La stanza numero sette aveva un letto, una sedia, un piccolo tavolo e una stampa sbiadita appesa alla parete.
Vittorio sistemò la coperta.
Le ciotole.
La lettiera.
Poi appoggiò sul comodino una sola fotografia.
Non quella del matrimonio.
Quella di Lucia in giardino con Cesare sulle ginocchia.
Il gatto si infilò sotto il letto.
«Fa sempre così», disse Vittorio. «Prima annuncia la fine del mondo e poi occupa il territorio.»
Rimasi ancora un po’.
Bevemmo un caffè terribile dalla macchinetta.
Vittorio raccontò di Lucia.
Piccole cose.
Le cose vere.
Che quando si arrabbiava rideva.
Che riportava sempre i contenitori alle vicine.
Che faceva il sugo la domenica anche se erano soltanto in due.
Che una volta aveva preparato lasagne per dodici persone perché una famiglia della via aveva avuto un lutto.
Che non riusciva a tenere viva una pianta, ma recuperava ogni animale malconcio che compariva nei dintorni.
«Quando portò Cesare a casa le dissi: “Lucia, abbiamo quasi sessant’anni. Non possiamo cominciare con un animale problematico.”»
Vittorio sorrise.
«Lei rispose: “Perfetto. Saremo in tre ad avere un caratteraccio.”»
Ridemmo.
Poi il sorriso sparì.
«Quando è morta, per due settimane casa nostra era piena.»
Vicini.
Parenti lontani.
Pentole.
Vassoi.
Torte salate.
Brodo.
Biscotti.
Il tavolo della cucina non era mai vuoto.
«Poi tutti sono tornati alla loro vita.»
Non lo disse con rancore.
«È normale.»
Guardò verso il letto.
«Cesare no.»
Rimasi zitta.
«Lui è rimasto.»
La mattina dopo il mio telefono era pieno di notifiche.
Il post aveva attraversato mezzo paese.
Qualcuno aveva persino stampato il messaggio e portato il foglio al bar.
Era successo qualcosa che non avevo previsto.
Le persone avevano cominciato a parlare tra loro.
Non solo online.
Una signora del mercato conosceva una vedova con una dependance.
Il panettiere aveva chiesto a un cliente se sapesse di una stanza libera.
Un pensionato aveva telefonato a un cugino.
Una vicina offriva un tavolino.
Una coppia aveva una vecchia poltrona.
Un uomo poteva aiutare con il trasporto degli scatoloni.
Il paese, quello stesso paese dove fino al giorno prima Vittorio era quasi invisibile, aveva cominciato a muoversi.
Non tutto era utile.
Non tutto era gentile.
Ma qualcosa stava cambiando.
Nel pomeriggio ricevetti un messaggio da Ada, la proprietaria della stanza che lo aveva rifiutato.
«Ho visto il post. Non sono arrabbiata. Però alcuni stanno dicendo che sono senza cuore.»
Le telefonai.
Parlammo.
Ada non era un mostro.
Suo marito era morto anni prima.
Affittava camere perché la pensione non bastava e mantenere quella casa costava sempre di più.
In passato aveva accettato animali nonostante le regole.
Aveva avuto mobili rovinati, porte graffiate, pulci e una stanza lasciata in condizioni terribili.
«Ogni volta che faccio un’eccezione», disse, «poi sono io a pagare.»
Era difficile darle torto.
«Però mi è rimasto in testa quel signore.»
Silenzio.
«Mia sorella ha una stanza dietro casa.»
Mi raddrizzai sulla sedia.
«Libera?»
«Da sei mesi.»
«Affitta?»
«Di solito dice di no a tutti.»
«Perché?»
Ada sospirò.
«Perché mia sorella non sopporta la gente.»
«Ottimo inizio.»
Ada rise.
«Però adora i gatti brutti.»
Quella era una possibilità.
Non una certezza.
Ma per la prima volta una possibilità aveva il sapore di una porta aperta.
La mattina seguente andammo a vedere il posto.
La sorella di Ada si chiamava Teresa.
Sessantasette anni.
Viveva in una casetta alla fine di una strada stretta, con un orto dietro e due grandi vasi di terracotta crepati davanti alla porta.
In fondo al giardino c’era un piccolo locale indipendente.
Una stanza.
Angolo cottura.
Bagno.
Una finestra affacciata su un vecchio noce.
Teresa uscì con un canovaccio in mano.
Aveva spalle dritte e occhi svegli.
Cesare cominciò a gridare appena Vittorio aprì lo sportello.
Teresa lo guardò.
«Madonna santa.»
Vittorio abbassò gli occhi.
«Sì.»
«Sembra una tromba arrugginita.»
«Ha molte qualità. La voce non è tra quelle.»
Teresa si avvicinò.
Cesare la fissò.
Lei fissò lui.
«Sei proprio brutto.»
Il gatto starnutì.
Teresa annuì.
«Almeno siamo d’accordo.»
Poi si voltò verso Vittorio.
«Quanto può pagare?»
Lui disse la cifra.
Senza fingere.
Senza promettere ciò che non aveva.
Teresa fece due conti mentalmente.
«Fuma?»
«No.»
«Beve?»
«Un bicchiere a pranzo la domenica.»
«Fa rumore?»
Vittorio guardò Cesare.
«Personalmente poco.»
Teresa trattenne un sorriso.
Aprì la porta.
La stanza era vecchia.
Ma pulita.
Vittorio entrò lentamente.
Per la prima volta da quando lo avevo incontrato, non sembrava avere fretta.
Guardava il lavandino.
Il tavolo.
La finestra.
Lo spazio accanto al letto.
Come se stesse provando a immaginare una vita e avesse paura che immaginarla troppo forte potesse farla sparire.
Teresa rimase sulla porta.
«Il primo mese mi dà quello che può.»
Vittorio si girò.
«Come?»
«Il resto quando sistema le cose.»
Lui non parlava.
Teresa indicò Cesare.
«La lettiera la pulisce ogni giorno. Le tende non si toccano. Se graffia la porta, la sistema.»
Vittorio annuiva.
«Certo.»
«E se fa pipì sui miei mobili, vi caccio tutti e due.»
Vittorio aprì la bocca.
La richiuse.
«Sta dicendo che possiamo restare?»
Teresa sbuffò.
«Sto dicendo che ho sessantasette anni e non ho più voglia di ripetere le frasi.»
Vittorio appoggiò lentamente Cesare sulla coperta.
Il gatto fece due giri.
Annusò un angolo.
Poi saltò sul davanzale.
Si sedette.
Guardò fuori.
Perfettamente tranquillo.
Dopo due giorni di urla, proteste e minacce feline, improvvisamente sembrava proprietario di casa.
Teresa indicò il gatto.
«Lui ha già deciso.»
Vittorio si voltò verso la finestra.
Fu allora che gli si riempirono gli occhi.
Non come nei film.
Non ci fu un grande pianto.
Soltanto due lacrime improvvise e un uomo che girò la faccia perché apparteneva a una generazione a cui avevano insegnato che piangere davanti agli altri era quasi un debito.
«Mi scusi.»
Teresa agitò una mano.
«Non cominciamo.»
«Mi scusi.»
«Ho detto basta.»
Uscii in giardino.
Gli lasciai qualche minuto.
Quel pomeriggio successe qualcosa che nessun post online avrebbe saputo raccontare davvero.
Arrivò il quartiere.
Non tutto insieme.
A piccoli pezzi.
La signora del piano di sopra portò due asciugamani.
Il panettiere lasciò un sacchetto di pane e disse che era avanzato, anche se era ancora caldo.
Un uomo che Vittorio conosceva appena arrivò con un tavolino pieghevole.
Ada portò due sedie spaiate.
Teresa comparve con un sacco di cibo per gatti.
«L’ho comprato per sbaglio.»
Nessuno le credette.
Cesare meno di tutti.
Una donna del mercato portò un vaso di basilico.
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