Il gatto urlava nel parcheggio, ma ciò che quell’anziano confessò poco dopo cambiò completamente la scena

Quasi le scappò un sorriso.

Quasi.

La signora si chiamava Ada.

Affittava quattro stanze per integrare la pensione.

«Ho muri sottili», spiegò. «E un pavimento che ho appena fatto sistemare. Non posso rischiare.»

Vittorio non insisteette con rabbia.

Ed era proprio quello a rendere tutto più triste.

«È tutto quello che ho.»

Ada abbassò gli occhi.

Per un istante qualcosa nel suo viso cambiò.

Poi tornò rigido.

«Mi dispiace.»

Era sincera.

Eppure era ancora un no.

Vittorio annuì.

«La ringrazio comunque.»

Quella frase mi fece più male di una supplica.

Perché sembrava provata.

Come se l’avesse detta già troppe volte.

Tornando alla macchina, aprì lo sportello posteriore.

Uno scatolone scivolò a terra e si aprì.

Piatti avvolti in vecchi giornali.

Una caffettiera.

Un cardigan da donna.

Tre fotografie.

Una cadde con l’immagine rivolta verso l’alto.

Ritraeva una donna seduta su una sedia di plastica in un giardino.

Aveva il sole negli occhi.

Sulle ginocchia teneva Cesare.

Più giovane.

Più magro.

Ugualmente scontento.

Vittorio si chinò troppo in fretta e perse quasi l’equilibrio.

Raccolsi la foto.

«Lucia», disse.

La prese con entrambe le mani.

«Lo trovò dietro il magazzino di una ferramenta. Era dentro una cassetta della frutta. Sporco, magro, arrabbiato con il mondo.»

Sorrise.

«Lo portò a casa dicendo che era un segno del destino.»

«E lei?»

«Io dissi che il destino poteva anche riportarselo indietro.»

La fotografia tremò tra le sue dita.

«Alla fine aveva ragione lei.»

Rimettemmo tutto negli scatoloni.

Gli chiesi se avesse altre possibilità.

Tirò fuori dalla tasca un foglietto piegato quattro volte.

C’erano numeri di telefono, indirizzi, appunti.

Tre righe erano già cancellate.

«Uno vuole due mensilità anticipate e una garanzia che non posso dare. Uno accetta animali piccoli, ma quando ho detto gatto ha cambiato idea. Uno non risponde.»

«Parenti?»

Scosse la testa.

«Niente figli. Mia sorella non c’è più. Ho un nipote che vive lontano e ci sentiamo a Natale, quando si ricorda.»

Guardò il foglio.

«Se non trovo niente, stanotte dormo in macchina.»

«E Cesare?»

Mi fissò come se la risposta fosse ovvia.

«Con me.»

Fu allora che decisi che non sarei tornata a casa.

Non ancora.

Ci sedemmo nelle rispettive macchine con i finestrini aperti e cominciammo a chiamare.

Prima telefonata.

Stanza già occupata.

Seconda.

Niente animali.

Terza.

«Il gatto quanti anni ha?»

Dodici.

«Gli animali anziani portano problemi.»

Vittorio ringraziò ugualmente.

Quarta.

Deposito troppo alto.

Quinta.

Nessuna risposta.

Sesta.

Una stanza disponibile, ma senza animali.

Il sole scendeva dietro i tetti.

Cesare non protestava più.

Perfino la rabbia si stanca.

«Ha pensato a una struttura temporanea?» chiesi con cautela.

Vittorio restò in silenzio.

Poi disse:

«Per me o per lui?»

Non risposi.

«Per me mi hanno detto che gli animali non entrano. Per lui mi hanno detto che forse possono inserirlo in una lista.»

Accarezzò il volante.

«Ho chiesto cosa succede a un gatto vecchio se nessuno lo prende.»

Si fermò.

«La ragazza al telefono è diventata gentile all’improvviso.»

Non serviva altro.

Quella sera c’era odore di carne alla griglia da qualche balcone.

Una bicicletta passava sulla strada.

Il bar della piazza cominciava a riempirsi per l’aperitivo.

