguito un controllo formale dell’urna.
Io rimasi a pochi passi, stringendo la mano di Andrea.
Quando il contenitore venne aperto, nessuno parlò.
Dentro non c’erano resti umani.
Solo polvere, sassolini e materiale da cantiere.
La verità era davanti a noi.
Fredda.
Semplice.
Vergognosa.
Andrea non capì.
«Mamma, dov’è papà?»
Mi inginocchiai davanti a lui.
Avrei voluto dirgli tutto, ma non potevo spezzargli il cuore in mezzo a un cimitero.
«Amore, hanno fatto un errore. Ora gli adulti devono capire cosa è successo.»
Lui mi abbracciò.
Io guardai la fotografia di Davide sulla lapide.
Quel sorriso che un tempo mi aveva dato sicurezza ora sembrava una presa in giro.
Le autorità avviarono gli accertamenti.
Io tornai a Bari fingendo di non sapere nulla.
Ada mi telefonò il giorno dopo.
«Com’è andata al paese?»
«Bene.»
«Hai aperto il loculo?»
La domanda arrivò troppo veloce.
«Perché avrei dovuto?»
Lei rimase in silenzio.
Poi cambiò tono.
«No, così. Per sapere.»
«Ho solo portato i fiori.»
Sentii il suo respiro rilassarsi.
«Brava. Davide sarà contento.»
Chiusi la chiamata e vomitai nel lavandino.
Qualche giorno dopo l’avvocato mi contattò.
«Hanno trovato un collegamento tra suo marito e un’officina in una zona industriale fuori città. Pare che un vecchio amico gli porti viveri e denaro.»
«Dov’è Davide?»
«Non posso darle dettagli sull’indagine.»
«È vivo, vero?»
L’avvocato esitò.
«Tutto indica di sì.»
Mi sedetti sul bordo del letto.
Per settimane avevo sperato che ci fosse una spiegazione meno crudele.
Magari Davide era minacciato.
Magari aveva perso la memoria.
Magari i suoi genitori lo tenevano nascosto perché malato.
La verità era peggiore.
Davide aveva accumulato debiti di gioco.
Aveva frequentato persone poco raccomandabili e temeva che i creditori lo cercassero.
Con l’aiuto di un conoscente aveva simulato l’incidente, fatto preparare documenti falsi e consegnato alla famiglia un’urna vuota.
All’inizio, secondo quanto emerse, voleva scomparire soltanto per qualche mese.
Poi aveva scoperto quanto fosse comodo essere morto.
Niente moglie.
Niente figlio.
Niente responsabilità.
I genitori lo nascondevano e gli portavano ciò che gli serviva.
Quando i soldi iniziarono a mancare, Ada ebbe l’idea del debito.
Sapeva che io non avrei mai lasciato due anziani senza risparmi.
Sapeva che avrei lavorato di più.
Sapeva che la paura del giudizio del paese mi avrebbe impedito di ribellarmi.
“Che nuora sarebbe, se non restituisse il denaro?”
“Che moglie sarebbe, se non onorasse i debiti del marito morto?”
Avevano costruito una gabbia usando le parole che in Italia pesano più delle catene: famiglia, dovere, rispetto, sacrificio.
La parte più terribile emerse da alcune conversazioni registrate durante l’indagine.
Davide non aveva mai chiesto di vedere Andrea.
Non aveva mai domandato una fotografia recente.
Non aveva mai voluto sapere se fosse malato, se andasse bene a scuola, se avesse ancora paura del buio.
In una conversazione con il suo complice, disse: «Il bambino ormai sarà abituato senza di me.»
Come se un figlio fosse una vecchia giacca che, dopo qualche anno, smetti di ricordare.
La sera prima degli arresti, Ada mi chiamò.
«Teresa, questo mese puoi anticipare la rata?»
Mi sedetti al tavolo della cucina.
Andrea faceva i compiti nella stanza accanto.
«Perché?»
«Tuo suocero deve fare delle cure.»
«Quali cure?»
«Non sono cose che ti riguardano.»
Per cinque anni mi avevano detto che tutto mi riguardava quando si trattava di pagare.
Ora improvvisamente non avevo diritto a fare domande.
«Va bene», risposi. «Domani porterò i soldi.»
Preparai una busta.
Dentro non misi banconote.
Misi sessanta foglietti.
Su ognuno scrissi il nome di qualcosa che avevo tolto a mio figlio per rispettare quella promessa.
Scarpe.
Dentista.
Gita scolastica.
Vacanze.
Libri.
Piscina.
Compleanno.
Riscaldamento.
Tempo.
Serenità.
La mattina seguente salii ancora una volta quei cinque piani.
Non ero sola.
Gli agenti attendevano fuori dal palazzo.
Un’altra squadra si trovava nella zona industriale dove Davide si nascondeva.
Bussai.
Ada aprì con la solita fessura.
«Hai portato la busta?»
«Sì.»
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