Gli diedero trenta giorni prima di abbattere Golia, poi un ragazzo di quindici anni entrò nella stalla

Non gli corse incontro.

Gli andò vicino e si fermò a qualche metro.

«Ero alla stazione degli autobus», disse Davide.

Matteo aspettò.

«Volevo andare via.»

«Dove?»

«Non lo so.»

Davide si strofinò gli occhi.

«C’era una bambina. Avrà avuto sei anni. Una signora la accompagnava. Aveva tutte le sue cose dentro un sacco.»

Deglutì.

«Continuava a chiedere se nel posto dove andava c’erano animali.»

Silenzio.

«E ho pensato che se me ne andavo, magari tutti avrebbero detto che avevano ragione. Che qui non dovrebbero prendere ragazzi come me.»

Matteo annuì.

«Vieni.»

«Dove?»

«Dobbiamo dare da mangiare.»

Niente discorsi.

Niente abbracci.

Niente frasi da film.

Solo lavoro.

A volte appartenere a qualcosa comincia così.

Quello stesso pomeriggio il veterinario tornò per Golia.

La visita era programmata da settimane.

Il vecchio cavallo si stancava più facilmente.

Si alzava con lentezza.

Il cuore non lavorava più come prima.

«Può continuare con attività leggere», mi spiegò il veterinario. «Niente giornate lunghe. Niente sforzi inutili. E quando sarà stanco, dovrete ascoltarlo.»

Matteo sentì tutto.

Andò alla recinzione.

Golia mangiava tranquillo.

Elia gli si mise accanto.

«Sta male?»

Matteo gli passò una mano tra i capelli.

«Non ha fatto niente di male.»

Quella frase mi entrò nello stomaco.

Non aveva fatto niente di male.

Non Golia.

Non Elia.

Non Davide.

Non Matteo quando aveva quindici anni e non sapeva dove mettere tutta la rabbia che gli adulti avevano lasciato dentro di lui.

La sera convocammo tutti.

Gli operatori.

I volontari.

Una consulente scolastica in pensione.

Il maniscalco.

Le famiglie che volevano ancora parlare con noi.

Misi i conti sul tavolo.

Senza il finanziamento potevamo andare avanti sei mesi quasi normalmente.

Forse un anno riducendo le attività.

Una collaboratrice disse:

«E se accettassimo adesso? Potremmo rimetterci in piedi e magari cambiare le regole più avanti.»

Un altro annuì.

«Se chiudiamo non aiutiamo più nessuno.»

Avevano ragione.

Era quello il problema.

Non stavamo discutendo tra brave e cattive persone.

Stavamo discutendo tra persone che avevano tutte qualcosa da perdere.

Matteo aspettò.

Poi disse:

«Quando sono arrivato qui avevo quindici anni. Un giudice non sapeva più cosa fare di me. Se questo posto fosse stato allora quello che vogliono farlo diventare oggi, io non sarei entrato.»

Guardò tutti.

«Capisco i conti. Capisco le famiglie. Capisco la sicurezza. Ma se decidiamo che i ragazzi più difficili sono troppo complicati per essere aiutati, questo non sarà più un rifugio. Sarà soltanto un servizio.»

La consulente disse piano:

«Anche i servizi salvano vite.»

Matteo annuì.

«Certo. Ma un rifugio serve proprio a quelli che non riescono a entrare negli altri posti.»

Nessuno rispose.

Elia era seduto poco lontano e disegnava.

Quando la riunione finì venne da noi.

Sul foglio c’erano Golia, enorme, e tre figure.

Una grande.

Una media.

Una piccola.

Sopra aveva scritto con lettere storte:

LA MIA FAMIGLIA È GRANDE.

Dovetti girarmi.

Il giorno seguente avremmo dovuto firmare.

La penna era già sulla mia scrivania.

Matteo entrò e appoggiò qualcosa davanti a me.

Il cavallino di legno di Elia.

La gamba che si era spezzata nell’incidente era stata incollata.

Si vedeva benissimo.

Nessuno aveva cercato di nascondere la riparazione.

«Elia vuole che lo tenga tu», disse.

Presi il giocattolo.

«Vuoi dirmi qualcosa?»

«No.»

Sorrise appena.

«Pensavo potesse farlo lui.»

Guardai quella piccola gamba rotta.

Riparata.

Brutta.

Visibile.

Ancora utile.

Mi alzai.

«Chiama tutti.»

Nel pomeriggio la piccola arena era piena.

Operatori.

Genitori.

Volontari.

Il consulente dell’assicurazione.

La donna della fondazione.

Persino il giornalista del settimanale locale.

Io rimasi al centro con Matteo.

Davide era appoggiato alla staccionata.

Elia teneva due dita infilate nella tasca dei pantaloni di Matteo.

Golia ci osservava dal cancello.

«Molti di voi sanno chi sono», cominciai. «Sono Ettore. Quello con una gamba sola, un tetto che perde e troppi animali.»

Qualcuno sorrise.

«Anni fa hanno portato qui un cavallo che nessuno voleva. Poco dopo è arrivato un ragazzo che nessuno sapeva più dove mettere.»

Guardai Matteo.

«Pensavano entrambi fossero problemi.»

Mi voltai verso Davide.

«Questa settimana avete visto qualcosa di spaventoso. Un bambino è entrato dove non doveva. Un cavallo si è spaventato. Un ragazzo ha infranto una regola.»

Feci una pausa.

«Quel ragazzo ha anche protetto il bambino.»

Davide abbassò lo sguardo.

«Oggi potrei firmare un accordo che risolverebbe quasi tutti i nostri problemi economici. Dovrei soltanto smettere di accogliere i ragazzi che fanno più paura.»

La donna della fondazione fece un passo.

«Ettore—»

«Mi faccia finire.»

Strinsi il bastone.

«Non rifiuteremo la sicurezza. Anzi. Miglioreremo le recinzioni. Aumenteremo la supervisione. Cambieremo i protocolli. Golia farà soltanto attività leggere perché è anziano e se lo merita.»

Respirai.

«Ma non prenderemo soldi in cambio della promessa di chiudere il cancello davanti ai ragazzi per cui questo posto è nato.»

Un padre alzò la voce.

«E i nostri figli?»

Lo guardai.

«I vostri figli meritano sicurezza.»

Poi indicai Davide.

«Anche lui.»

L’uomo rimase zitto.

«Non vi dirò che queste due esigenze non entrano mai in conflitto. Sarebbe una bugia. A volte succede. Per questo dobbiamo diventare più bravi, non più piccoli.»

L’assicuratore disse:

«I costi aumenteranno.»

«Aumenteranno.»

«Potrebbero aumentare molto.»

«Allora troveremo il modo.»

Per qualche secondo nessuno parlò.

Poi il maniscalco alzò una mano.

«Per sei mesi gli zoccoli li faccio gratis.»

Una donna dalla seconda fila disse:

«Io tengo la contabilità per una piccola azienda. Posso aiutarvi la sera.»

La consulente scolastica aggiunse:

«Conosco due colleghe in pensione. Posso chiedere se vengono qualche ora alla settimana.»

Il padre che aveva protestato guardò il cancelletto laterale.

«Mio cognato monta recinzioni. Quella chiusura fa schifo. Posso sentirlo.»

Un’altra signora disse:

«Al mercato possiamo organizzare una raccolta.»

Qualcuno dietro aggiunse:

«La bottega di mio fratello può fornire materiale.»

E poi successe quella cosa che nei piccoli paesi abbiamo quasi dimenticato, ma che ogni tanto riappare.

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