Gli diedero trenta giorni prima di abbattere Golia, poi un ragazzo di quindici anni entrò nella stalla

Niente morso.

Niente briglie.

Niente lunghina.

Sulla sua schiena c’era Matteo.

Senza sella.

Una mano nella criniera.

Il ragazzo sorrideva.

Non il sorriso duro con cui era arrivato.

Uno vero.

Golia si fermò davanti a noi e sbuffò.

Il veterinario abbassò la penna.

Guardò il cavallo.

Guardò Matteo.

Poi guardò me.

«Non ci credo.»

«Non importa», dissi. «A lui sì.»

Firmò i documenti.

Cinque anni dopo la fattoria non era più soltanto un rifugio per animali difficili.

Era diventata un piccolo centro per ragazzi in difficoltà.

Niente lusso.

Il tetto della seconda stalla perdeva.

Il trattore partiva quando aveva voglia.

Le recinzioni erano state riparate talmente tante volte che sembravano cucite.

Ma funzionava.

Matteo aveva vent’anni.

Era rimasto.

Prima volontario.

Poi aiutante.

Infine responsabile delle attività quotidiane.

E stava anche affrontando il percorso per accogliere stabilmente nella sua vita un bambino più piccolo, Elia, che da mesi trascorreva sempre più tempo con lui.

Golia era diventato il cavallo preferito dei ragazzi.

Quello enorme.

Quello cieco da un occhio.

Quello che sembrava spaventoso e invece aspettava immobile finché un bambino tremante non trovava il coraggio di toccarlo.

Pensavo che il peggio fosse passato.

Mi sbagliavo.

Una mattina sentii urlare dal pascolo.

E quando arrivai, Golia aveva un ragazzo contro la recinzione.

La prima cosa che vidi fu il sangue.

La seconda fu Elia che piangeva.

La terza fu Matteo che correva.

«Golia!»

Il cavallo era girato di traverso.

Orecchie schiacciate.

Corpo teso.

Sul lato cieco, contro la staccionata, c’era Davide, sedici anni, arrivato da noi appena quattro giorni prima.

Aveva un taglio sopra il sopracciglio.

Con un braccio teneva Elia dietro di sé.

Le famiglie presenti per le attività del sabato cominciarono a gridare.

«Portate via quel cavallo!»

«Chiamate qualcuno!»

«Un bambino poteva morire!»

Matteo non corse verso Golia.

Camminò.

Lento.

«Ehi, gigante.»

Golia girò l’orecchio verso la sua voce.

«Sono io.»

Un passo.

«Piano.»

Davide urlò:

«Non mi serve aiuto!»

«Lo so.»

«Quel cavallo stava per calpestarlo!»

«Lo so anche questo.»

Matteo raggiunse Golia e gli appoggiò una mano sul collo.

Il cavallo tremava.

Non di rabbia.

Di terrore.

Poco dopo capimmo cosa era successo.

Elia aveva fatto cadere nel prato un piccolo cavallo di legno.

Era passato attraverso un cancelletto laterale per riprenderlo.

Davide l’aveva visto.

Nello stesso momento una folata aveva fatto sbattere un telone appeso alla recinzione.

Golia, colto dal lato cieco, aveva fatto un balzo.

Elia era rimasto immobile.

Davide era entrato nel recinto e si era buttato sopra il bambino per proteggerlo.

Nel movimento aveva colpito il fermo metallico della staccionata.

Quel sangue era suo.

Non di Elia.

Golia non aveva aggredito nessuno.

Si era spaventato.

Ma alle undici di quella mattina qualcuno aveva già pubblicato un breve video.

Pochi secondi.

Urla.

Golia agitato.

Davide sanguinante.

Matteo che prendeva Elia in braccio.

Il filmato finiva lì.

Niente spiegazioni.

Niente telone.

Niente giocattolo caduto.

Niente ragazzo che proteggeva un bambino.

Dodici secondi bastarono.

Nel paese cominciarono le telefonate.

Nel pomeriggio chiamò l’assicurazione.

Poi una fondazione privata che da mesi valutava di sostenerci economicamente chiese un incontro urgente.

Il finanziamento sarebbe stato enorme per noi.

Avremmo sistemato il tetto.

Assunto due professionisti.

Rifatto le recinzioni.

Pagato il mangime senza contare ogni euro.

Forse avremmo garantito alla fattoria altri dieci anni.

La proposta arrivò il mattino seguente.

Ma aveva delle condizioni.

Niente più ragazzi inviati da percorsi giudiziari.

Niente adolescenti con episodi recenti di aggressività.

Golia sarebbe stato escluso definitivamente dalle attività.

E Matteo, per via del proprio passato, avrebbe dovuto lasciare la direzione del centro.

Avrebbe potuto restare come semplice addetto.

Matteo lesse tutto in cucina.

Poi appoggiò i fogli sul tavolo.

«Se firmiamo, la pratica di Elia diventa più semplice?»

Non risposi subito.

Era quella la parte peggiore.

Forse sì.

Il centro sarebbe diventato finanziariamente stabile.

La casa di Matteo avrebbe avuto meno incertezze.

Elia avrebbe avuto davanti un futuro più ordinato.

Avremmo continuato ad aiutare tanti bambini.

Soltanto non quelli come Matteo era stato a quindici anni.

Non quelli come Davide.

«Forse», dissi.

Matteo guardò fuori dalla finestra.

Elia giocava con uno dei nostri cani anziani.

«E Davide?»

Abbassai gli occhi.

«Dovrebbero trovargli un’altra sistemazione.»

Matteo piegò i documenti.

«Quindi salviamo me e poi chiudiamo il cancello dietro di me.»

Non seppi cosa rispondere.

Quella sera arrivarono tre rappresentanti della fondazione.

Gentili.

Eleganti.

Misurati.

La donna che parlava per loro aveva un tono cortese che mi irritò più di qualsiasi insulto.

«Quello che avete creato è straordinario», disse. «Vogliamo soltanto renderlo sostenibile.»

«Cambiandolo.»

«Proteggendolo.»

Matteo era seduto vicino alla parete.

«Da chi?»

La donna esitò.

«Dall’instabilità.»

Matteo la fissò.

«Questo posto esiste proprio perché l’instabilità non dovrebbe essere una condanna.»

Uno degli uomini al tavolo intervenne.

«Capisco il valore del vostro lavoro. Ma le famiglie devono sentirsi sicure.»

«Certo.»

«E anche chi sostiene economicamente il progetto.»

Matteo sorrise senza allegria.

«Quando avevo quindici anni, il mio nome spaventava tutti. Dopo che sono diventato una bella storia da raccontare ai donatori, improvvisamente andava bene.»

Nessuno parlò.

La donna richiuse lentamente la cartella.

«Non è personale.»

«È sempre personale per quello che deve andarsene.»

Quando chiesero che Davide fosse trasferito altrove, Matteo si alzò.

La sedia strisciò sul pavimento.

Uscì.

Io rimasi ancora qualche secondo.

Poi guardai quelle persone e dissi:

«La riunione è finita.»

La notte Davide dormì nella stanza accanto alla selleria.

Al mattino non c’era più.

Sul letto aveva lasciato un foglio.

C’erano scritte poche parole.

Non voglio che Elia perda la sua famiglia per colpa mia.

Dite a Golia che mi dispiace di averlo spaventato.

Matteo lesse il biglietto due volte.

Elia chiese:

«Dov’è andato Davide?»

«Si è spaventato.»

«Del cavallo?»

Matteo scosse la testa.

«Delle persone.»

Lo cercammo per ore.

Alla fine tornò da solo il giorno dopo.

Entrò dal cancello del pascolo con un borsone sulle spalle.

Matteo lo vide per primo.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto