Entrò al gattile per un cucciolo, ma una gatta adulta le offrì qualcosa che non dimenticò mai

E per qualche motivo pensai all’orsetto.

A Nina che lo aveva messo davanti alla gabbia.

Prendi anche questo.

Il mio tempo.

Il mio riposo.

La mia sera.

La mia pazienza.

Basta che continuiate a considerarmi brava.

Sollevai lo sguardo.

«Le finisco lunedì mattina.»

La responsabile rimase immobile.

«Ci servirebbero oggi.»

«Capisco. Ma oggi non riesco.»

Il cuore mi batteva come se avessi appena commesso un reato.

Lei prese i fogli.

Non successe niente.

Nessun licenziamento.

Nessuna tragedia.

Soltanto un’espressione infastidita.

Tornai a casa quasi tremando.

Nina era dietro la porta con l’orsetto.

Lo lasciò davanti ai miei piedi.

Mi accovacciai.

«No, signorina. Stasera ce lo teniamo.»

Da allora quella frase divenne una specie di battuta privata.

Ce lo teniamo.

Il tempo.

Il riposo.

Il diritto di dire no.

La verità.

La dignità.

Le cose che avevamo imparato a regalare troppo facilmente.

Il cambiamento arrivò anche nella mia vita sentimentale.

Da qualche mese frequentavo un uomo della mia età.

Educato.

Divertente.

Sempre pieno delle parole giuste.

Era bravissimo a dire che rispettava i sentimenti.

Molto meno bravo a rispettare il mio tempo.

Annullò un appuntamento all’ultimo momento.

Poi un altro.

Poi il terzo.

Ogni volta con leggerezza.

Ogni volta aspettandosi che io fossi quella comprensiva.

La vecchia me avrebbe risposto:

“Figurati.”

La vecchia me diceva “figurati” anche quando figurava eccome.

Quella sera scrissi:

“Non credo che questa situazione faccia per me.”

Rimasi dieci minuti con il dito sospeso sullo schermo.

Poi inviai.

La risposta arrivò quasi subito.

“Stai esagerando.”

Sorrisi amaramente.

Un tempo avrei scritto un romanzo per spiegarmi.

Tre paragrafi.

Scuse.

Precisazioni.

Il tentativo disperato di mettere un confine senza far sentire nessuno confinato.

Guardai Nina.

Dormiva con una zampa sopra l’orsetto.

Pensai che anche un animale finalmente al sicuro può continuare a toccare ciò che un tempo rappresentava la paura.

Guarire non significa dimenticare.

Significa cambiare il significato delle cose.

Risposi soltanto:

“Ti auguro ogni bene.”

Poi spensi il telefono.

Non mi sentii forte.

Mi sentii strana.

Ma libera.

Qualche mese dopo una piccola associazione locale mi invitò a una giornata dedicata alle adozioni.

Non volevano pubblicità.

Mi dissero semplicemente che, dopo la storia di Nina, diverse persone avevano chiesto informazioni sui gatti adulti.

Accettai.

Nina rimase a casa.

L’avrei terrorizzata portandola lì e ormai avevo imparato che amare qualcuno significa anche non usarlo per dimostrare qualcosa agli altri.

Portai una fotografia.

E portai l’orsetto.

Lo misi su un tavolino.

Piccolo.

Storto.

Senza un occhio.

Dal vivo sembrava ancora meno importante.

Eppure la gente si fermava.

Un uomo sui settant’anni lo guardò a lungo.

Poi mi raccontò della moglie, morta qualche anno prima.

Per trent’anni aveva dormito con lo stesso cuscino sottile.

Lui l’aveva sempre presa in giro.

«Dicevo che sembrava uno straccio.»

Sorrise, ma gli occhi gli diventarono lucidi.

«Adesso penso che forse dovevo lasciarla stare.»