La vita degli altri continuava normalmente.

A pochi metri, un uomo di settantadue anni stava cercando di capire dove dormire senza perdere l’unico essere vivente che aveva condiviso con sua moglie gli ultimi anni.

«Vittorio, posso raccontare questa storia sui gruppi del paese?»

Lui sollevò la testa.

«Su internet?»

«Senza cognome. Senza indirizzo. Senza foto del viso, se non vuole. Scrivo solo che serve una stanza temporanea per un uomo e un gatto anziano.»

Fece una smorfia.

«È umiliante.»

«Un po’.»

Lui apprezzò che non mentissi.

«La gente sarà cattiva?»

«Qualcuno sì.»

Guardò Cesare.

«Allora si comporterà come sempre.»

Esitai.

«Posso?»

Dopo qualche secondo annuì.

Pubblicai un messaggio nei gruppi locali.

Raccontai del parcheggio.

Degli scatoloni.

Della stanza rifiutata.

Scrissi che serviva un posto semplice, anche piccolo, purché sicuro e con un gatto ammesso.

Non passò molto.

Arrivarono messaggi.

Una signora offriva una cuccia da trasporto.

Un uomo aveva del cibo per gatti.

Una famiglia poteva prestare una coperta e una lettiera.

Poi arrivarono anche gli altri commenti.

Le regole sono regole.

Chi prende un animale deve prevedere le difficoltà.

Un gatto si può affidare a qualcuno.

Prima bisogna pensare al tetto.

Non erano tutti crudeli.

Alcuni erano semplicemente pratici.

Alcuni proprietari avevano avuto brutte esperienze.

Altri vivevano già con problemi propri.

Ma leggerli mentre Vittorio sedeva davanti a me con tre scatoloni e una fotografia di Lucia sul sedile faceva uno strano effetto.

Un messaggio privato sembrò promettente.

Una donna poteva prendere Cesare per qualche mese.

Mostrai il telefono a Vittorio.

Lesse.

Poi restituì il cellulare.

«No.»

«Ne è sicuro?»

«Sì.»

Non disse altro.

Dopo un po’, aggiunse:

«Lo so che la signora vuole aiutare.»

Guardò la macchina.

«Ma tutti parlano di separarci come se fosse la soluzione più semplice.»

Si strofinò la fronte.

«Forse lo è.»

Poi abbassò la voce.

«Solo che semplice per chi?»

Quella frase mi rimase dentro.

Telefonai a una piccola pensione sulla strada provinciale.

Avevano una camera libera.

Accettavano animali con un supplemento.

Il prezzo era troppo alto per Vittorio.

Non per me.

Almeno per due notti.

Quando glielo dissi, scosse la testa.

«No.»

«Non sa neanche quanto costa.»

«Non importa.»

«Sono due notti.»

«Non voglio diventare una spesa per qualcuno.»

Lo disse piano.

Quasi con vergogna.

E capii che quella non era una frase nata quel giorno.

Era una frase vecchia.

La frase di tanti uomini e donne cresciuti imparando a non chiedere.

Quelli che risparmiano sulla stufa.

Che conservano i sacchetti.

Che mettono da parte il pane avanzato perché buttarlo sembra un peccato.

Che dicono “sto bene” per non costringere i figli a prendere la macchina.

«Lei non è una spesa», dissi. «La camera costa. Sono due cose diverse.»

Vittorio chiuse gli occhi.

Poi annuì.

La pensione era modesta.

Una fila di stanze, qualche vaso di gerani e una macchinetta del caffè nell’ingresso.

La proprietaria ci venne incontro.

Aveva l’aria pratica di chi non si stupiva più di niente.

Sentì Cesare prima di vederlo.

«È quello il gatto?»

«Purtroppo sì», disse Vittorio.

La donna osservò la bestia.

«Basta che non rovini le tende.»

Vittorio la guardò serissimo.

«Se dopo dodici anni comincia proprio stanotte, lo considero un tradimento personale.»

La donna scoppiò a ridere.

Fu la prima risata vera della giornata.

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