Il gatto urlava nel parcheggio, ma quando quell’uomo di 72 anni spiegò perché non poteva lasciarlo, nessuno riuscì più a voltarsi
Il gatto gridava così forte nel parcheggio del supermercato che, per qualche secondo, pensai davvero che quell’uomo lo stesse portando via contro la sua volontà.
Ero appena uscita con due borse della spesa che mi segavano le dita quando lo vidi.
Un uomo anziano, sui settant’anni, era fermo accanto a una vecchia utilitaria color grigio. Aveva lo sportello posteriore aperto e teneva tra le braccia un lungo gatto grigio che si contorceva come un indemoniato.
Il gatto miagolava, soffiava, agitava le zampe.
L’uomo alzò gli occhi e si accorse che lo stavo fissando.
«È mio», disse subito. «Giuro che non sto rubando un gatto.»
Poi sospirò.
«E se dovessi rubarne uno, di sicuro non sceglierei questo disgraziato.»
Quasi risi.
Quasi.
Ma lui aveva una faccia che spegneva la voglia di scherzare.
Camicia a quadri stropicciata, pantaloni vecchi e lucidi sulle ginocchia, scarpe consumate. Sotto gli occhi aveva quelle borse profonde che non vengono da una notte dormita male.
Vengono da mesi.
Forse da anni.
Non mi avvicinai troppo, ma non andai via.
Il gatto allungò una zampa nel vuoto.
L’uomo ebbe un sussulto e lo strinse meglio, senza fargli male.
«Cesare», borbottò, ansimando, «ti do da mangiare da sette anni. Potresti almeno fingere che ci conosciamo.»
Quella frase mi fece capire che forse diceva la verità.
Posai le buste nel carrello.
«Le serve una mano?»
Lui mi guardò come guardano certe persone della sua generazione quando devono pronunciare una parola che detestano: sì.
«Se sa come mettere un gatto in macchina senza perdere mezzo litro di sangue, ascolto volentieri.»
Mi avvicinai.
Sul sedile posteriore c’era una coperta scolorita. Sul pavimento, una lettiera di plastica, due ciotole di metallo e tre scatoloni chiusi con il nastro adesivo.
Non erano gli scatoloni ordinati di chi cambia casa dopo mesi di preparativi.
Erano scatoloni disperati.
Quelli che riempi in fretta quando non hai abbastanza tempo, abbastanza spazio o abbastanza scelta.
«È ferito?»
«No. È offeso.»
Cesare lanciò un altro urlo.
«Come vede, conferma.»
Solo allora notai le mani dell’uomo.
Tremavano.
Non di paura.
Di fatica.
«Tengo io lo sportello.»
Lui annuì.
Provò ad appoggiare il gatto sulla coperta.
Appena le zampe posteriori di Cesare toccarono il sedile, scoppiò il finimondo.
Il gatto si girò, scivolò fuori per metà e per un attimo ci trovammo in due, perfetti sconosciuti, piegati dentro una vecchia macchina nel parcheggio di un supermercato, cercando di impedire a un gatto furibondo di scappare tra le auto.
L’uomo riuscì a riprenderlo.
Lo tenne contro il petto.
Non gridò.
Non si arrabbiò.
Gli appoggiò semplicemente il mento sulla testa.
«Lo so», sussurrò. «Lo so, Cesare. Fa schifo anche a me.»
Fu il modo in cui lo disse a cambiare tutto.
Non stava parlando della macchina.
«Sta traslocando?»
Lui fece una risatina senza allegria.
«Si vede così tanto?»
Guardai gli scatoloni.
Si chiamava Vittorio.
Aveva settantadue anni.
Da quattordici viveva in un piccolo appartamento in affitto alla periferia di un paese emiliano, al secondo piano di una palazzina senza ascensore.
L’appartamento era stato venduto.
Il nuovo proprietario aveva deciso di liberarlo.
Vittorio aveva trovato una stanza ammobiliata in una casa poco distante.
Il problema era scritto chiaramente sull’annuncio.
Niente animali.
«Sto andando a parlare con la signora», disse. «Le ho chiesto almeno di conoscerlo.»
Guardai Cesare, che sembrava intenzionato a dichiarare guerra all’intero mercato immobiliare italiano.
«Vuole convincerla portandolo con sé?»
«Non voglio entrare di nascosto.»