Più tardi una madre mi disse che sua figlia adolescente, da quando i genitori si erano separati, regalava le sue cose preferite ogni volta che pensava che qualcuno fosse arrabbiato con lei.

Poi si fermò una bambina.

Indicò l’orsetto.

«Perché il gatto dava via il suo gioco se gli voleva bene?»

Ci pensai.

«Forse perché aveva paura di perdere tutto e credeva che, offrendo la cosa più importante, qualcuno sarebbe rimasto.»

La bambina fece una faccia seria.

«È triste.»

«Sì.»

Poco più avanti c’era un gatto grigio di nove anni.

Occhi un po’ velati.

Movimenti lenti.

Una coppia si fermò davanti a lui.

Lessero il cartello.

«Nove anni?» disse l’uomo. «No. Noi ne vogliamo uno giovane. Così abbiamo più tempo.»

Non li giudicai.

La paura di perdere qualcosa esiste.

La capivo.

Anch’io ero entrata in un gattile cercando un cucciolo.

Però rimasi lì a guardare quel vecchio gatto.

Un’ora dopo arrivò un uomo in pensione.

Capelli bianchi.

Giacca consumata.

Si sedette davanti alla gabbia e rimase in silenzio.

Il gatto gli si avvicinò.

L’uomo lesse l’età.

Poi disse:

«Nove anni? Va bene. Io ne ho settantatré. Vediamo chi dei due fa compagnia all’altro.»

Lo adottò.

Dovetti andare in bagno perché non volevo piangere davanti a tutti.

Quel giorno tornai a casa tardi.

Nina era alla finestra.

Quando aprii la porta, corse verso di me con l’orsetto in bocca.

Lo lasciò sul tappeto.

Non sembrava più un pagamento.

Era diventato un rito.

Un pezzo del passato che poteva esistere senza comandare il presente.

Lo raccolsi.

La cucitura stava cedendo di nuovo.

Quella sera presi ago e filo.

Mentre lo ricucivo, pensai a mia madre.

La chiamavo spesso, ma quasi sempre parlavamo di cose utili.

Medicine.

Spesa.

Bollette.

Visite.

La nostra famiglia era così.

L’amore passava attraverso pentole, sacchetti della spesa, frutta sbucciata e domande del tipo “hai mangiato?”.

Dire “mi manchi” sembrava quasi indecente.

La domenica successiva andai da lei.

Stavo sistemando una cerniera della credenza quando disse:

«Ho letto quello che hai scritto sul gatto.»

Finsi di concentrarmi sulla vite.

«Ah.»

«Tua sorella me l’ha fatto vedere.»

Silenzio.

Poi aggiunse:

«Quella cosa di portare qualcosa per farsi perdonare.»

Mi fermai.

Mamma continuava a guardare la credenza.

«Tuo padre faceva così.»

Lo sapevo.

Ma non l’avevo mai sentita dirlo.

«Quando pensava che fossi arrabbiata tornava sempre con qualcosa. Caramelle. Una rivista. Le paste all’arancia.»

Sorrise appena.

«Una volta mi portò un mestolo.»

Scoppiammo a ridere.

Poi lei si fece seria.

«Aveva paura di tornare a mani vuote.»

Mi sedetti.

Mio padre era morto da tanto.

Più invecchiavo, più capivo che i nostri genitori erano stati giovani prima di noi.

Giovani impauriti.

Giovani senza parole.

Giovani che avevano imparato a sopravvivere con strumenti che poi avevano passato ai figli senza volerlo.

«Forse l’ho imparato da lui.»

Mamma annuì.

«Forse l’abbiamo imparato tutti.»

Restammo in silenzio.

Poi, naturalmente, chiese:

«Come sta Nina?»

«Bene.»

«Ha ancora quel pupazzo?»

«Sempre.»

Mia madre sorrise.

«Lascialo stare.»

Fu una frase piccola.

Ma dentro c’erano anni.

Dopo quel giorno smisi di vergognarmi della storia di Nina.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto