Eravamo già partiti con un gattino, ma quello lasciato al rifugio continuava a seguirci senza essere in macchina

Telefonare quando ti vergogni.

Tornare dal medico.

Chiedere scusa.

Fare un altro passo anche quando non sai bene dove metterai il piede.

Nina faceva esattamente questo.

Un passo.

Poi un altro.

Sempre verso il respiro di suo fratello.

La prima settimana fu un disastro.

Sbagliò la lettiera due volte.

La prima sul tappeto che dicevo di voler cambiare da anni.

La seconda a pochi centimetri dalle pantofole di Marco.

Lui guardò il pavimento.

Poi guardò me.

«Sai cosa sto pensando?»

«Che siamo due idioti.»

«Precisamente.»

Scoppiai a ridere.

In quel momento Nina urtò piano un’anta, sentì Arturo e si strinse contro il suo fianco.

Marco smise di sorridere.

Si chinò.

«No. Idioti no.»

Era quella la nostra vita nei primi mesi.

Non perfetta.

Non poetica.

Non semplice.

Ma profondamente nostra.

La parte più difficile, però, non era Nina.

Erano gli altri.

Le persone adorano le storie di animali salvati quando sono ordinate.

Prima.

Dopo.

Una copertina pulita.

Un gatto addormentato.

Una frase tenera.

Quello che piace meno è tutto ciò che sta in mezzo.

Le visite.

Le spese.

L’ansia.

Le piccole rinunce.

Il fatto che l’amore vero, spesso, non somiglia a una fotografia.

Somiglia a non spostare più il tavolino del salotto perché un animale cieco lo usa come punto di riferimento.

Mia sorella Paola venne a trovarci una domenica.

Portò una teglia di lasagne, come aveva fatto nostra madre per tutta la vita quando non sapeva bene cosa dire.

Mangiammo in cucina.

Arturo girava intorno alle sedie.

Nina lo seguiva ascoltando il tintinnio del suo collarino.

Paola li osservò.

«Sono tenerissimi.»

Poi bevve un sorso d’acqua.

«Ma siete sicuri di aver fatto bene?»

Non lo disse con cattiveria.

E proprio per questo mi rimase dentro.

Le persone maleducate si ignorano facilmente.

Sono quelle ragionevoli che ti fanno dubitare.

Quelle che usano parole come prudenza.

Spese.

Età.

Imprevisti.

Con questa economia.

Alla vostra età.

Io capivo perfettamente ciò che Paola voleva dire.

Non avevamo una villa.

Non avevamo risparmi infiniti.

Marco lavorava ancora, ma cominciava a parlare di pensione.

Io facevo contabilità part-time per un piccolo studio.

Confrontavamo i prezzi dell’olio.

Congelavamo il pane avanzato.

Conservavamo i contenitori di plastica «perché possono sempre servire».

Avevamo scelto un gatto proprio perché un gatto aveva senso.

Due, di cui una cieca, molto meno.

Eppure ogni sera dormivano uno contro l’altra così stretti da sembrare una sola creatura con due respiri.

Ogni mattina Arturo aspettava Nina prima di attraversare il corridoio.

Ogni volta che lei perdeva l’orientamento, lui tornava indietro.

Ditemi quale calcolo avrebbe potuto convincermi che separarli era stata la scelta più giusta.

Non ero diventata improvvisamente irresponsabile.

Continuavo a fare conti.

Continuavo a preoccuparmi.

Ma avevo cominciato a capire che quasi tutto ciò che merita davvero amore comporta un rischio.

Un figlio.

Un matrimonio.

Un genitore che invecchia.

Un fratello in difficoltà.

Un’amicizia che dura quarant’anni.

Perfino il nostro corpo, prima o poi, comincia a chiederci più pazienza di quanto avevamo previsto.

Perché, allora, davanti agli animali pretendiamo garanzie che la vita non ci ha mai dato?

La cecità di Nina non fu nemmeno il problema più grande.

Il problema furono le idee degli altri.

Una mattina, nella sala d’attesa del veterinario, una signora chiese cosa avesse agli occhi.

«È cieca.»

Lei inclinò la testa.

«Poverina. Quindi non potrà mai avere una vita normale.»

Sorrisi.

Sono stata educata così.

Dentro, però, qualcosa si ribellò.

Normale.

Che cosa significa normale per un gatto?

Nina mangiava.

Giocava.

Dormiva al sole.

Riconosceva i nostri passi.

Distingueva la voce di Marco dalla mia.

Sapeva quando aprivo il mobile dei croccantini da una stanza di distanza.

Dopo tre mesi riusciva a salire sul letto usando una vecchia panca come riferimento.

Quando il bordo della coperta le sfiorava i baffi, sapeva esattamente dove saltare.

Eppure bastavano due occhi diversi perché qualcuno immaginasse una vita dimezzata.

Cominciai a osservare meglio il modo in cui parliamo di chi necessita di più attenzione.

Animali anziani.

Animali con una zampa in meno.

Gatti timidi.

Cani che hanno bisogno di medicine.

Quante volte chiamiamo «triste» qualcosa che in realtà è semplicemente «meno comodo»?

Al rifugio avevo sentito frasi che non riuscivo più a dimenticare.

Troppo vecchio.

Troppo pauroso.

Troppo impegnativo.

Troppo costoso.

Ne vorremmo uno più semplice.

Parole comprensibili, a volte.

Ma anche pericolose quando diventano automatiche.

Perché una creatura non è un elettrodomestico difettoso.

Marco, intanto, si innamorò di Nina molto più rapidamente di quanto sarebbe mai stato disposto ad ammettere.

Tre settimane dopo avermi fatto il discorso sulla prudenza, una notte si alzò perché lei miagolava vicino alla lavanderia.

Avevo spostato un cesto.

Lei si era confusa.

Lo trovai in ginocchio sul pavimento mentre batteva piano due dita sulle piastrelle.

«Vieni, piccola.»

Tap.

Tap.

«Sono qui.»

Nina seguì il suono fino al soggiorno.

Quando mi vide sulla porta, Marco fece finta di niente.

«Che c’è?»

«Nulla.»

«Perché sorridi?»

«Non sto sorridendo.»

Da quel giorno cominciò a chiamarla Ninì.

Gli uscì una volta senza pensarci.

«Tranquilla, Ninì. Sono io.»

Poi rimase quel nome.

A una certa età gli uomini della generazione di Marco possono passare decenni evitando parole come tenerezza, ma basta ascoltare il soprannome che danno a un animale quando credono di essere soli per capire tutto.

Arturo continuava a essere il gatto facile.

Accoglieva gli ospiti.

Sopportava l’aspirapolvere.

Si faceva tagliare le unghie con la rassegnazione di un impiegato vicino alla pensione.

Nina era più complessa.

I rumori improvvisi la spaventavano.

Se qualcuno la prendeva in braccio senza parlarle prima, diventava rigida.

Non graffiava.

Non mordeva.

Aspettava.

Come se il suo corpo avesse imparato presto che il mondo poteva cambiare direzione senza avvisarla.

A Natale vennero due vicini.

Portarono biscotti fatti in casa e una bottiglia di vino.

Arturo si strofinò subito contro le loro gambe.

Nina seguì il suono e toccò per sbaglio la scarpa dell’uomo.

Lui abbassò gli occhi.

«Ah. Quella è la cieca.»

Quella.

Una sola parola.

Mi fece male più del previsto.

«Sì. Si chiama Nina.»

Lui si accovacciò per qualche secondo.

«È dolce. Però io non ce la farei. Mi affezionerei troppo. Poi starei sempre in pensiero.»

Marco rispose prima di me.

«Noi siamo affezionati.»

Fece una pausa.

«E sì, ogni tanto siamo in pensiero.»

Quella sera, dopo che se ne furono andati, pensai a quante persone considerano saggio evitare l’amore per paura di soffrire.

Come se una vita riuscita fosse una vita ben protetta.

Io, invece, cominciavo a essere sempre meno impressionata dalle persone che non rischiavano mai niente.

Dopo qualche mese pubblicai una foto dei due gatti sul gruppo online del quartiere.

Niente di speciale.

Dormivano naso contro naso in una striscia di sole.

Scrissi soltanto che eravamo tornati indietro per la gattina che non riuscivamo a dimenticare e avevamo scoperto che erano fratello e sorella.

Molti commenti furono dolcissimi.

Una signora scrisse che le ricordavano i suoi due gatti di trent’anni prima.

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