Mi guardò.
«Sono troppo vecchio per cominciare a mentire male. E lui è troppo rumoroso per aiutarmi.»
Questa volta sorrisi davvero.
Vittorio passò due dita tra le orecchie del gatto.
«Era di mia moglie.»
La voce gli cambiò.
«Io i gatti non li volevo. Mai capiti. Mi sembravano animali che abitano a casa tua e ti trattano come un dipendente.»
Guardò Cesare.
«In effetti avevo ragione.»
Poi abbassò gli occhi.
«Lucia è morta undici mesi fa.»
Il parcheggio sembrò diventare più silenzioso.
«Dopo il funerale, la casa era diventata enorme. Due stanze e cucina, eppure sembrava enorme. Lasciavo la televisione accesa di notte perché non sopportavo di sentire il frigorifero.»
Deglutì.
«Poi, una notte, alle due e mezza, questo cretino mi è saltato sul petto perché nella ciotola si vedeva il fondo.»
Cesare emise un brontolio.
Vittorio sorrise appena.
«Ho continuato ad alzarmi per lui.»
Poi disse la frase che mi rimase addosso.
«È quello che mi resta di lei.»
Non seppi cosa rispondere.
Ci sono verità che, quando vengono dette senza preparazione e senza cercare pietà, fanno più male.
Spostai uno scatolone più in fondo al sedile e sistemai la coperta contro lo schienale.
«Proviamo adesso.»
Questa volta Cesare entrò.
Protestò.
Borbottò.
Ma entrò.
Vittorio chiuse lo sportello lentamente, come se anche un colpo troppo forte potesse spezzare qualcosa.
Mi ringraziò.
Io tornai verso la mia macchina.
Accesi il motore.
Poi alzai gli occhi.
La vecchia utilitaria di Vittorio era ancora lì.
Lui non era salito.
Aveva entrambe le mani appoggiate sul tetto e la testa china.
Come un uomo che non stava cercando le chiavi.
Stava cercando la forza.
Spensi il motore.
Quando tornai verso di lui, Cesare era rannicchiato nella coperta.
Vittorio alzò gli occhi.
«Mi scusi.»
«Per cosa?»
Scrollò le spalle.
«Oggi mi viene spontaneo.»
Indicai la macchina.
«Se la sente di guidare?»
«La macchina funziona.»
Guardò la strada.
«È il resto che funziona male.»
Restai in silenzio.
Alla fine parlò lui.
La proprietaria della stanza gli aveva detto di presentarsi prima delle cinque. Avrebbe “valutato la situazione”.
Vittorio fece le virgolette con le dita.
«Ho settantadue anni e ancora mi agito quando qualcuno dice che deve valutare la mia situazione.»
«Vuole che la segua?»
Mi guardò stupito.
«Non deve.»
«Lo so.»
Ci pensò.
Poi guardò Cesare.
«Se va male, almeno ci sarà un testimone. Questo qui racconterà che ho gestito tutto malissimo.»
Dal sedile posteriore arrivò un verso basso.
«Ha già iniziato.»
Partimmo.
Lo seguii attraverso il paese.
Passammo davanti al gommista, al piccolo ufficio postale, alla farmacia, al bar con quattro pensionati seduti fuori e alla piazza dove la domenica mattina tutti sapevano chi aveva litigato con chi prima ancora che lo sapessero i diretti interessati.
Vittorio guidava piano.
Troppo piano.
Era il modo di guidare di chi ha passato la vita cercando di non dare fastidio.
La casa era vecchia, divisa in camere.
Ringhiera scrostata.
Tre vasi sul portico.
Una tenda ingiallita dietro la finestra.
Vittorio parcheggiò.
Prese Cesare.
Il gatto capì subito che stava per succedere qualcosa e ricominciò a urlare.
La porta si aprì.
Uscì una donna sulla sessantina inoltrata, capelli grigi raccolti, occhiali appesi a una catenella.
Guardò il gatto.
Guardò Vittorio.
Guardò me.
«No.»
Vittorio continuò ad avvicinarsi.
«Signora, per favore.»
«Avevo detto niente animali.»
«È anziano.»
«Anche io.»
«Dorme quasi tutto il giorno.»
Cesare lanciò un urlo.
La donna alzò un sopracciglio.
Vittorio sospirò.
«Questo è un momento poco rappresentativo.»
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